Il Torino e il Wolverhampton hanno una storia?

Il Torino e il Wolverhampton hanno una storia?

Loquor / Torna l’appuntamento con la rubrica di Anthony Weatherill: “I tanti soldi sono ritenuti spesso la via più breve per trionfare, e se per questo stiamo imboccando una via di cui non si conosce la stazione finale d’arrivo, poco importa”

di Anthony Weatherill

“Oggi la gente conosce il prezzo

                                                                            di tutto e il valore di nulla”.

Oscar Wilde

 

Nel mito della caverna di Platone, degli uomini tenuti prigionieri con la faccia rivolta verso una parete che proietta ombre, ritengono che quella parete e quelle ombre siano il mondo, ovvero siano la verità. Le ombre proiettate sul muro sono, per il filosofo greco, la fantasia. Il regno dell’opinabile, il punto più basso della conoscenza. Punto più basso perché è una conoscenza illusoria. Se rimaniamo nella caverna, al massimo possiamo passare al secondo grado della conoscenza, cioè la credenza legata agl’oggetti proiettati contro il muro come delle ombre. E la credenza è superiore alla fantasia perché ha un legame  con la verità, in quanto verosimile.

Lo stato emotivo dei tifosi

Spero il lettore perdoni questa estrema sintesi di una delle teorie più celebri di Platone, ma negli ultimi tempi sovente mi è rivenuta in mente osservando gli accadimenti del mondo del calcio. L’ intreccio di passioni forti, cicli che si ripetono, tradizioni sempre più sbiadite, soldi di cui non si conosce il confine della moltiplicazione, sembrano sempre più aver ridotto lo sport più popolare del mondo ad un gioco delle ombre confinato su una parete. Troppi sono i soldi e i giochi di potere in ballo, per poter realmente ritenere di assistere ad uno sport confortati dalla luce del sole. Eppure in quelle poche settimane che dividono la fine di una stagione con l’inizio di una nuova, noi tifosi giungiamo a provare delle vere e proprie crisi di astinenza da quei ventidue uomini in mutande che corrono dietro un pallone all’interno di un prato verde. Stravolti e smarriti da tale crisi, cerchiamo momenti di sollievo nel “metadone” mercato trasferimenti calciatori. Cioè, in modo quasi paradossale vista la nostra evidente condizione di sofferenti, torniamo a rivolgerci al più basso grado della conoscenza: quello della fantasia. Diciamoci la verità con franchezza; non sappiamo quasi nulla sui perché e sui per come un dato calciatore venga acquistato o venduto, ma comunque con la nostra fantasia, quindi con la nostra opinabilità, scioriniamo tutta una serie di giudizi che di certo fanno sorridere chi gestisce le ombre della parete della caverna.

Tifare Toro o Juve

Condanno senza esitazione il sorriso di chi ci ha relegato davanti a delle ombre, perché quello è stato l’inizio di tutta una serie di stravolgimenti di un gioco che aveva delle sue regole e dei suoi riti consolidati nel tempo. Un tempo sostituito da un altro tempo,  al quale in futuro sarà difficile, per i posteri, dotarlo di un nome. Posteri a cui non stiamo lasciando niente, perché siamo presi più da un’ansia di consumare e a dare delle nostre fragili opinioni, che a cercare di essere protagonisti della storia del gioco. Il calcio non è più un istante nel tempo, quindi un frammento del nostro vissuto, ma solo un ologramma da consumare. Noi tifosi siamo cambiati, anche se la passione è rimasta quella di cento anni fa, perché qualcuno ci ha convinto come il nostro sport dovesse, e debba, necessariamente trasformarsi in un industria. Un’immensa società per azioni, dove resta ignota la composizione del consiglio di amministrazione e il suo amministratore delegato. Le ombre sulla parete sostengono, senza che nessuno di noi abbia la voglia e il tempo di smentirle, come una società di calcio quotata in borsa sia, in fondo, un coerente segno dei tempi. Tempi dove la finanza mondiale, ci raccontano le ombre, obbliga aziende e debiti sovrani degli stati a fare i conti con i mercati del denaro digitale. Del denaro che non esiste, ma che pesa come un macigno sulle nostre teste. Bisogna per forza stare sulle piazze finanziarie, a dire delle ombre, perché c’è il rischio di apparire anacronistici se non si accetta quel metodo di raccolta fondi. La massa azionaria collocata sul mercato globale (il mio United è presente alla Borsa di New York), ha spostato il focus dai tifosi ai potenziali, da aumentare a tutti i costi, fruitori di un brand che fa glamour e sensazione. L’obiettivo non è più mettere in piedi una partita di calcio, ma è mettere in scena uno spettacolo. E se un giorno capita di affrontare i “Red Devils”, non è più una sfida con Manchester, con la sua storia e la sua tradizione,  ma piuttosto è la condivisione di uno show. I ferrovieri che diedero vita ad una delle squadre più celebri del mondo, ormai sono stati inghiottiti da tutto il digitale in cui i mercati si specchiano. Questo, pare, sia il vero al quale dobbiamo adeguarci.

Il Boca e la visione di De Rossi

Ma se per un attimo ci voltiamo da quella parete piena di ombre fluttuanti, allora capita di scoprire cose interessanti. Come, per esempio, che la borsa non è una “conditio sine qua non” per essere adeguati al mondo moderno. La “Cargill” e la “Koch Industries”(parliamo di fatturati annui da oltre  100 miliardi di dollari) sono tra le più grandi aziende private degli Stati Uniti, e hanno raggiunto fatturati monstre senza il bisogno di collocarsi in borsa, nonostante operino in un contesto socio/culturale dove l’iper-liberismo economico è più di un sistema di regole per fare soldi, è una visione filosofico/esistenziale. Queste aziende, come la Ferrero per fare un altro esempio, sono la dimostrazione come il capitalismo non abbia un solo volto, e come le cose nella vita non debbano procedere solo con una modalità che “qualcuno” vuole a tutti costi si debba perseguire. Giovani Ferrero, in un’intervista di qualche tempo fa, cercando di spiegare i vantaggi del capitalismo familiare, ha spiegato come le visioni di una generazione, nella nota azienda dolciaria che oggi dirige, vengono portate avanti dalla generazione successiva, “senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento”.

Non devono averla pensata così dalle parti di Wolverhampton (a proposito: in bocca a lupo al Toro per lo scontro contro i “lupi” delle West Midlands), quando nel 2016 si è deciso di vendere la proprietà del club a Fosun International, il più grande conglomerato privato della Cina continentale. Difficile comprendere come le visioni di una delle più potenti società del mondo, che ha fatto della diversificazione industriale e finanziaria la pietra miliare del suo agire, possano combaciare con quella di un club che fu nel 1888 uno dei club fondatori della Football League. Nel mondo della parete piena di ombre, ci si convince che ci si consegna ad un potere indefinito per tornare a vincere, o sperare di farlo. I tanti soldi sono ritenuti spesso la via più breve per trionfare, e se per questo stiamo imboccando una via di cui non si conosce la stazione finale d’arrivo, poco importa. Fa impressione(almeno a me lo ha fatto) come nella presentazione del prossimo incontro dei preliminari di Europa League tra Torino e Wolverhampton praticamente nessuno si sia soffermato sul fatto che si stanno per sfidare due compagini ricche di storia, e di tanto significato per il football. Le vicende del Torino e del Wolverhampton sono tra i motivi per cui da generazioni le persone si tramandano l’amore per il calcio. Invece tutti lì a raccontare in modo ossessivo la differenza dei fatturati, sia in termine di gestione societaria che di campagna acquisti, esistente tra i due club. E’ la distruzione della “storia” che sta avvenendo sotto i nostri occhi, e davanti alla parete dove si proiettano ombre non solo ciò sembra plausibile, ma anche assolutamente accettabile.

Mihajlovic e i 500 dollari di Saputo

La partita tra i Wolves e i Granata sarebbe stata, e potrebbe ancora essere, un’ottima occasione per far conoscere alle nuove generazioni le genesi e gli epici aneddoti di questi due club. Con quanta facilità e superficialità si disperde patrimonio. Ma qualcuno, per fortuna, ha deciso di abbandonare le ombre della parete della caverna, per guardare le cose con la luce del sole. I tifosi dell’Union Berlin, quelli che nel 2008 avevano finanziato la ristrutturazione del loro stadio donando il sangue per dieci euro e lavorando gratis con carriole e cemento, si sono presentati alla loro prima partita in Bundesliga della loro storia con dei cartoncini con su stampate le foto dei loro famigliari scomparsi: “ loro non hanno fatto in tempo a vederlo questo giorno. Ma oggi dovevano essere qui insieme a noi”. I tifosi dell’Union si ritengono davvero una famiglia e il loro stadio si chiama “La Vecchia Foresteria”, perché la squadra per queste persone è il simbolo e il ritrovo di una comunità. Da qui la loro decisione, per protestare contro la logica da multinazionale della RedBull, di restare in silenzio i primi quindici minuti della partita contro il RedBull Lipsia. Alla fine lo Union ha perso 4 a 0, ma quei tifosi con le foto dei loro cari rivolte verso il cielo e il loro silenzio di protesta, ci hanno insegnato come le ombre della parete sulla caverna non siano il nostro unico orizzonte. Ci hanno ricordato come vincere non sia tutto, e come la tradizione non sia solo forma, ma la fondamentale anima di cui si nutre la storia del calcio. Perché, come qualcuno ha scritto, “la tradizione non consiste nel conservare le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma”. Prosit, carissimo Platone.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)

18 Commenta qui

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  1. Gio - 3 mesi fa

    Solo il fatto che una Storia leggendaria come quella del Toro possa essere paragonata a quella onesta ma certo non mitica di quella squadra di provincia, è la dimostrazione che il soldo ha già colpito.

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  2. dattero - 3 mesi fa

    ribadisco,la Ferrero azienda e Ferrero famiglia non ha mai avuto,ha, e avra’ interesse al mondo del calcio.
    non ne hanno assolutamente bisogno

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  3. LeoJunior - 3 mesi fa

    Weatherill come sempre ci da spunti di riflessione molto interessanti e tutti condivisibili. Ogni giorno tocchiamo con mano la follia di un fenomeno che non risponde più ad alcuna logica. La finanza, con le sue logiche, è entrata a gamba tesa innescando un sistema di “carta” pari a quello che si riscontra in altri settori. A me ricorda molto quello immobiliare USA pre crisi. Aumento virtuale dei valori per non far crollare il castello di carte. Ma alla fine crollerà. Che ne dite della corsa a sbolognare i giocatori? Quando inizieranno a registrarsi le prime minusvalenze su acquisti folli? Basta una crepa e viene giù tutto.
    In questo quadro di follia, siamo sicuri di volerci accodare? E’ questo che mi chiedo. Come ogni moda, alla fine ci si stufa. Vale la pena essere in coda ad un gregge di pecore che si stanno dirigendo verso un burrone o forse non è il caso di girare e sperare di essere primi quando si inverte la rotta?
    Non credete che questo calcio alla fine stuferà tutti e si cercherà qualche cosa di diverso. Le mode passano e spesso ci si rifugia in qualche cosa di totalmente diverso. Allora perchè non esaltare la nostra diversistà piuttosto che seguire la massa? Crediamoci noi per primi

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  4. uiltucs.pesar_12159015 - 3 mesi fa

    Ormai stiamo parlando di uno sport simile al wrestling e noi del Toro ci ritroveremo presto come le riserve degli indiani (aveva ragione Mondonico…)

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  5. Rock y Toro - 3 mesi fa

    Non avevo più pensato al mito della caverna, ma leggendo l’articolo ho avuto la sensazione che Platone avesse procrastinato l’avvento della televisione: noi beoti davanti allo piccolo schermo siamo proprio come i prigionieri nella caverna, costretti a guardare cose inesistenti ed illusorie!

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  6. user-13967438 - 3 mesi fa

    Molto bello, interessante e nuovamente di alta qualità.
    Papillon

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  7. bergen - 3 mesi fa

    Perché caro Weaterhill la risposta sta nel suo esordio con il pensiero di Wilde.
    Il calcio attuale è diventato un consumismo senz’anima.
    Sennò quale interista potrebbe essere ancora innamorato di un club che fa sfilare Miss China prima del match (con il massimo rispetto per le sbarbine asiatiche), che è amministrato da un AD ex gobbo e un allenatore ex gobbo pure lui che ha patteggiato le condanne per calcioscommesse.
    Lo sport ha abdicato il suo significato e il suo ruolo.
    È diventato lo specchio di una comunità fondata sul meretricio.
    Quella del capitalismo senza soldi.
    Dello sport senza valori.
    Di un calcio senza un’anima vera.
    Poiché penso che dalle piccole cose si comprendono le grandi, basta andare un sabato a vedere dei bambini di una scuola calcio a caso.
    Le registrazioni delle espressioni dei genitori andrebbero vietate ai minori.
    La dimensione cui fa riferimento lei appare irrecuperabile.
    Perché presuppone conoscenza, cultura, sacrificio, rispetto, dedizione, pazienza.
    Così si può conoscere il valore delle cose.

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  8. charles - 3 mesi fa

    Caro Anthony, un commento sulll’ultima parte del tuo fantastico articolo :
    se parliamo del passato non esiste senza alcun ombra di dubbio un paragone tra le due squadre. Noi siamo stati il mito, la leggenda, gli Invincibili. Una squadra che e’ annoverata tra le squadre piu’ forti di tutti i tempi. Si sono fatti film, scritti libri sul Grande Torino…rispetto parlando anche il Wolves ha avuto la sua storia, senza dubbio ma finisce li’ punto e basta. Il Toro e’ un’ altra cosa….Complimenti per l’articolo, ma vatti a vedere qualche documentario sul Grande Torino e guarda se trovi qualcosa di simile sul Wolverhampton….( mi sembra di averlo scritto giusto )

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  9. FVCG'59 - 3 mesi fa

    Dear Anthony, nella tua precedente rubrica mi avevi lasciato più di qualche dubbio, ed infatti avevo terminato il mio commento con “try again and do it better”.
    Quanto da te oggi pubblicato è invece ineccepibile e personalmente lo trovo molto aderente alla logica del football di oggi: money first! The show must go on…
    Thanks!

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  10. gm - 3 mesi fa

    Chapeau Mr Weaterhill !!!

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  11. gm - 3 mesi fa

    Chapeau, Mr Weaterhill !!
    Grazie ancora

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  12. Mimmo75 - 3 mesi fa

    Perché, allora, Ferrero si tiene lontano dal Toro?

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    1. bergen - 3 mesi fa

      Perché il calcio moderno è un’industria fallimentare.

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      1. Mimmo75 - 3 mesi fa

        “… Giovani Ferrero, in un’intervista di qualche tempo fa, cercando di spiegare i vantaggi del capitalismo familiare, ha spiegato come le visioni di una generazione, nella nota azienda dolciaria che oggi dirige, vengono portate avanti dalla generazione successiva, “senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento…”.
        Il calcio è un’industria fallimentare così com’è governata, ma se Ferrero stesso spiega che con una certa visione si può avere successo grazie al capitalismo familiare….

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      2. Mimmo75 - 3 mesi fa

        La mia domanda è provocatoria. Weaterhill ha inserito questo ed altri esempi per spiegarci che un altro calcio sarebbe possibile. Io credo si sbagli e lo dimostra il fatto che le aziende sane, con valori importanti che le tengono lontane dalle logiche del capitalismo selvaggio e di tutte le sue più o meno lecite conseguenze, stanno alla larga del calcio. Proprio perché è un mondo che ha imboccato una certa via. Sarebbe possibile un altro calcio? Certo, l’Union Berlino è lo a dimostrarcelo ma rappresenta la sintesi di un insieme di elementi eccezionali. Pensare di poter replicare su scala mondiale una complicatissima alchimia del genere è utopistico.
        Credo semplicemente che Weaterhill abbia scritto l’ennesimo bellissimo articolo proiettato però su una dimensione scollata dalla realtà. Da qui la mia domanda: perché Ferrero (e le altre aziende sane) stanno alla larga dal Toro, e dal calcio in generale, se basterebbe avere una certa “vision” per gestire bene una società calcistica?

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    2. alrom4_8385196 - 3 mesi fa

      A Cascine Vica , prima cintura di Torino ,c’era la Pianelli & Traversa floridissima azienda fino alla fine degli anni ’70 ed inizio anni ’80 poi cominciò un rapido declino …………..

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    3. granata - 3 mesi fa

      Perchè è tifoso della Juventus (non è una battuta). Il padre era tifoso (anche socio negli Anni Sessanta) del Toro, ma pensava che il calcio fosse troppo divisivo, ci fosse troppa acrimonia fra i tifosi e che, quindi, la sua azienda potesse essere penalizzata se lui acquistava una squadra. Vedendo alcuni commenti di tifosi (anche su questo sito) nei confronti delle altre squadre non so se dargli torto.

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      1. granata - 3 mesi fa

        Chiedo scusa, il mio commento è rifertito alla domanda posta da Mimmo75.

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