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Culto

Quelli che restano

"Il Grande Torino è una leggenda che contiene tante storie, legate da mille fili invisibili, da tante coincidenze"

Francesco Bugnone

“Fermate, fermate, io non mi sento”. La voce è dolce e ferma, ma questa è una supplica, lo dicono gli occhi. Quella voce e quegli occhi sono di Ferruccio Novo, che scuote la testa, chiede scusa, chiede di avere pazienza. Non vuole proseguire l’intervista con Emilio Fede, non vuole essere lì in quel momento. Si impegna subito a chiarire che non sia colpa dell’intervistatore, ma che è a causa di un ricordo troppo profondo. La dignità con cui l’uomo, anzi, il Genio, che ha costruito pezzo per pezzo il Grande Torino esplicita il suo dolore commuove. C’è dentro il senso di colpa di non essere salito su quell’aereo, il vedere distrutto in un attimo quanto messo in piedi con impegno, il dissolversi degli affetti. Il dolore che inizia a mangiare dentro, poco a poco, mentre le promesse di aiuti si dissolvono in fretta, mentre la consapevolezza di non riuscire a ricostruire una squadra vincente ti suggerisce che è meglio lasciare.

Il sollievo accompagnato dalla consapevolezza che una parte di sé sia venuta a mancare quel giorno. Sauro Tomà non è volato a Lisbona per un infortunio. Un male che diventa un bene, ma che non fa smettere un momento di pensare ai compagni che dormono sulla collina. Allora la missione diventa testimoniare, Sauro l’ha fatto, è stato colui che ci raccontava che il Grande Torino era esistito veramente, lui lo sapeva, lui c’era, lui ha giocato con loro. Credevo che Tomà non sarebbe mai morto, un Testimone che può sopravvivere ai decenni, ai secoli, come i personaggi del racconto “L’immortale” di Borges o come Mort Cinder di Oesterheld e Breccia. Era solo una sciocca fantasia romantica: Sauro, il suo sorriso e i suoi modi da galantuomo ci hanno detto addio nel 2018, a 92 anni.

Le mogli raccontano quasi incredule quello che è successo: Melania Grezar, Anita Gabetto, Carla Maroso, intervistate poco tempo dopo gli eventi, hanno un sorriso velato di disperazione, si trovano dentro una tragedia più grande di loro, ma, da donne eccezionali quali sono vanno avanti, sposate con un ricordo che le accompagnerà per sempre qualunque sia la strada che prenderà la loro vita. Piera Ossola è incinta quando a Superga perisce il suo Franco. A gennaio suo figlio nascerà e si chiamerà come il padre, un padre che non ha potuto conoscere, ma che è sempre stato presente per lui dato che viaggerà a ritroso, indagherà, raccoglierà materiale e poi finalmente racconterà, una delle voci più belle per tenere vivo il ricordo di suo papà e di quella magnifica squadra.

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Vittorio Pozzo era appena tornato da Londra dove era andato ad assistere alla finale della Coppa d’Inghilterra quando, rientrando a casa, vede una strana frenesia in giro per la città. Ben presto capisce: è morto il Torino. (“Quell’il mi rese incredulo. Come “il” Torino. Tutto?”). Pozzo arriva a Superga e le autorità daranno a lui il gravoso compito di riconoscere i cadaveri, perché, parole sue, ne conosceva a memoria persino gli abiti. Il commissario tecnico che vinse due mondiali e un Olimpiade in quel momento è solo un uomo che cerca di utilizzare la sua forza interiore per dare il giusto nome a degli uomini che aveva tanto amato, per scrivere l’elogio funebre sulla Stampa, per affrontare i funerali, poi, finalmente, per cedere. “A cerimonia finita, io mi trovavo come nel mondo dei sogni, tante cose avevo per la testa. Mi accompagnò a casa un antico compagno d' armi, un capitano degli alpini che, in divisa, mi aveva seguito per tutto il percorso. Non una parola, in macchina. Il silenzio diceva tutto. Sulla soglia di casa mi abbracciò. Io corsi a gettarmi sul letto”.

Una delle più assurde coincidenze della tragedia di Superga riguarda il nome del pilota: Pierluigi Meroni. Pierluigi Meroni è un uomo dall’aria elegante e distinta come testimonia la foto sul suo libretto di volo. Franco, Giancarlo e Riccardo sono i suoi figli. Negli anni sono stati progressivamente dimenticati ed è stato un male. Pierluigi Meroni era un grande pilota, esperto in volo cieco, quindi nel viaggiare in condizioni meteorologiche avverse. Alcuni giornali, che non si lasciano mai mancare nulla in queste occasioni, avevano provato ad addossargli la responsabilità dell’incidente, ma l’inchiesta ha smentito questa ipotesi con nettezza: era un problema della strumentazione di bordo, nessun errore umano. D’altronde “in quell’epoca erano gli aerei a non essere all’altezza, non i piloti”.

La Nazionale di calcio gioca per un anno con la maglia listata a lutto. Il Grande Torino ne era l’ossatura, un anno dopo avrebbe giocato finalmente i suoi primi mondiali e chissà come sarebbe finita con Mazzola, Maroso, Loik, Castigliano e compagni al fianco di un gruppo più che discreto. Superga è un ricordo troppo fresco per prendere l’aereo e andare in Brasile a difendere il titolo: ci si va in nave. Un viaggio infinito, palloni in mare, un’avventura che finisce troppo presto. Carapellese, granata, due reti riesce comunque a siglarle. Salpando dal Sudamerica si chiedono quasi tutti cosa sarebbe stato se di granata ce ne fossero stati anche altri, che ora non ci sono più.

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Ci sono i ragazzi che concludono il campionato 1948/49 tra le lacrime, c’è una squadra tutta nuova che prova a riscrivere la storia nel 1949/50: Bepi Moro, il rientrante Grava, Carapellese, Bengtsson, Beniamino Santos. Il destino, instancabile, fa esordire questo nuovo Toro proprio a Venezia, contro la squadra da cui Novo acquistò Loik e Mazzola. Santos risolve la gara a 4’ dalla fine, la domenica dopo si travolge 5-1 il Novara al Fila (due rigori di Santos, Giammarinaro, Carapellese e Marchetto). Il 4-0 subito dalla Samp riporta tutti sulla terra, ma quel Torino arriva sesto a fine anno, un risultato incredibile per una compagine col parco giocatori azzerato e che è ripartita letteralmente dal niente. Gli Invincibili sono stati onorati, anche se sono iniziati gli anni del pane duro.

Susanna Egri è una grande ballerina, si è esibita nella prima trasmissione ufficiale della Rai e ha fondato una famosissima scuola di danza che esiste e resiste ancora oggi. Susanna Egri è la figlia di Erno Egri Erbstein, tecnico che è fra le mentì dietro al Grande Torino, riuscendo a collaborare con Novo anche durante la Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui è stato duramente perseguitato durante una delle pagine più nere della storia. L’amore di Susanna per suo padre si vede in una celebre e stupenda foto dove si guardano sorridenti in un camerino, ma si percepisce interiormente quando ne parla. In una splendida intervista fattale da Federico Buffa racconta tutto: dalle ingiuste persecuzioni subite in seguito alle leggi razziali alle terribili vicende che la sua famiglia ha dovuto affrontare per salvarsi la vita fino al periodo dopo la guerra, con il ritorno a Torino e al Torino, con le vittorie, l’innovazione, il “WM”, fino al drammatico finale. Papà Erno aveva la valigia di Susanna con sé a Lisbona, dentro la quale c’era, intatta, un regalo per lei, visto che collezionava bamboline provenienti da tutto il mondo eccone una dal Portogallo. Da allora Susanna l’ha portata sempre con sé, anche se un po’ sgualcita non l’ha mai abbandonata, hanno girato il mondo insieme. Mentre racconta questo, Susanna mostra la bambola. Federico Buffa si commuove. L’intervista finisce e inizia “Where are we now?” di David Bowie.

Quelli che restano sono tanti, sicuramente più di coloro che ho raccontato. Quelli che restano, in un certo senso, siamo anche noi che amiamo il Toro senza avere visto il Grande Torino. Eppure quella squadra manda come una scarica di fratellanza che, a distanza di anni, ci mantiene uniti, facendo sentire nostro un periodo che non abbiamo vissuto. Quella squadra ci provoca anche una lacrima di rimpianto e di dolore per com’è finito tutto, perché li avremmo amati comunque, non c’era bisogno di morire e oggi sarebbe “solo” un giorno qualunque. Purtroppo, invece, non lo sarà mai, perché passano gli anni e il nostro cuore trema ancora.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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