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Il Toro e la crescita “infelice”

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Quando una squadra dimostra un tasso di crescita simile, attorno ad essa dovrebbe esserci un entusiasmo pazzesco che invece non c'è...

Alessandro Costantino

Il nostro sistema economico di matrice capitalista fa sempre più fatica a sostenersi perché basandosi su un principio di crescita continua dell'economia si scontra con l'esaurimento progressivo delle risorse naturali e le conseguenze dell'impatto ambientale che ha la produzione industriale e il consumismo sfrenato a livello planetario. È per questo che recentemente alcuni economisti hanno elaborato il concetto di "decrescita felice", cioè un nuovo modello di sviluppo economico in cui in maniera consapevole e responsabile gli individui rinuncino ad una fetta di consumi "superflui" per garantire, nel lungo termine, la sopravvivenza del nostro pianeta. La decrescita felice è chiaramente un'utopia perché l'essere umano, egoista per natura, difficilmente tende a rinunciare di sua spontanea volontà a privilegi e comodità acquisite.

Parlando di Toro e di ciò che è successo da quando si è insediato Juric sulla panchina granata, un concetto opposto a quello della decrescita felice può rendere l'idea dello stato dell'arte al momento: la crescita "infelice". La decrescita del Torino, infatti, a livello sportivo (e di bilancio) delle ultime due stagioni era stata decisamente traumatica quanto inaspettata, ed era chiaro a tutti quindi che sarebbe servita a stretto giro una mossa capace di sovvertire l'inerzia negativa intrapresa da squadra e club da due anni a questa parte. Tale mossa risolutiva era identificata dai più con l'auspicata decisione di Urbano Cairo di passare la mano alla guida del club, ma alla fine è stato invece l'arrivo di Juric a provocare quella scossa capace di invertire questa rotta verso l'inferno segnata da due campionati disastrosi e da una serie di investimenti finanziari onerosi e fallimentari.

I numeri attuali parlano chiaro. Il mister, nonostante un mercato estivo condotto dalla società a budget ridottissimo e movimentato da arrivi validi solo nelle ultime battute, è riuscito a rivitalizzare una squadra con una difesa colabrodo e una valanga di giocatori sovrastimati e sottoperformanti: undicesimo posto alla fine del girone d'andata con la quarta difesa del campionato e addirittura un rendimento casalingo da Champions (terzo posto con la Roma per punti fatti in casa). Come direbbe qualcuno, Juric ha saputo rimettere "la chiesa al centro del villaggio", ridando alla squadra solidità in campo e autostima a tanti suoi elementi che sembravano allo sbando. Anzi, forse a conti fatti i punti raccolti dai ragazzi di Juric sono stati addirittura inferiori a quelli meritati in virtù del buon calcio espresso nella maggior parte delle partite. I due terzi di salvezza acquisita a fine girone d'andata avrebbero potuto trasformarsi in qualche speranza in più di provare a giocarsi un piazzamento europeo, se la fortuna e qualche errore in meno avessero dato una mano ai granata.

Perché, di fronte a questi numeri, allora, parlare di "crescita infelice"? La mia provocazione in questo senso è legata al fatto che quando una squadra dimostra un tasso di crescita simile, attorno ad essa dovrebbe esserci un entusiasmo pazzesco che, francamente e con un certo dispiacere, va ammesso che invece non c'è. Non c'è semplicemente perché la società non è in grado di alimentarlo, né di sostenerlo. Juric è in "lotta" con Cairo per farsi ascoltare e supportare nelle strategie future ed i tifosi sono ormai da tempo quasi immemore in contestazione verso lo stesso Cairo perché incapace di far crescere davvero il Toro. Difficile in questo scenario in cui il presidente è inviso alla piazza (e non fa nulla per far cambiare idea alla gente) ed è in polemica col suo allenatore, di fatto, per gli stessi motivi, che i tifosi si possano godere appieno questo momento di riscatto sportivo del Torino. La paura di un coitus interruptus (già avvenuto più volte, di cui l'ultima proprio dopo la stagione dei 63 punti con Mazzarri) è talmente alta che abbatterebbe i bollenti spiriti anche ad un giovane con gli ormoni a palla! La probabilissima partenza di Belotti, la quasi inevitabile cessione di Bremer in estate per far quadrare i conti, l'addio già annunciato a Pobega e i nodi legati ai plurimilionari riscatti dei vari Mandragora, Brekalo, Pjaca e Praet sono nuvoloni neri sull'orizzonte neanche troppo lontano del cielo granata... Per far decollare il Toro di Juric occorrerebbe investire a occhio e croce una quarantina di milioni tra riscatti e nuovi acquisti, soldi che non ci sono e che il presidente si guarderà bene dall'anticipare (riprendendoseli poi come ha fatto in passato). In uno scenario simile in cui la società fa anche fatica a dare una qualche soddisfazione ai tifosi fuori dal campo non muovendo un dito su questioni che stanno a cuore ai tifosi come il Robaldo o il Filadelfia, è forse comprensibile capire la frustrazione di chi la crescita del Toro non riesce a godersela appieno perché ammantata da un velo di tristezza per un futuro che questo presidente non riesce proprio a far vedere più roseo di quanto è.

Babbo Natale è già passato e non ci ha fatto nessun regalo atteso: inutile a questo punto sperare che l'anno nuovo smuova propositi particolarmente differenti da quelli del passato recente dalle parti di Corso Magenta a Milano. Non c'è bisogno di avere all'orizzonte un arabo o un cinese milionario (e su questo sono in disaccordo con Aldo Grasso intervistato da Toro News) che ci faccia sentire profumo di "calcio che conta". Forse basterebbe solo finire nelle mani di un appassionato Percassi qualunque col quale magari passare davvero ad una fase di "decrescita felice" piuttosto che continuare ad accettare frustrati questa "crescita infelice" della quale sembriamo essere ormai prigionieri senza un fine pena a cui aggrapparsi...

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