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Toro-Juve 3-2: resurrezione granata

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In vista del derby Culto ci ricorda un'emozionante 3-2 giocata a Pasqua: l'ultimo derby prima di quelli dello scudetto
Francesco Bugnone
Francesco Bugnone Columnist 

Dopo aver portato il Mantova dalla serie D al massimo campionato facendo guadagnare ai virgiliani l’appellativo di “Piccolo Brasile”, Edmondo Fabbri è un tecnico in rampa di lancio tanto da essere chiamato alla guida della Nazionale. Il resto, purtroppo, è storia con l’incredibile eliminazione dai mondiali del 1966 per mano della Corea del Nord e il suo codazzo di veleni, fra cui l’ombra di una sorta di cospirazione con doping autoinflitto della Federazione per far fuori l’allenatore di Castel Bolognese. Le dichiarazioni di “Mondino” dopo il disastro inglese furono anche causa di una lunga squalifica. Una volta scontata, dopo qualche mese, entra in gioco il Toro grazie a un’intuizione geniale di Orfeo Pianelli pronto a sfruttare la voglia di rivincita dell’ex commissario tecnico per guidare il dopo Nereo Rocco.

Fabbri viene spesso accolto negli stadi al grido di “Corea! Corea!”, ma il suo Toro viaggia alla grande anche se a inizio stagione deve affrontare una tragedia impossibile da quantificare a parole: la morte di Gigi Meroni a cui lo stesso allenatore, ai tempi dell’azzurro, aveva fatto tagliare i capelli, ma poi aveva continuato a convocare in nazionale e considerava il perno della sua nuova squadra. Il Toro 1967/68 si ritrova addirittura in vetta, seppur in coabitazione, a metà novembre per poi concludere il campionato con un più che onorevole settimo posto con la soddisfazione di sollevare il primo trofeo dai tempi del Grande Torino. I gol di Fossati e Combin in casa dell’Inter nella giornata che chiude il girone finale della Coppa Italia permettono a Ferrini e compagni di cucire la coccarda tricolore sulle maglie granata la stagione successiva.

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Nel 1968/69 il Toro migliora ancora giungendo sesto in campionato, ma Edmondo Fabbri lascia la squadra per tornare nella “sua” Bologna dove vince un’altra Coppa Italia e nella sua seconda stagione in rossoblù si ritrova a lottare per le primissime posizioni prima che il gravissimo infortunio di Francesco Liguori, per un brutto intervento di Benetti, rallentasse la marcia degli emiliani, comunque buoni quinti. L’aver lasciato il granata resta un peso per Fabbri che si sente come se avesse tradito l’unica persona che gli aveva teso una mano mentre il resto del mondo pareva dargli le colpe di qualsiasi nefandezza e così nel marzo 1973 “Topolino” è ben contento di rispondere presente alla chiamata di Pianelli che ha esonerato Giagnoni dopo il 3-0 subito nella Milano nerazzurra.

Il finale di stagione di Fabbri è buono e il Toro si scuote da una situazione difficile conquistando la qualificazione Uefa grazie a risultati di prestigio come le vittorie contro il Milan e la Lazio, giusto un turno prima del loro scudetto matematico. Una delle intuizioni più brillanti del periodo sarà dare la maglia numero sette a Graziani e la nove a Claudio Sala, con la undici salda sulle spalle di Pulici in quella che verrà chiamata “la forbice”. Alle rimostranze di Ciccio, siccome ai tempi maglie e ruoli andavano di pari passo, Fabbri risponderà dicendosi pronto a scommettere che con la “sette” l’attaccante andrà in nazionale. Il tecnico vincerà la scommessa: in palio l’acquisto di un tappeto a cui, all’ultimo, Fabbri rinuncerà sorridendo bonariamente.

La stagione 1974/75 ha risultati più altalenanti e tra i tifosi del Toro, ancora attaccati a Giagnoni grazie a un rapporto quasi irripetibile, monta il malcontento verso l’allenatore complice qualche dichiarazione infelice. Appaiono scritte sui muri non particolarmente amichevoli verso Fabbri e anche il clamoroso gesto di chiudere i cancelli del Filadelfia con un lucchetto come risposta all’ipotesi del mister di chiudere il Fila per gli allenamenti. Un modo per dire che il Fila è dei tifosi e solo loro possono decidere quando aprire e quando chiudere. Il Toro non vince da quattro partite e nell’ultimo impegno è stato sconfitto 2-0 dal Milan guidato proprio dall’ex Giagnoni al termine di un incontro in cui non mancano le attenuanti dei numerosi infortuni, ma forse il vero assente è stato quel carattere che non dovrebbe mai mancare alla maglia granata oltre a marcature corrette troppo tardi. Dopo nemmeno 40’ un gol di Duino Gorin e un’autorete di Agroppi avevano già indirizzato la gara e uno dei rarissimi errori dal dischetto di Pulici (palo) non ha riaperto la contesa.

Il Toro è distante sette punti dalla vetta bianconera e un successo nell’imminente derby           serve soprattutto per l’orgoglio e per un possibile posto europeo visto che lo scudetto è ormai irraggiungibile. Le maggiori preoccupazioni per Fabbri sembrano inerire al recupero degli assenti di Milano (Castellini, Santin, Lombardo e Zaccarelli), ma la contestazione dei tifosi fa perdere la pazienza all’allenatore che si scaglia contro chi lo critica apostrofandole come persone che non vogliono il bene del Toro, mentre la società si prodiga a dichiarare che il tecnico non è in discussione. Man mano che ci si avvicina all’incontro aumenta l’ottimismo per il ritorno degli infortunati anche se c’è forte malinconia perché un infortunio mette fuori gioco Giorgio Ferrini. A fine stagione il Capitano si ritirerà e quindi la sua ultima stracittadina rimane quella dell’andata, il famoso 0-0 con Pigino in porta. La vigilia è turbata da qualche scontro fra tifosi, ma tutto sommato la situazione non degenera come si temeva.

Squadre in campo alle ore sedici agli ordini dell’arbitro Ciacci di Firenze. Fabbri schiera Castellini, Santin, Mozzini, Salvadori, Cereser, Agroppi, Graziani, Mascetti, Claudio Sala, Zaccarelli e Pulici. Parola risponde con Zoff, Spinosi, Gentile, Furino, Morini, Scirea, Damiani, Causio, Anastasi,             Capello e Bettega.

Il Toro attacca sotto la Maratona e la partita si sblocca al 20’ quando Graziani viene atterrato da Spinosi che reclama la sua innocenza dicendo di aver colpito il pallone, ma Ciacci è irremovibile. Dagli undici metri Pulici dimentica l’errore di sette giorni prima e con freddezza invidiabile mette a sedere Zoff con un rasoterra imparabile. La Juventus reagisce in fretta. La prima avvisaglia è un colpo di testa di Damiani respinto con un po’ di affanno da Castellini, preludio al pareggio del 34’. Sul traversone di Anastasi Bettega approfitta dell’unica incertezza in 90’ del rientrante Santin anticipandolo e toccando in rete al volo di sinistro. Si va a riposo sull’1-1 con le squadre che sembrano stare bene. Se per i bianconeri poteva essere logico, per il Toro si conferma la metamorfosi nelle stracittadine settantiane dove il ribaltamento della gerarchia è quasi dogma.

La Juventus inizia il secondo tempo determinata a far valere i galloni della capolista, derby o non derby e Damiani va vicino alla rete due volte di testa. Nella prima occasione un volo giaguaresco di Castellini dimostra come il portiere granata sia completamente ristabilito, mentre nella seconda è il palo a dire di no a “Flipper”. Il Toro prova ad alleggerire la pressione con un filtrante di Graziani per Zaccarelli che manda alto, ma è ancora la testa di Damiani a far paura con Castellini che devia sul palo con un altra parata incredibile prima che Capello lo centri sulla ribattuta.

Nonostante l’inerzia sembri pendere dalla parte bianconera il Toro ha quello che oggi verrebbe definito un demone che quando vede bianconero diventa ancora più forte di ciò che già è normalmente e “cucina” sempre qualcosa di ottimo. Basta la presenza di Paolo Pulici nei pressi dell’area avversaria per mettere in difficoltà una difesa che sbaglia di rado, altrimenti non si spiegherebbe ciò che accade su un traversone tutto sommato innocuo di Aldo Agroppi al 71’. Morini salta fuori tempo e il suo colpo di testa ad allontanare è fiacco. Poco male, la palla va verso Scirea che però cicca uno dei pochi rilanci della sua carriera alzando un campanile che nei fatti è un altro cross in area juventina. Gentile viene scavalcato dal pallone, lo lascia rimbalzare, salta in maniera scoordinata su Sala e ricadendo riesce comunque a toccarlo, ma serve il supereroe col numero undici che si è posizionati al limite dell’area. Pupi controlla di destro e lascia partire una stangata di sinistro che gonfia la rete con Zoff vanamente proteso in tuffo. 2-1 per il Toro.

All’83’ la Juventus riacchiappa i granata. Gentile centra da destra, Bettega al limite fa da sponda al volo per Anastasi il quale tocca in area a Capello. Spalle alla porta il numero dieci anticipa l’intervento di testa di Agroppi alzandosi il pallone prima di superare Castellini con un diagonale al volo di sinistro. Risultato tutto sommato logico, peccato per quelle due volte in vantaggio, ma quest’anno va così. Sembrerebbe finita. Appunto, sembrerebbe.

A 3’ dal termine Claudio Sala affonda sulla sinistra e crossa al centro per Graziani che controlla, si libera di un avversario e calcia mentre altre due bianconeri gli si fanno addosso. Zoff si è buttato sulla sua sinistra, ma la sfera rotola verso la parte opposta e il portiere bianconero mescola bravura e fortuna toccando col piede quel tanto che basta per cambiare la traiettoria. Dietro la porta qualcuno sta già saltando, ma il pallone colpisce il palo e torna in campo. Agroppi si butta sulla sfera, però Furino riesce a murarlo alla disperata. La telecamera si muove con la stessa concitazione dell’azione, quasi a farci venire il mal di mare. Zaccarelli è il primo a fiondarsi sul rimpallo e gonfia la rete al volo di sinistro. La gioia può esplodere davvero stavolta che sia della varia umanità dietro la rete o dei cuori granata sugli spalti. Il Toro ha vinto, il Toro è risorto a Pasqua. La Juventus si ritrova col campionato riaperto visto che il Napoli è a meno due e domenica c’è lo scontro diretto.

I giocatori corrono a festeggiare Fabbri che gioisce come raramente si è visto, anche se il successo non varrà la conferma e, dopo il clamoroso 5-1 in casa della Lazio nel turno successivo, non vinceremo più. Arriverà Radice e la il derby della Mole di lì a pochi mesi varrà lo scudetto: il nostro.

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