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Rampanti: “Filadelfia, ecco perché mi sono dimesso. Il Toro? Zitti e pedalare”

Parola al Mister / “In queste partite serve finire il campionato con dignità e uscire a testa alta dal campo. In generale, questa salvezza è da accogliere come una buona notizia ma di certo non va esaltato il campionato che è stato fatto"

Gianluca Sartori

Il Torino tira un sospiro di sollievo e fa sua la salvezza matematica con due giornate di anticipo. Sono comunque giorni concitati nell’ambiente granata, per polemiche relativi a temi di campo ed extra-campo. Facciamo il punto della situazione con il nuovo appuntamento di “Parola al Mister” con Rosario Rampanti, che pochi giorni fa ha annunciato le sue dimissioni da vice-presidente della Fondazione Filadelfia.

Serino, il Torino poteva blindare la salvezza con un risultato diverso e invece la vittoria non è arrivata nemmeno contro l’ultima in classifica.

“In queste partite serve finire il campionato con dignità e uscire a testa alta dal campo. In generale, questa salvezza è da accogliere come una buona notizia ma di certo non va esaltato il campionato che è stato fatto. Parlo soprattutto delle dichiarazioni dei protagonisti. La comunicazione dovrebbe secondo me essere improntata alla sobrietà e all’equilibrio. Se si potesse, sarebbe giusto non parlare per niente. Ma siccome occorre farlo, bisogna stare attenti a misurare parole e toni. Da qui in poi è uno di quei momenti in cui serve stare zitti e pedalare”.

La nota positiva è il gran gol di Verdi.

“Su di lui torno ad esprimere un concetto già detto in uno dei miei interventi precedenti; è vero che nel post-lockdown ha innalzato il livello delle sue prestazioni ma va tenuto in considerazione il ritmo basso di queste partite. Verdi ha preso fiducia, ma in generale non darei un grande peso a queste partite nel giudizio complessivo di un giocatore, perché secondo me non è calcio vero. Anche per quanto riguarda Meité si può dire la stessa cosa, si è trasformato in positivo ma va tenuto presente che i ritmi bassi lo avvantaggiano. Un centrocampista può essere lento di gambe ma veloce di pensiero (i lettori della mia età ricorderanno Giobatta Moschino come esempio di questa categoria di giocatori). A mio avviso Meité è lento in entrambe le cose”.

In queste ore si parla molto della presunta offerta dello sconosciuto gruppo Taurinorum per la compravendita del club. Che idea ti sei fatto?

“Al momento mi sembra tutta fuffa. Però che dire, stiamo a vedere, non voglio cadere in giudizi avventati di cui poi potrei pentirmi. Osservo cosa succede, ma al momento la sensazione è che qualcuno si voglia fare pubblicità”.

Torniamo invece al capitolo Filadelfia. A seguito della concessione dell’impianto agli Ordini di Ingegneri e Architetti ti sei fatto da parte, non sarai più vice-presidente della Fondazione. Perché?

“Come ho già detto, si è trattato di un fatto a me estraneo, non ne sapevo nulla. Ho fatto questa scelta perché si è trattato della goccia che ha fatto traboccare il vaso: già in passato avevo avuto la sensazione che su alcune questioni decidessero pochi intimi piuttosto di coinvolgere l’intero CdA. Questo non mi sembra giusto. In più, aver visto la foto di quel signore con la mascherina bianconera mi ha dato molto fastidio, da tifoso quale sono. Poi il Serino tifoso si è ricordato di avere un incarico in quella Fondazione. Le due cose mi sono sembrate incompatibili, da lì la decisione di lasciare”.

Mecu Beccaria, altro componente del CdA, ha affermato che le tue dimissioni sono un colpo di teatro senza effetti perché le cariche sono già tutte decadute in attesa delle nuove nomine.

“Se si tratta di un gesto puramente simbolico perché non lo fa anche lui?”.

Ha già detto di non essere intenzionato a farlo poiché la causa granata si sosterrebbe lavorando in Fondazione.

“Chi parla di lavoro relativamente a quello che si fa nei CdA della Fondazione forse non ha ben presente il reale significato del termine. Sai, io sono figlio di un minatore; mio padre è morto giovane per una malattia tipica dei minatori. Qualche anno fa ho visitato le miniere dove lavorava e mi sono emozionato fino a piangere. Ecco, in quell’occasione ho potuto toccare con mano cosa vuol dire lavorare”.

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