Decameron granata – La prima volta allo stadio: “La ripresa negli anni ’60”

Decameron granata – La prima volta allo stadio: “La ripresa negli anni ’60”

L’iniziativa / La terza puntata della nostra raccolta di novelle tra i lettori

di Marco De Rito, @marcoderito

Cosa narra il Decameron? Narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di varie tematiche. Sull’idea di Giovanni Boccaccio vorremmo strutturare qualcosa di simile insieme a voi. Il Decreto #iorestoacasa ci costringerà giustamente a rimanere nelle nostre abitazioni fino al 3 aprile. E allora perché non sforzarci con la memoria e provare a ricostruire alcuni nostri frammenti di vita rigorosamente granata. Momenti che giacciono nella nostra testa, ma potrebbero tenere compagnia e regalare emozioni ad altri “colleghi di fede”. Come Toro News, vorremmo creare un casolare virtuale granata, sull’esempio di Boccaccio, così come le storie che vorremmo che voi condivideste con noi e con tutti gli altri “fratelli” del Torino. Un modo per tenerci impegnati e per liberarci per qualche momento dei cattivi pensieri. Continuiamo dunque con la terza giornata di novelle e il tema è la prima volta allo stadio negli anni 60.

PRIMA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Al Fila nel ’59, Toro in B ma che bolgia…”
SECONDA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: La prima volta allo stadio: “Quelle emozioni degli anni 70-80”

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Il “Decameron granata”: condividi con noi i tuoi ricordi sul Toro

Non ricordo un giorno o un avvenimento preciso. Credo di essere nato del Toro.

Probabilmente nel ventre di mia madre udivo i suoi spasmi e la voce tonante di mio padre, mentre ascoltavano la radiocronaca di una partita del Toro. Loro avevano già tanto gioito e tanto pianto. Io ancora non sapevo eppure incominciavo ad assorbire.

A scuola giocavo con le figurine dei calciatori. I miei compagni si comportavano come tutti i compagni: Milan, Inter o quell’altra squadra di Torino, per loro era un gioco. Qualcuno cambiava squadra seguendo il vento, qualche altro la rinnegava di fronte alla prima sconfitta. Altri, ma erano i più innocui, per non sbagliare ne sceglievano due o tre.

Noi del Toro eravamo già diversi anche da ragazzini. Spesso sceglievamo il silenzio, non ci andava di giocare: per noi si trattava di una cosa seria. Gli altri compagni avevano i loro idoli e li chiamavano per nome. I nostri idoli avevano addosso innanzitutto una maglia granata da inzuppare con il loro sudore.

Le partite si ascoltavano alla radio, ogni domenica. Il programma si chiamava “Tutto il calcio minuto per minuto” e lo seguivo assieme a mio padre. Era un rito che ci accompagnava ovunque fossimo: in casa, a passeggiare nel parco, in gita sull’auto appena acquistata, in casa di amici. L’ascolto moltiplicava la nostra fantasia e ci aiutava a capire. Ci abbracciavamo e ci disperavamo, io e mio padre.

Quelle poche volte che la radio era negata allora, appena possibile, correvo sotto i portici verso il Caffè Roma che esponeva ben in vista i risultati della schedina, con gli occhi rivolti a un’unica parola. Era un colpo al cuore qualsiasi fosse il risultato. Perché ero pronto ad accettare anche la sconfitta nella speranza che almeno la prestazione della squadra fosse stata all’altezza. All’altezza del cuore.

Ricordo quella volta che, in assenza dei mie genitori, fui ospitato una domenica presso conoscenti in una baita di montagna. Niente radio, niente risultati. Durante quella notte feci un sogno nel quale mi apparve la schedina del totocalcio con un solo risultato: Vicenza-Torino 1-1. Era il 20 novembre 1960, avevo sei anni.

Il giorno seguente scoprii, con stupore, che quella partita era proprio finita così.

La prima formazione che ricordo recitava: Panetti, Scesa, Buzzacchera, Cella, Lancioni, Berarzot, Crippa, Ferrini, Hitchens, Moschino, Facchin.

L’anno dopo la difesa della nostra porta passò al giovane Lido Vieri che divenne subito il mio idolo. Per Natale, Gesù Bambino mi portò la divisa completa (fatta a mano da una sarta, seguendo la foto di una figurina dell’album). Amavo il ruolo del portiere, come spesso succede, perché è un ruolo anomalo, dove chi lo interpreta deve essere un po’ acrobata e un po’ matto. E un ruolo d’artista.

Ma l’anno successivo arrivarono Law e Backer e bastò poco per amarli.

Ancora i ragazzi non usavano tingersi i capelli, eppure io chiedevo a gran voce a mia madre parrucchiera:

«Mamma, fammi biondo come Law!»

*Venne anche il giorno della prima volta allo stadio a vedere il Toro.

Non avevo ancora otto anni. La partita era Torino-Fiorentina, 1 aprile 1962 e non potevo immaginare come quella data potesse avere anche un significato beffardo.

Andai allo stadio con entrambi i miei genitori e due loro amici toscani, tifosi viola. Era una bellissima giornata di sole e lo stadio enorme e gremito ebbe il potere di anestetizzarmi. I miei occhi carpivano immagini che il mio cervello non riusciva a decifrare. Non provavo altri sentimenti che una felicità assoluta.

In verità, Law e Backer si erano già schiantati contro il monumento di Piazza San Carlo. Backer era già forse tornato nel Galles. In classifica, il Toro veleggiava nella mediocrità, ma nulla avrebbe potuto scalfire l’estasi di quel momento.

Facevo oscillare la mia bandierina nel vento e respiravo a pieni polmoni quell’aria di gioia e di festa. Non mi accorsi nemmeno o forse sorvolai sul dettaglio di due goal della Fiorentina segnati nell’ultimo quarto d’ora. Quell’incanto non poteva neppure essere spezzato da una sconfitta, tuttavia non avevo fatto i conti con la crudeltà umana. Infatti, poco prima della fine, uno dei due toscani mi disse, con un sorriso beffardo:

«Puoi anche smettere di sventolare quella bandierina, tanto non ci raggiungete più.»

Fu un colpo al cuore. D’improvviso la magica atmosfera che aveva riempito i miei occhi e la mia mente si dissolse e apparvero gli sguardi straniti del pubblico e nelle mie orecchie penetrarono i fischi dei tifosi delusi. Trattenni a stento la rabbia, ma subito dopo il fischio di chiusura, appena abbandonate le gradinate, proruppi in un pianto liberatorio, senza che mia madre riuscisse a consolarmi.

Perché io non piangevo per la sconfitta, per la brutta prestazione o per la delusione provata. Io piangevo per rabbia verso chi mi aveva svegliato, brutalmente, da quel bellissimo sogno che avevo costruito nella mia mente per vivere appieno una giornata che doveva essere comunque memorabile.

E memorabile lo fu, ma non come avrei desiderato.

D’accordo, ancora non sapevo, e qualcuno più avveduto avrebbe potuto consolarmi, dicendo:

«Benvenuto tra i tifosi del Toro!»

Il lungo viaggio era dunque incominciato.*

Passarono altre stagioni e altri campionati.

Nella stagione 67\68 il Toro svolge la preparazione precampionato a Cuneo. E’ un’occasione unica per vedere i miei idoli da vicino e così più volte prendo il treno e mi reco allo stadio Paschiero per seguire gli allenamenti della squadra.

L’allenatore è Edmondo Fabbri, reduce dalla disfatta della Nazionale dopo la sconfitta con la Corea ai mondiali in Inghilterra. Il Toro (e chi altro?) gli offre l’occasione per riabilitarsi.

Il suo secondo è Enzo Bearzot, futuro commissario tecnico e campione del mondo. Tra i giocatori spiccano il nuovo idolo, Gigi Meroni e poi Nestor Combin, uno scarto dei “Gobbi”, in cerca di riscatto. C’è anche un giovanissimo Aldo Agroppi, oltre naturalmente a capitan Giorgio Ferrini.

Gigi Meroni non è solo un fuoriclasse (durante l’estate i tifosi hanno, di fatto, impedito il suo trasferimento all’altra squadra di Torino), ma un personaggio a tutto tondo, anticonformista, estroso nella vita come sul campo. Nella soffitta di Piazza Vittorio usa il pennello con la stessa abilità con cui tratta sul campo il pallone, disegna egli stesso gli abiti che indossa, si sposta con un’auto d’epoca (una Balilla) e alle volte passeggia in modo provocatorio, lungo i portici di Via Po, con una gallina al guinzaglio.

Avevo scritto un tema a scuola su di lui: immagina di incontrare il tuo idolo preferito, questa era il titolo. Non avevo fatto fatica ad immaginare di essere un giovane cronista a cui Gigi concedeva un’intervista. Avevo raccontato tutto quello che sapevo di lui e ancora di più. La professoressa di Italiano aveva lodato quel mio scritto ed anzi mi aveva invitato a leggerlo davanti a tutta la classe.

Poi venne quella sera. Dopo la vittoria per 4 a 2 contro la Sampdoria, bastò un gesto avventato di Gigi e quell’auto mise fine alla sua vita, ai suoi e ai sogni di tutti i suoi tifosi.

Conservo un ricordo indelebile di quel gelido lunedì, quando, recandomi a scuola e passando davanti all’edicola accanto al campanile del Duomo, mi bloccai di fronte a quella terribile notizia.

Fu un dolore immenso, mai provato: un senso di disorientamento, di paura.

Arrivato a scuola, trovai Cicci, mio vicino di banco e tifoso granata come me, che piangeva disperato e così continuò per tutta la mattina con la testa appoggiata sul banco. Toccò a me, a ogni cambio di ora, giustificare quel suo comportamento con il professore di turno.

Poi vennero gli anni del “tremendismo granata”, così coniato da Giovanni Arpino nonostante la sua fede a strisce. Furono gli anni di Pulici e Graziani, i gemelli del gol, del Poeta del goal Claudio Sala, di Gigi Radice Sergente di ferro, dello scudetto del ‘76. Quel giorno, Torino-Cesena 1 a 1, con l’altra squadra di Torino che perde a Perugia, ero in un letto di una piccola Pensione milanese con una colica in corso. Non riuscii a vedere nessuna immagine in televisione, stavo troppo male. Soffrivo doppiamente e la felicità della vittoria si fuse con il dolore fisico. Una cosa da Toro, insomma. Il giorno dopo acquistai tutti i più diversi quotidiani trovati in edicola, anche quelli della sera.

Seguirono anni bui, la serie B che diventa quasi un’abitudine, poi la risalita sino a oggi. Eppure…

Eppure, la sera, prima di addormentarmi, c’è sempre spazio per un pensiero sul Toro. Come da bambino. Perché per me il Toro è una realtà trasferita in un mondo fantastico.

Gianmario Bonino

Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Quelle emozioni degli anni 70-80”

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Finalmente! Solo per radiolina potevo seguire i granata, ma……finalmente! Mio zio Piero, fiorentino e viola nel midollo, mi invita a vedere Fiorentina-Torino. 3 dicembre 1961. Law e Baker infiammavano la fantasia del popolo granata e figurate voi un sedicenne, granata fin da bambino! Un pullman, mio zio e all’indomani lo stadio. Un sogno? No, no! E’ proprio vero, sono in gradinata in mezzo a tifosi viola vocianti, un po intimidito ma fiero del mio granatismo. La partita? Finale: Viola 2 Toro 0  Pazienza! La partita si era trascinata vivace e combattuta ma i viola erano superiori. Law giostrava da campione; non bastava. A un certo punto all’ennesima magistrale giocata dello scozzese ….. un applauso scrosciò. Tutto lo stadio applaudiva il mio campione. Tutti tranne il sottoscritto commosso per quello spontaneo caloroso omaggio alla classe cristallina di Denis Law. Non credo si fosse già gemellati ma per me iniziò quel giorno il gemellaggio. Da allora andai a veder la Carrarese con il mio amico Derio (viola sfegatato) più contento e solidale, festeggiando assieme le imprese dei viola e dei granata. Finita? NOOO. Nel tardo pomeriggio lo zio mi porta in stazione a Santa Maria Novella sul binario del mio treno. Aspetto. Arriva un tizio; gli somiglia. Sarà? Non sarà? Ma si, certo! Mi avvicino con il biglietto in mano e chiedo timido l’autografo. Quello sorride ma è senza penna. Chiama gli altri. Law Baker e tutti firmano quel biglietto e gentili mi danno la mano, quasi a ringraziare. Qualche gioia e tante delusioni segnano la vita sportiva di un granata, ma le nostre gioie sono davvero speciali!

Giovanni Faggioni

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Carlo, il bidello della mia scuola media, mi venne a caricare al mio paese con la 600 e partimmo direzione Torino. Non ricordo se facevo prima o seconda media, ma ricordo perfettamente che giocavamo con il Cesena di Schachner, che tra l’altro l’anno dopo venne proprio al Toro, l’emozione era forte la gioia incontenibile.Arrivammo a Torino dopo quel lungo viaggio (60 km a scollinare sue giù per le strade) e per la prima volta vidi il Comunale. Grandissimo, enorme, mastodontico, bellissimo, chi l’avrebbe mai pensato di vedere dal vivo una partita del mio Toro… il mio sogno si era avverato. Entrarono in campo i giocatori,iniziò la partita, la Maratona vista dalla tribuna era a dir poco immensa, tremavo a sentire i cori che rimbombavano nelle mie orecchie, il cuore mi batteva fortissimo e già mi immaginavo l’esultanza  che avrei avuto quando il Toro avrebbe segnato. Vidi tutta la partita come se mi trovassi in un’altra dimensione, fino al novantesimo,e li mi resi conto che la partita sarebbe finita zero a zero. La mia prima partita quindi, fu dettata subito da una mezza delusione,non avevo visto nemmeno un goal, ma le emozioni ,la tensione, la gioia che provai quel giorno fu indescrivibile e ancora oggi ringrazio Carlo, il bidello che mi fece innamorare del Toro!
Giancarlo operaio di Conzano
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