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Il mito Pelé tra Saviano e Infantino

Il mito Pelé tra Saviano e Infantino - immagine 1
Torna un nuovo appuntamento con la rubrica "Loquor", a cura di Carmelo Pennisi

Carmelo Pennisi

L’intesa tra amici è un enigma

per ogni estraneo”.

Friedrich Nietzsche

“Oggi ho visto questa foto e non ho potuto guardarla senza disgusto. Arte stupefacente ma senza i minimi ideali, solo con un senso di nudo realismo e con una tendenza di critica e denuncia”. Così scrivono ad Alessandro III Romanov, Zar di tutte le Russie, a proposito di un dipinto dal soggetto giudicato controverso ancora oggi, a distanza di più di un secolo: “Ivan il Terribile e suo figlio Ivan” di Ilya Repin. Controverso perché uno dei più potenti personaggi della storia russa abbraccia disperatamente il figlio morente, al quale ha appena spaccato la testa a causa, racconta una leggenda mai del tutto provata, di una lite per futili motivi. Sarebbe facile dare ragione alle parole indirizzate all’imperatore russo, alcune immagini sono talmente vere e accusatorie da far mettere da parte ogni tipo di ideale, persino quello minimo. Sale persino la nausea quando capita di vedere la foto di un presidente della FIFA intento a farsi un selfie davanti al feretro contenente i resti mortali di uno dei più grandi calciatori di ogni tempo.

Comprendi come la rappresentazione visiva sia solo una parziale porzione di verità, un semplice punto di osservazione privo di qualsiasi altro dettaglio disponibile a raccontare il senso di una storia. Il problema risiede nel fatto che oggi spesso solo quel punto passa, considerato come le parole abbiano perso di oggettività, trasfigurate persino nel loro significato dall’egocentrismo bulimico presente nella società costantemente protesa a voler a tutti i costi apparire (la geniale intuizione che ha reso Mark Zuckerberg uno degli uomini più potenti e ricchi del mondo risiede nell’aver intercettato prima di tutti questo bisogno dell’uomo postmoderno).

Persa la capacità di trovare nella parola il punto di caduta della necessaria capacità di intendersi, pur nella diversità di opinioni, ci si è tutti improvvisamente ritrovati a navigare a vista e, soprattutto, a caso. Incapaci di contenderci la verità, abbracciamo con tenacia il punto di vista divenuto unico porto d’approdo del vivere quotidiano. Solo così si può spiegare l’ultima intemerata di Roberto Saviano, icona del giornalismo italiano di denuncia, a riesumare un antico “evergreen” del calcio italiano fotografato dal punto di vista “questione meridionale”: “da tifoso temo che non ce lo facciano vincere (lo scudetto), che si metta in moto la grande macchina che spinge le squadre del nord”. L’acuta analisi da complottismo da bar consegnata alle pagine rosa della “Gazzetta dello Sport”, fa venire fuori ancora una volta la scarsa percezione ormai in atto nella pubblica opinione rispetto all’utilizzo strampalato delle parole messe a servizio di altrettanti strampalati pensieri.

Essendo Saviano uno dei più importanti “opinion maker” del nostro tempo, colpisce come la denuncia contenuta nelle sue parole siano praticamente rimaste lettera morta, come se non fossero mai state pronunciate, come se fossero state dette, appunto, da un incerto avventore “etilicamente” eccitato di un bar o da un “performatore” compulsivo di commenti sul web. Nemmeno l’intrepido intervistatore della Gazzetta (il pur bravissimo Luigi Garlando), riesce a fermare il noto e potente interlocutore per farsi spiegare meglio i connotati di questa “grande macchina” presente al nord. Niente, il ribaltamento del leghismo nordico in salsa borbonica prosegue nel suo ragionamento continuando a sciorinare parole a casaccio e, manco fosse in uno dei suoi tanti happening con Fabio Fazio, fa sterzare l’intervista nell’arruolamento supposto (chissà in base a quali informazioni. Ma saranno le stesse fonti della “grande macchina del nord”) di Kkvicha Kvaratskhelia nelle forze anti Putin. Dopo la stoccata politica, lo scrittore campano, sa bene come debba accaparrargli (alla teoria di un Kvara anti Putin) le simpatie del futuro lettore sparando una rappresentazione retorica capace di arruolare quasi ogni tipo di empatia del tifoso: “mi piace (Kvaratskelia) perché non ha la faccia del calciatore, ma di un bambino timido che gioca in strada”. Le parole si attorcigliano e si arrampicano nelle più alte vette delle sineddoche e delle metonimie (figure retoriche quantitative e qualitative) e, partendo dal bar del web, si propagano dai salotti altolocati fino ai salottini di fortuna di ogni casa.

Lo scopo è quello di inserirsi nelle sinapsi già abbondantemente addomesticate da un mainstream che lascia all’opinione pubblica l’illusione di essere libera solo perché presente nei social. Digito, quindi esisto e penso. Ciò che fa Roberto Saviano lo posso fare anche io, anzi è proprio lui ad aver legittimato finalmente il giusto diritto a guardare dietro ogni persiana. Poco importa se i miei occhi dietro quelle persiane non ci vanno mai, l’importante è dare l’idea che io abbia visto qualcosa non visto da altri, e il gioco è fatto. Questo modo di procedere ha avuto l’effetto di distruggere sistematicamente la verità contenuta dentro ogni parola, facendo disperdere ogni speranza di trovare un campo comune dove intendersi e confrontarsi. Sconfitta la parola ecco farsi largo il culto delle immagini (vero “Instagram”?), con Gianni Infantino pronto prima a piegarsi in mondovisione quasi a novanta gradi per tentare di abbottonare a Leo Messi una veste tradizionale qatarina, poi, manco fosse un teenager qualunque della “Generazione Z”, a farsi un selfie davanti la bara di Pelè seguito istantaneamente da una dichiarazione, in omaggio sempre alla sineddoche e alla metonimia di cui sopra, in cui si chiede (quasi si intima) “a tutti i paesi della FIFA di intitolare uno stadio a Pelè, una icona del calcio mondiale”.

Incredibile Infantino, in un sol colpo riesce a mettere in fila delle parole corredate dalla giusta immagine per acchiappare la sintonia con tutti gli/le orfani/e della narrazione funerea di Lady Diana Spencer, ultimamente trasmigrati nel dolore empatico verso un giocatore che non hanno mai visto giocare e di cui a malapena conoscono il mito. Ma il dolore pop collettivo ha bisogno del rito per essere perpetuato, e di fronte allo stupore (anche di chi scrive) di qualcuno a cui tutto ciò appare incomprensibile c’è chi, trafugando le parole da qualche stentoreo resoconto giornalistico, oppone, quasi indignato da questo marginale stupore, il “ma lo sai che Pelè ha vinto tre titoli mondiali”? Ma ci pensa Saviano a riportare tutto sul piano della serietà, e con un colpo di classe situato tra la spada e il fioretto, ricorda a Luigi Garlando (che promette di farsi tramite verso tutti noi) il tratto somatico “nero ebano” del compianto fuoriclasse brasiliano, “discendente degli schiavi deportati in Brasile, che fa alzare in piedi milioni di persone, mentre nel resto del mondo ai neri è proibito sposare bianchi, frequentare gli stessi bagni, le stesse scuole.

Una rivoluzione che oggi non viene percepita nella sua potenza davanti alla grandezza del mito sportivo. Per me Pelè è soprattutto questo”. È il trionfo della sineddoche e della metonimia, è la parola usata per coniare pensieri a rimandare ad altri pensieri, magari per farla accomodare sul cuore di chi non vede l’ora di trovare una similitudine comprensibile con i fenomeni migratori provenienti proprio dall’Africa. Sono dettagli a spingere verso costruzioni di metamondi con tutti i connotati possibili, tranne quello della verità. Siamo nel contesto di un grande giornale che, a proposito di Benedetto XVI, risalta in prima pagina l’ossimoro del suo essere stato “l’ultimo conservatore” nonché “apostolo infaticabile della fede e della ragione”. Siamo nel mondo delle parole tirate a caso come dei dadi su un tavolo da gioco, auspicando escano i numeri desiderati. In caso contrario è necessario continuare a confondere, tanto ci sarà sempre qualcuno disponibile a trovare una linea diritta dove ci sono soltanto curve storte e disarmoniche. Un ottimo antidoto all’incomprensibile potrebbe essere rimanere per qualche attimo con lo sguardo attento su “Ivan il Terribile e suo figlio Ivan”.

Ivan IV di Russia ha appena ucciso il suo adorato figlio a causa di un attacco di collera ormai svanito e sostituito da uno sguardo sgomento e incredulo, come se “Il Terribile” non riuscisse a realizzare l’atto che lui stesso ha compiuto. Ilja Repin ha illuminato l’assassino con una luce che sottolinea drammaticamente la colpevolezza ed allo stesso tempo la sopravvenuta, e tardiva, lucidità mentale. Uscendo dal dipinto di Repin, l’auspicio è quello, appunto, di non arrivare troppo tardi nel riconsiderare il significato delle parole ascoltate, delle immagini viste e delle emozioni provate. Passa da questo il futuro del nostro calcio, e non solo del calcio. Facciamo a capirci: la vita non è passare da un funerale all’altro, condividendo lacrime, candele accese e recriminazioni. Tutto accade adesso.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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