Cosa vuol dire “Vado da Gabos”?

Nel segno del Toro / Torna l’appuntamento con la rubrica di Stefano Budicin: “Per rispondere a questa domanda bisogna risalire al 1948, allorché Gabetto e Ossola decidono di unire le forze per la costruzione di un bar che richiami metaforicamente l’onnipotenza della squadra di cui sono parte integrante ed essenziale”

di Stefano Budicin

Che cosa s’intende con l’espressione “Vado da Gabos”? A quale significato oscuro allude? E perché i tifosi torinisti erano così abituati a utilizzarla? Per rispondere a questa domanda bisogna risalire al 1948, allorché Gabetto e Ossola decidono di unire le forze per la costruzione di un bar che richiami metaforicamente l’onnipotenza della squadra di cui sono parte integrante ed essenziale. Il bar si chiama Vittoria, ma per tutti è noto come Gabos. Il termine in realtà non designa il locale in sé, quanto piuttosto l’accoppiata che ne permise l’edificazione. Vediamo di approfondire meglio la questione. 

Gabos è una parola che potrebbe evocare immagini esotiche di paesi tropicali e città piratesche nel mar dei Caraibi, ma in realtà la sua origine è molto più semplice di quel che in un primo momento potrebbe sembrare. Il nome è infatti risultante dall’unione delle iniziali dei cognomi Gabetto e Ossola. Niente di più e niente di meno. Eppure il valore di quel soprannome è tale che anche il granata meno avvezzo alle beatificazioni simboliche ne riepilogherà l’esistenza con un tuffo al cuore e una lacrima agli occhi. Perché  Gabos, nel vocabolario torinista, evoca tanto una coppia di campioni ineguagliati quanto un bar che per un breve periodo di tempo riuscì ad accogliere orde di tifosi cementando uno spirito di gruppo come pochi altri al mondo. 

Cos’è la marcia dei cinquantamila

Il bar Vittoria si trovava in pieno centro a Torino, in via Roma angolo via Gramsci. Lo aprirono Gabetto e Ossola nel 1948, approfittando del legame di amicizia che si era formato tra loro non solo sul campo da gioco. Passò poco tempo e il bar divenne un luogo di ritrovo importantissimo per gli adoratori granata, un vero e proprio covo nel quale rintanarsi per adorare in pace il credo del Toro rampante. Specialmente i primi di maggio di quell’anno, allorché la nazionale si trovò ad affrontare l’Inghilterra.

In occasione della partita, infatti, il bar rimase aperto per due giorni e due notti di seguito. Gli inglesi furono ospitati nell’hotel “Principi di Piemonte”, poco discosti dal fervore delle file di tifosi accorsi per intervenire con la loro presenza nel dibattito calcistico dei Gabos. L’atmosfera che si venne a creare fu così forte ed esaltante che al bar presenziarono anche alcuni atleti della squadra ospite, e i Gabos li accolsero con simpatia. Ed è curioso che proprio coloro che si autodefinivano gli inventori del gioco del pallone decidessero di scendere dal piedistallo della propria sicumera calcistica per amalgamarsi al resto della plebaglia che di football non poteva certamente saperne quanto loro. La partita si concluse con la vittoria della squadra avversaria, ma dai Gabos l’atmosfera continuò a rivelarsi allegra ed entusiasmante.

Breve guida al tifo granata

Va rimarcato che Ossola e Gabetto, quando si recavano al bar Vittoria, non rimanevano a lungo al piano superiore. Non che non lo apprezzassero. Stare dietro al bancone del bar e parlare con i tifosi, per quanto gli piacesse, non procurava lo stesso piacere che scendere al piano di sotto per andare a “fare i gelati”, come amavano tanto dire. Che nel gergo gabosiano significava sottoporsi a interminabili sessioni di poker nelle quali Gabetto finiva sempre per avere la meglio sul povero Ossola.  

Dopo il 4 maggio 1949, il bar Vittoria rimase aperto simbolicamente per qualche mese, ma finì per chiudere i battenti prima della fine dell’anno. Adesso al posto del bar sorge il negozio ZARA. Chissà se i consumatori che si dilettano a calpestare il pavimento del negozio multipiano si domandino a volte, tra un giubbotto e un gilet e una gonna e un tailleur, cosa ci fosse prima che il marchio di abbigliamento spagnolo decidesse di stabilirvi una sede. E chissà se, facendo caso e tendendo le orecchie con molta attenzione, non si possa ancora sentire, al piano di sotto, il suono delle carte da gioco quando si schiantano sul tavolino, in un perenne vapore di tabacco, per un’altra giocata vincente di Gabetto ai danni del povero “pollo di turno”.


Laureato in Lingue Straniere, scrivo dall’età di undici anni. Adoro viaggiare e ricercare l’eccellenza nelle cose di tutti i giorni. Capricorno ascendente Toro, calmo e paziente e orientato all’ottimismo, scrivo nel segno di una curiosità che non conosce confini.

Disclaimer: gli opinionisti ospitati da Toro News esprimono il loro pensiero indipendentemente dalla linea editoriale seguita dalla Redazione del giornale online, il quale da sempre fa del pluralismo e della libera condivisione delle opinioni un proprio tratto distintivo.

 

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  1. dariog - 12 mesi fa

    era più bello, quando il mondo era meno m*erda.

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  2. Mimio - 12 mesi fa

    Bellissimo articolo! Però noto che quando c’è un bell’articolo sul Toro si tratta sempre di passato, presente e soprattutto futuro meglio soprassedere

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  3. Daniele abbiamo perso l'anima - 12 mesi fa

    Quando tutto brucia, quando il denaro non circola a fiumi nel calcio e non vengono mille stranieri in Italia ( nel dopo guerra, negli anni 70 ) il Toro si illumina e diventa grande.
    Per la serie Era meglio quando si stava peggio.
    Altri tempi, altro calcio. Altri giocatori, altro Toro.
    Altroché Zara e Zaza.
    W il bar Vittoria sempre.

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  4. Karmagranata - 12 mesi fa

    Eterno, immortale, leggendario Grande Torino. SSFT!

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