I quattro miliardi che perderà l’ECA

I quattro miliardi che perderà l’ECA

Loquor / La rubrica di Anthony Weatherill sulla presunta crisi del calcio post-Covid: “Reggere botta persino alla perdita di una cifra monstre come 4 miliardi di euro…”

di Anthony Weatherill

Bisogna togliere a Cesare quel
che non gli appartiene”.

                                                                  Paul Eluard

Si è in pieno mercato calciatori, e, visitando i forum di tutta Europa, si può facilmente notare come i tifosi chiedano, come è ovvio, un rafforzamento delle loro squadre. Poi capita di scorrere la parole allarmate di Andrea Agnelli all’ultima assemblea della European Club Association (ECA), che avvertono come al calcio europeo, nei prossimi due anni, verranno a mancare quattro miliardi di introiti causa pandemia da Covid-19. Si cambia pagina, o qualche canale tv o canale internet, e si scopre una Mara Carfagna esortare ad isolare i cosiddetti negazionisti e un Vittorio Sgarbi, a voler essere eufemistici, a mandarla a quel paese dandole della terrorista. Cambiando ancora pagina e canale, si assiste a commenti vari e risse varie, fra chi vuole continuare a mantenere stretti vincoli di sicurezza sulla vita sociale e su chi invece, tra cui svariati medici, sostiene come la quotidianità, con le dovute accortezze, debba necessariamente riprendere perché il Paese sta affondando in un’agonia economica e psicologica senza fine.

L’Italia è spaccata letteralmente in due, ed è diventato veramente difficile ragionare tra persone posizionate in due lontanissimi opposti punti di vista. Chi ha una pensione o uno stipendio pubblico, garantiti interamente anche durante il lockdown, fatica a capire il punto di vista di chi, sprovvisto di un “27”, sta annegando nella disperazione da mancanza di introiti. D’altronde quest’ultimi, sempre più presi da una rabbia senza fine, stanno sempre diventando più intolleranti verso lo stipendiato garantito, preoccupato, a torto o a ragione, per la sua salute. L’aggressività verbale, fra le due opposte fazioni, sta raggiungendo livelli di guardia allarmanti. E quando la Juventus ha ipotizzato di far entrare, dal campionato prossimo, ottomila spettatori allo “Stadium”, dai social le sono piombati insulti di ogni tipo. Ma se anche Urbano Cairo, da sempre schierato sia personalmente che con la sua televisione e i suoi giornali con le misure rigide prese negli ultimi mesi dal Governo Conte, ha posto il problema di far rientrare i tifosi allo stadio, allora si ha una “spia” chiara su quale siano le preoccupazioni reali degli imprenditori italiani.

Se la macchina del “dare e avere” di ogni economia di mercato che si rispetti non si rimette al più presto in moto, il rischio di entrare in una fase di recessione irreversibile diventa altissimo. E a quel punto nessun “Recovery Fund” o “MES” potrà risolvere i problemi di un’economia italiana entrata definitivamente in “stallo”. Sono problemi, questi, da non doversi mai ricondurre ad una connotazione politica di parte, ma ormai anche sulla gestione del Covid-19 l’Italia si è divisa in destra e sinistra. La destra minimizza, la sinistra enfatizza. Ovviamente ognuno pensa di avere ragione, e su questa ragione il Paese si sta immobilizzando sempre di più. Ma a prescindere da questo “teatro” in atto, messo in scena anche dalle vicende del calcio, c’è un dato delle parole della presidenza dell’Eca che dovrebbe far riflettere: 4 miliardi di euro di mancati ricavi. 8000 miliardi di vecchie lire. Nonostante questa perdita economica secca nei prossimi due anni, più la perdita dell’anno appena trascorso, i club comunque si sono già attivati sul mercato calciatori e hanno già concluso alcuni affari.

Fa impressione l’acquisto, da parte del Napoli, di Victor Oshimen per 70milioni di euro più 10 di bonus. Ed è solo per l’ostinazione di un club prestigioso, quindi con il potere di potersi permettere l’ostinazione, come il Barcellona, che Lionel Messi non ha concluso con il Manchester City un trasferimento da 500 milioni di euro. 700 milioni di clausola rescissoria sarebbero stati troppi anche per la “Abu Dhabi United Group” del principe Mansour Bin Zayd Al Nahayn (prima o poi i governi Francese e Inglese dovrebbero intervenire sull’anomalia maligna mediorientale nel calcio europeo). La sensazione data sinora, ma si potrà avere un giudizio più preciso alla fine della campagna trasferimenti, è quella di un mondo del calcio in grado di reggere botta persino alla perdita di una cifra monstre come 4 miliardi di euro.

Questo vuol dire che il volume degli introiti del calcio continentale era arrivato ad una eccedenza di tale portata, da chiedersi quale legittimità etica o meno lo abbia reso tollerabile negli ultimi anni. Ad alcune persone risulta strano, e anche noioso, parlare di etica nello sport, visto come ormai anche in questo contesto, da anni, vige la regola della domanda e dell’offerta, quindi del mercato. E’ curioso come spesso ci si dimentichi l’atipicità dell’industria calcio, come si sia, chissà perché, voluto rimuovere il fatto di uno sport dove la componente affettiva, addirittura sovente trasmessa da generazione in generazione, giochi un ruolo fondamentale nel processo generatore di profitti riferito ad un club calcistico. Nessun tifoso del Toro deve essere convinto a tifare Toro, non c’è pericolo, come con le compagnie telefoniche o elettriche, che all’improvviso un tifoso decida di cambiare “gestore” e spostarsi, per una tariffa o proposta più conveniente, a consumare il suo tempo e i suoi soldi in un altro club. La squadra, per il tifoso, è come un figlio, quindi un amore non negoziabile.

Egli, il tifoso, è disposto, magari anche dopo qualche mugugno, a perdonare qualsiasi cosa alla sua squadra. Ed è in questo “consumo” atipico, perché innervato da fortissimi sentimenti non modificabili, che si sono insinuati  meccanismi economici, sconosciuti nella loro reale natura al grande pubblico, con il potere di creare miliardi di euro di fatturato. C’è da chiedersi perché le autorità sportive,  e anche (soprattutto) quelle politiche, non abbiano mai fatto niente per usufruire, per il bene pubblico, di una piccola parte di questi utili ottenuti attraverso non un processo produttivo, ma affettivo. Non bisogna mai dimenticare come lo Stato “concede attraverso il diritto” ogni possibilità di commercio, produzione o attività lavorativa nel suo territorio. Questa concessione non può avvenire a prescindere, solo perché un soggetto la richiede e ha la forza per esercitarla. Il diritto degli stati moderni si preoccupa, o dovrebbe preoccuparsi, da sempre come ogni attività umana, giustamente tesa soprattutto a soddisfare un interesse soggettivo, abbia anche un ricasco positivo sugli interessi generali.

Perché un interesse soggettivo non predica mai su isola deserta, ma sempre nel contesto di rapporti sociali “conditio sine qua non” di un eventuale successo di questi interessi soggettivi. In Francia, da molti anni, esiste una legge,per chi vuole distribuire film  nelle sale transalpine, che obbliga di stornare una piccola quota del prezzo del biglietto, da destinarsi in un fondo(il Centre National de la Cinematographie) creato per sostenere le pellicole di produzione nazionale. Il problema non è stabilire, in questa sede, se tale legge sia giusta o meno (il discorso sui meccanismi di finanziamento della cultura sarebbero lunghi e complessi, e certamente sarebbero fuori luogo su questa testata), ma solo, a mio parere, di guardare ad un provvedimento legislativo concessore ai produttori di film di fare profitto su un territorio, ma al quale, in cambio di questa possibilità, devono restituire qualcosa per il bene di un settore dalla oggettiva pubblica utilità, ossia la cultura. Il governo francese, con questo provvedimento, ha ristabilito un necessario confine tra il diritto di arricchirsi e il dovere di una comunità di ribadire come qualsiasi arricchimento è possibile perché,appunto, esiste la forza di una comunità e un territorio da essa stessa curato.

Ed è su questo equilibrio di confine che si fonda tutto, equilibrio da tener molto da conto da parte della politica di qualsiasi colore, che dovrebbe essere, paradossalmente, il contropotere di tutti i poteri presenti nell’agone della vita pubblica e sociale. La politica, quando assolve alla sua sana funzione, dovrebbe ricordare ai suoi cittadini come esista il diritto alla salute,come esiste il diritto a procurarsi da vivere. Esiste il diritto al profitto, come esiste il diritto di una comunità di vedersi restituita una minima parte di questo profitto. Esiste il diritto alla paura, come esiste il diritto di avere coraggio. La politica dovrebbe avere sempre la saggezza di provare a fare sintesi, perché noi comuni cittadini raramente ce la facciamo, persi sovente,nel giudicare le cose, solo nel nostro soggettivo punto di vista. Quando il calcio tornerà alla normalità dei suoi profitti, non sarebbe male ci fosse qualcuno a ricordargli come forse sia giunto il momento di sedersi ad un tavolo a pensare come e in che modalità restituire alla comunità un po’ di quel arricchimento operato attraverso un bene comune come il calcio. Lo chiedo specialmente ai politici, a cui spero serva da ammonimento una frase di Andrè Malraux: “non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza”.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)

14 Commenta qui

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  1. Bastone e Carota - 3 settimane fa

    Comunque con 4 miliardi in meno sarà un’ECAtombe.

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  2. Blasphemous !Sentenza.3! - 3 settimane fa

    Gli scritti di Weatherill sono lo spaccato di un ex-sport che sta vivendo, economicamente e mediaticamente, la sua età dell’oro ma sportivamente e passionalmente attraversa forse il periodo più triste e cupo. Lo si vede dai commercialisti e tributaristi che nei loro pipponi calcolano come il miglior Fantozzi e riducono la loro passione urlando acronimi apatici e freddi da bravi co-tifosi, dandosi del Lei cone nei migliori salotti. Chapeau

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  3. leggendagranata - 3 settimane fa

    Articolo con affermazioni sorprendenti. Come quella che “lo Stato concede attraverso il diritto ogni possibilità di commercio, produzione o attività lavorativa nel suo territorio…”. Forse l’ autore ha dimenticato che grazie alla Rivoluzione francese si è passati dal concetto di “sudditi” a quello di “cittadini”. Lo Stato democratico non concede un bel nulla, al massimo “regola” le attività economiche che sono svolte “liberamente” dai cittadini. E poi altra affermazione strampalata: “…c’è da chiedersi perché le autorità sportive, e anche (soprattutto) quelle politiche, non abbiano mai fatto niente per usufruire, per il bene pubblico, di una piccola parte di questi utili…”. Forse Weatherill dimentica l’ alta tassazione che grava sulle società sportive e sugli stipendi di tutti gli attori del mondo del pallone. Anche la Figc ha il suo tornaconto, fra l’ altro usufruendo gratis dei giocatori per le partite della Nazionale, di cui si tiene gli introiti della vendita dei biglietti. E infatti la Figc campa economicamente molto meglio di molte società calcistiche. Detto questo, la presumibile perdita per i club calcistici di 4 miliardi di euro a causa del Covid non suscita in me sentimenti di grande compassione. I club calcistici riducano le spese, i costi delle campagne acquisti, gli ingaggi e si adeguino alle nuove condizioni economiche.

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    1. bloodyhell - 3 settimane fa

      la rivoluzione francese ha fatto finire l’autarchia non il diritto di uno stato di esercitare il suo legittimo potere attraverso un parlamento eletto dal popolo. non per niente un emittente televisiva,per trasmettere su un territorio nazionale, ha bisogno di una “concessione” da parte dello stato. un campionato di calcio si può giocare perchè lo stato lo autorizza. qualsiasi attività, manifestazione o professione deve essere concessa o autorizzata dallo stato, aatlrimenti ci si troverebbe davanti a qualcosa di illegale. lo stato democratico esercita le sue concessioni non in base ad una forza bruta e autarchica, ma appunto attraverso un diritto frutto di un percorso condiviso attraverso lavori parlamentari. eccoperchèl’autore dell’articolo parla di “concessione attraverso il diritto”. la rivoluzione francese ha stabilito di essere cittadini invece che sussiditi, non ha stabilito di essere anarchici. e soprattutto la rivoluzione francese non ha sancito la fine del concetto di “Stato”. lo avrebbe capito chiunque,ma qui c’è sempre qualcuno che non vede l’ora di fare il professore con weatherill, e puntualmente fa la figura che fa. lasciamo perdere ildiscorso sugli utili e l’alta tassazione a cui sono sottoposte le società di calcio,è evidente proprio da questo ragionamento che hai fatto come tu l’articolo non l’abbia capito. quindi inutile discutere.

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  4. Bastone e Carota - 3 settimane fa

    Il Pianto dell’Agnelli, che non sa come far calare il monte ingaggi con quel macigno di CR30 (trentamilioni) sulle croste. E pensare che gli sarebbe bastato tenere Coman per vincere la finale di Champions. Alla lunga i nodi vengono al pettine e gli sperperi dei ricchi risultano tali.

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  5. rogozin - 3 settimane fa

    La chiave di tutto sta nella non negoziabilità della fede dei tifosi. Su questa debolezza hanno costruito un business, la cui prosperità è insita in quella debolezza. Basta leggere questo forum per rendersene conto: si desidera e si tollera che un milionario, purché giochi nella squadra del cuore, non paghi – per legge – le tasse ( e si paga per vederlo giocare, tasse comprese ). Chi permette tutto ciò se non i politici e voi che li avete votati? Il calcio, come tutti gli spettacoli, ha lo scopo di dare alla gente qualcos’altro a cui pensare che non siano le cose che davvero riguardano la gente. Perché siamo onesti: azzuffarsi, discutere e pensare frequentemente ai problemi di ola Aina o di Cairo non è sano e sottrae tempo alle faccende serie. Il tentativo qui fatto, di attribuire al calcio un significato ” superiore ” è grottesco e ingiusto. Trovo nettamente più appropriati ed interessanti, rispetto ad articoli come questo, i commenti di carattere tecnico di certi tifosi e mi viene in mente soprattutto Granata.

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    1. Bastone e Carota - 3 settimane fa

      Panem et circenses, la lezione dell’antica Roma.

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    2. abatta68 - 3 settimane fa

      Il calcio può arrivare ad essere una forma di arte, fatta di contenuti e personaggi che rimangono nella storia delle persone. Qui si fa una connessione tra cose relativamente meno gravi (covid calcio) al cospetto di cose del passato molto più gravi (lo sport dopo la seconda guerra mondiale ad esempio). Noi del toro, piu di tutti, sappiamo che il grande torino ha contato molto di piu di un pezzo di pane, anche quando di pane non ce ne era, così come per molte persone è stato arrivare a fine giornata digiuni, ma avere la fortuna di vedere passare sotto casa coppi o bartali. Le mie domeniche infinite allo stadio a vedere il toro hanno caratterizzato il mio modo di vedere le cose, di attribuirgli un significato, di costruirmi una filosofia di vita che andasse oltre il calcio e che fosse applicabile al mio contesto di vita, dove vinci se le cose te le sai guadagnare, perché è la volontà ad essere un valore, non la forza. Queste cose le ho imparate dal toro, non da mio padre. Se permettete, il covid al cospetto di tutto ciò, è una scorreggia nell universo! Detto questo, viviamo in un mondo governato dai soldi e come sempre, chi ne ha tanti ne perde e tanti ne guadagna, chi ne ha zero…zero ne perde e zero ne guadagna… e non è un fatto di poco conto!

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    3. bloodyhell - 3 settimane fa

      l’articolo dice esattamente quello che tu sostieni nelle tue prime righe del commento. e comunque, come al tuo solito, critichi perchè ormai è evidente come weatherill ti stia sulle balle,proprio non ce la fai a non essergli bastian contrario. e sei così ostinato nel tuo detestarlo, che giungi persino a contraddire ciò che tu stesso affermi. poi mi chiedo, in questo articolo, dove tu abbia visto il tentativo di attribuire al calcio un significato superiore. e poi rispetto a che cosa weatherill avrebbe detto essere superiore? hai ragione,meglio se ti concentri sui commenti,sempre utili e pertinenti, a carattere tecnico di granata. altro non puoi fare

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  6. enrico - 3 settimane fa

    Articolo di alto profilo…. Come sempre!!! Ti invidio! Complimenti

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  7. Guevara2019 - 3 settimane fa

    Che il covid-19 sia un disastro planetario, penso che l’abbiano capito tutti.
    Ora i governi comunitari decidano se allentare le briglie e di rischiare la diffusione delle infezioni, Francia, Spagna e Grecia stanno contando migliaia di infezioni in più ogni giorno per aver allentato a livello turistico le protezioni, di pari passo con i turisti stessi ovviamente, o di procedere nel continuare con le cautele, distanziamento, mascherine e proibizione di assembramenti, stadi compresi.
    A parer mio quest’ultima è l’unica strada percorribile fino a quando non ci sarà il vaccino, fine 2021 nelle più rosee delle previsioni.
    Le difficoltà economiche sono palesi, come l’attività nelle scuole, aziendali e commerciali, come un ridimensionamento del mondo calcio, a tutti i livelli chiaramente.
    La bestia è arrivata, tocca superarla con il buon senso possibile.

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  8. eurotoro - 3 settimane fa

    “da destinarsi ad un fondo x le pellicole nazionali”…a Weatherill qua bisogna destinare ad un fondo x le famiglie in disagio che non si arriva alla fine del mese e le bollette da pagare..e tra mille difficoltà qualcuno riesce a pagarsi l’abbonamento paytv e nel suo piccolo tiene in piedi il mondo business del calcio e far continuare a vivere da nababbi calciatori e tutti gli altri…agghiaggiande

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  9. BiriLLo - 3 settimane fa

    Che ridere la guerra dei ricchi… Arrivederci giorni di gloria.
    Che tristezza si riperquota su addetti ai lavori, serie “minori”, giovanili e femminili.
    Il taglio sarà netto. Semi pro come l’atletica quando va bene, tanto qualcuno sky la paga comunque.
    A quel punto meglio tornare al Cenisia o piratare siti esteri.

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  10. Innav (CAIRO RESTA CON NOI) - 3 settimane fa

    Tutto bello però il mercato è fatto da domanda ed offerta, da sempre.
    Non è che i distributori di film in Francia mettano una piccola parte del loro introito nei film nazionali, aumentano il biglietto ed il mercato bove paga.

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