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Lotito e il diritto della Salernitana

RIYADH, SAUDI ARABIA - DECEMBER 21:  SS Lazio President Claudio Lotito looks on during the training session at the Al Shabab stadium of Sunday's Italian Supercup match against Juventus  on December 21, 2019 in Riyadh, Saudi Arabia.  (Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Torna Loquor l'appuntamento con la rubrica a cura di Carmelo Pennisi

Carmelo Pennisi

“L’umanità tratta il mondo

come una cosa da buttar via”.

Gunther Anders

Quando Karl Marx scrive come nel capitalismo l’uso delle cose non sia il suo vero valore, ovviamente non può prevedere l’avvento né del calcio, né di presidenti come Claudio Lotito e Aurelio De Laurentiis. Non conoscendo il gioco più seguito al mondo, il politologo, sociologo e filosofo di Treviri non ha elementi per immaginare l’impunità nel relegare al ruolo di una qualsiasi merce una squadra di calcio. E nel processo dell’accumulazione del capitale, le merci, si sa, hanno significato solo se si può speculare su di esse. In tale contesto non si ha più valore in quanto si è, ma solo se si è permutabili con qualcosa o qualcuno. Detto in parole povere: si ha senso esclusivamente se si può generare denaro. C’è un processo di “inculturazione” che sta andando avanti da tempo nel calcio nostrano, un tentativo assai maldestro di definire “evoluzione dei tempi moderni” personaggi giunti a possedere due squadre di calcio. Prima della legittimità legale, è la legittimità sociale la questione più preoccupante. La “weltanschauung” odierna ascrive alla normalità un De Laurentiis proprietario di due club calcistici, qualcuno arriva a prefigurarlo persino un risvolto geniale di una pratica imprenditoriale. Ciò avviene perché in questo disgraziato mondo post moderno a primeggiare c’è “l’intelligenza binaria” (tipica dei computer), piuttosto che “l’intelligenza problematica”. Mancando la problematicità tutto si riduce ad un gioco di persuasione, ovvero a quanto siano capaci i mezzi d’informazione e culturali a convincere dell’assoluta necessità di alcuni cambiamenti. Non si ha più una visione d’insieme, perché tutto si deve ridurre, nel processo del pensiero binario, ad un sì o ad un no. Qualsiasi cosa si ponga tra noi e la semplificazione della realtà, è scartato automaticamente. Per cui De Laurentiis e Lotito che si comprano il Bari e la Salernitana sono più visti come dei magnifici sacerdoti del sì e del no, che come degli speculatori su un bene comune, una squadra di calcio, ormai trasformatesi da simbolo di una comunità a merce. Si è di fronte a quello che il filosofo Gunther Anders individua come la patologia più grave del nazismo, ovverossia la convinzione di essere responsabili solo della nostra mansione, più che degli effetti della sua azione.

Se siamo disperati che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo”, scrive Anders, stupito dai cambiamenti anomici accettati dal soggetto post moderno. Ed ecco, quindi, la stampa scambiare la furbizia levantina e mercantile dell’Aurelio nazionale nell’acquisire il Bari, come “mossa di grande acume politico, accaparrandosi sotto la sua lente strategica le due società di calcio più importanti del sud”. Cosa non si arriverebbe a dire pur di omaggiare il nuovo potente di turno, lo si immagina addirittura nelle vesti di Camillo Benso Conte di Cavour mentre firma con l’Imperatore francese gli accordi di Plombieres, nella strada disegnata per realizzare l’indipendentismo italiano. De Laurentiis/Cavour compra il Bari per realizzare una sorta di rivincita neo borbonica contro lo strapotere delle società del nord. Nell’intanto in cui si preparano i piani di questa rivalsa in salsa meridionale, a Bari, il vecchio marpione di ciò che è rimasto del glorioso cinema italiano del tempo che fu, spedisce il figlio Luigi, perché i rampolli primogeniti meglio svezzarli nella provincia dell’impero. Verrebbe solo da ridere se queste cose non fossero state scritte sui giornali e se non stessimo parlando di cose serie. E se il Bari, un giorno, dovesse arrivare in Serie A? A questa domanda sta provando a rispondere Claudio Lotito, che entro il 25 giugno dovrà affrettarsi a vendere la Salernitana, perché è stato stabilito come in unica Serie la multiproprietà di squadre non vada per niente bene. Se la società campana non dovesse trovare un nuovo proprietario  per quella fatidica data, addio all’iscrizione in Serie A; così almeno ha tuonato il presidente federale Gabriele Gravina. In attesa di scoprire cosa uscirà dal cappello dei soliti pasticci da osteria a cui ha abituato la classe dirigente italiana, si provi per un attimo a metterci nei panni dei poveri tifosi salernitani. Ci si soffermi sul loro diritto, acquisito sul campo, di poter giocare in Serie A, se ancora il pensiero binario lo consente. E’ sorprendente come i fenomeni posti negli anni sul trono di Via Allegri (sede della FGCI), non abbiano riflettuto adeguatamente come nel calcio si giochi per vincere, e quindi come dei bravi presidenti, magari padroni di 4 club(perché no?), possano portare nella stessa Serie tutte le squadre di loro proprietà. Riescono perché sono bravi, e quindi, secondo la logica del neo liberismo universalista, liberi di agire come vogliono con le merci di loro proprietà. Anche perché le merci non sono il fine, ma il mezzo, quindi cosa importa se vengono sballottate a destra e a manca nel nome del fine per cui nella società dell’intelligenza binaria  si vive, si pensa, si muore: il denaro. Ed è in questo “equivalente generale”, direbbe Marx, in cui i club calcistici devono confrontarsi.

La società occidentale, in tutto l’ottocento, ha provato ad opporsi a tale “equivalente generale” su cui riflettersi, ha cercato di porre la questione della violenza esistenziale del denaro, che stava per abbattersi sulle generazioni a venire. “Il Capitale” di Karl Marx e la “Rerum Novarum” di Leone XIII, pur nelle loro logiche e grandi differenze, sottolineano le conseguenze sociali di un denaro in procinto di abbandonare definitivamente il conio metallico, per abbracciare prima la banconota e poi la sempre più presente e onnisciente moneta virtuale(ma quest’ultima fase Marx e Leone XIII non potevano prevederla). Nel virtuale finisce ogni tipo di problematicità, perché se sulla moneta di metallo c’era il volto del sovrano e sulla banconota la firma del governatore di una Banca Centrale, teoricamente gente con cui ce la si può prendere, sulla moneta virtuale c’è solo una promessa digitale sulla sua esistenza. La moneta virtuale è lo schiaffo definitivo ad ogni tentativo rivoluzionario, è prendere a sberle i Robin Hood di ogni tempo. Oggi non si rapinano più diligenze carichi di paghe per minatori o militari, oggi si derubano i beni comuni elevati a strumento per procurarsi ciò che non si può rubare: la ricchezza virtuale. E’ la semplificazione finale della sempiterna lotta tra guardie e ladri, è l’impossibilità di giungere a qualsiasi verità. “Senza verità – scrive Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in Veritate”- l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società”. Il denaro elevato a fine, consente a gente come De Laurentiis e Lotito di “derubare” l’indipendenza di club calcistici, sopprimendo il loro  diritto a non essere ridotti a centro d’interessi e di potere. La difesa della verità, imporrebbe una lotta senza quartiere a chi ritiene di poter far soldi sul calcio senza porsi nemmeno un perché, senza mettere al centro di tutto un perché. Le modalità con cui oggi si fanno soldi con il calcio, stanno mutando la qualità del calcio stesso, con una mutazione genetica in corso di tutti i suoi rapporti sociali e culturali. Non c’è una ragione sportiva, quindi etica, per cui uno stesso soggetto possa disporre della proprietà di due squadre di calcio. Non c’è una ragione cresciuta all’ombra della filosofia del diritto per cui ciò possa essere permesso giuridicamente, e quindi dargli una parvenza di legalità. Eppure questo sta succedendo sotto l’indifferenza generale, perché nella semplificazione sta avvenendo una polverizzazione di tutto il mondo conosciuto, e lo si sta vendendo come un processo di modernizzazione.

Lotito e De Laurentiis possono giocare con la sacralità del calcio, perché il sacro ormai è andato via  da esso da un pezzo. E’ il prezzo pagato dalla contemporaneità all’intelligenza binaria, dove persino l’idea di Dio si è appannata fino a quasi scomparire. Dio non può vivere in un sì o in un no, ha sempre bisogno di un forse, per porre continuamente domande a cui si dovrebbe provare a rispondere. Dio non è morto a causa della sua negazione, ma si è estinto nella semplificazione di ogni tipo di problematicità. Esiste, per dirla alla Gunther Anders, un “totalitarismo morbido” dedito alla costruzione di individui conformisti, che collaborano euforicamente alla defraudazione delle proprie qualità individuali. La Salernitana giocherà in Serie A? la storia, a breve, chiarirà la questione; ma a prescindere da come andrà a finire il prezzo che il calcio sta pagando all’intelligenza binaria è altissimo. “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo”, scrive Wolfgang Goethe nel “Faust”, prefigurando una possibilità di salvezza anche nelle più sottili tentazioni. Non si smetta di cercare, non si smetta di lottare, non si smetta di interrogarsi; si abbia la forza di dire ai De Laurentiis e ai Lotito di turno, che la loro bravura possono tranquillamente andarla ad esercitare da qualche altra parte. Lascino in pace il calcio. Amen.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.