Decameron granata – La prima volta allo stadio: “L’inizio della sofferenza”

Decameron granata – La prima volta allo stadio: “L’inizio della sofferenza”

L’iniziativa / La quarta puntata della nostra raccolta di novelle tra i lettori

di Redazione Toro News

Cosa narra il Decameron? Narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di varie tematiche. Sull’idea di Giovanni Boccaccio vorremmo strutturare qualcosa di simile insieme a voi. Il Decreto #iorestoacasa ci costringerà giustamente a rimanere nelle nostre abitazioni fino al 3 aprile. E allora perché non sforzarci con la memoria e provare a ricostruire alcuni nostri frammenti di vita rigorosamente granata. Momenti che giacciono nella nostra testa, ma potrebbero tenere compagnia e regalare emozioni ad altri “colleghi di fede”. Come Toro News, vorremmo creare un casolare virtuale granata, sull’esempio di Boccaccio, così come le storie che vorremmo che voi condivideste con noi e con tutti gli altri “fratelli” del Torino. Un modo per tenerci impegnati e per liberarci per qualche momento dei cattivi pensieri. Continuiamo dunque con la terza giornata di novelle e il tema è la prima volta allo stadio.

PRIMA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Al Fila nel ’59, Toro in B ma che bolgia…”
SECONDA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: La prima volta allo stadio: “Quelle emozioni degli anni 70-80”

TERZA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “La ripresa negli anni ’60”

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Il “Decameron granata”: condividi con noi i tuoi ricordi sul Toro

Era l’11 ottobre 1959, il Toro aveva da poco iniziato  il primo campionato di B della sua storia, solo 10 anni dopo Superga, e la Società aveva deciso di ritornare a giocare al Filadelfia, come poi avvenne mi sembra per un altro paio di stagioni, anche in serie A.

Un anno o poco prima – non ricordo esattamente – io avevo domandato a mio padre come si facesse a tifare per il Torino visto che perdeva quasi sempre; allora mi aveva raccontato di “Quelli là”, di un aereo caduto, e che da quel giorno lui – prima tifoso come tanti – non poteva che essere del Toro: già lì in me era scattato qualcosa e così, alla quarta giornata del campionato successivo, decise di portarmi per la prima volta a respirare l’atmosfera di uno stadio tutto granata.
Ricordo che dal giornale mi copiò la formazione  su un foglietto, in modo che potessi riconoscere i giocatori (vado a memoria): Soldan, Scesa, Cancian, Pellis, Lancioni Bonifazi…

Andammo in curva, e se non ricordo male proprio in quello spezzone lato via Filadelfia ancora rimasto in piedi. Lo stadio era pieno, e la cosa già mi impressionò. Ma ciò che mi colpì di più, fu il calore della gente e poi l’entusiasmo al pareggio di Virgili (finì infatti 1-1), che naturalmente io quasi non vidi, essendo piccolo e avvenuto sotto la curva opposta..

Di fronte a tutto questo, rammento benissimo che continuai a pensare, anche dopo essere tornato a casa: “Ma se queste persone, che tutte quante avranno visto giocare sullo stesso campo il Grande Torino, sono così contente per un pareggio, in casa, in serie B, questa squadra deve avere per forza qualcosa di speciale, di magico, deve essere diversa da tutte le altre squadre del mondo…”.

Non mi ero ancora reso conto d’aver preso il virus, e che non mi avrebbe abbandonato più.

Dino Angelotti

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Correva l’anno 1971, ed al compimento del mio 16° anno, mio padre mi regalò il biglietto (il primo che conservo ancora) per il derby. 

Sono diventato GRANATA, grazie ad uno zio, che sin da bambino mi ha introdotto alla storia del GRANDE TORINO. Riuscendo, per mia fortuna, a plasmarmi monocolore!

Tutto entusiasta del regalo, ho sfidato il professore più tremendo dell’istituto che frequentavo, giocandomi la sufficienza al primo trimestre in caso di vittoria, contro l’essere interrogato ad ogni lezione!

Quella domenica pomeriggio credo di aver vissuto le più forti emozioni della mia vita. Entrare per la prima volta al Comunale, infilarsi in quella marea di gente, grazie agli spintoni di tre marcantoni con funzione di apripista, il prato verdissimo, le coreografie e i cori.

All’ingresso in campo delle squadre, il cuore batteva fortissimo. Finalmente dopo tanta attesa si comincia, e cominciano subito i guai….segna Anastasi e mi crolla il mondo addosso. Col passare dei minuti il Torino prende campo e sul finire del primo tempo guadagna una punizione dal limite dell’area sulla sinistra, proprio sotto il settore 24 dei distinti centrali, dove eravamo. Il più anziano dei tre marcantoni sentenzia: “Sa tira Ferrini, ai lu buta antdrinta, vlu disu mi!”

Mai profezia fu più azzeccata, finalmente pareggio e lì, il morale risale notevolmente.

Purtroppo sul finire della partita si completò la mia disfatta personale e calcistica con il gol di Bettega.

Per la scommessa vi garantisco che ho patito le pene dell’inferno, ma non ho mai cambiato bandiera.

Sempre forza TORO.

Luigi Carlo CAMIA

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Beh, che dire, ormai sono passati quasi 11 primavere dal mio battesimo, a benedirmi furono Rolando Bianchi e Cesare Natali. Un Torino-Catania d’altri tempi, o forse no, vista la situazione attuale, finì 2 a 1 per noi.

Un dettaglio che mi salta in mente, ogni volta che ci penso, è la pioggia battente che irrigava l’ex Olimpico. Mi trovavo in curva primavera con mio papà e un amico di famiglia. A fine partita, alla veneranda di 5 anni, mi preoccupai solo per i giocatori, continuavo a ripetere: “Poverini, si bagnano tutti”, tra le risate. Penso che sia stato uno dei momenti più importanti della mia vita, potevo considerarmi ufficialmente granata, per me il Toro adesso non è più semplice tifo, come dice il caro Liboni: “E’ una seconda pelle”, ma non solo, rappresenta dei valori da seguire, qualcosa in cui credere, a cui aggrapparsi anche nei momenti bui, la luce in fondo al tunnel, anche quando quella della squadra è più fiacca della mia.

Da quel momento fui credente, ma probabilmente lo ero già in fase embrionale. Non dimenticherò mai il gol di Cesarone al volo di mancino, ma ciò che mi rimase più impresso fu la frase di un’anziana signora fedele che prima del match disse al mio babbo con tono scherzoso: “Poverino, dovrà soffrire per tutta la vita” e lui rispose: “Stia tranquilla che è pronto”. Perché granata si nasce, non si diventa.

Edoardo Paoletta

 

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