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CULTO

Il mare dentro: elogio di Lido Vieri

Lido Vieri

Torna Culto, la rubrica di Francesco Bugnone: "Gli anni '60 del Toro sono stati begli anni, molto granata, con giocatori splendidi e attaccati alla maglia. Uno di questi lo abbiamo avuto in porta per tutto il decennio ed è un granata vero"

Francesco Bugnone

31 marzo 1968. Il Toro ospita l’Inter privo di cinque titolari, ma si prepara a disputare una di quelle gare che entrano di diritto dell’epica granata. La prima occasione è nerazzurra, ma sul tiro di Mazzola Vieri salva in due tempi. Pochi istanti dopo Agroppi, dopo aver vinto di volontà un duello con Santarini, viene steso in area dal libero nerazzurro. Poletti trasforma il successivo calcio di rigore. E’ il 18’. Passano centoventi secondi e un grandissimo gol di Combin, finta sull’avversario di destro e sventola mancina, vale il raddoppio.

Lido Vieri nasce a Piombino il 16 luglio 1939, i genitori sono dell’isola d’Elba. Il mare ce l’ha scritto nel destino, anzi ce l’ha proprio dentro. Gioca a pallone, ma sogna di imbarcarsi e sta quasi per farlo quando nella sua storia entra il Toro e, al tempo stesso, lui entra nella nostra. A Gianni Mura, in un’intervista memorabile, racconta che è tutta “colpa” di un ristorante, da Otello, sull’Aurelia. Cibo ottimo visto che si fermavano persone di tutti i tipi e di tutte le estrazioni sociali per gustarlo. Un giorno il dottor Lievore, che si occupa del settore giovanile granata, si siede a quei tavoli e in quel momento c’è anche un farmacista, il dottor Biagi, presidente della Venturina, dove giocava Lido. Segnalazione, provino, Toro.

L’Inter, ovviamente, non ci sta. I ceffoni sono forti, ma bisogna reagire all’onta portata da un Toro giovane, con addirittura due esordienti assoluti come Carlet e Crivelli. Facchetti, al 26’, incorna in rete un calcio di punizione di Corso. Gara riaperta, ma non molliamo. Combin reclama un calcio di rigore verso il termine della frazione che diventa un’inspiegabile calcio a due in area. Fine del primo tempo.

Al Toro Lido fa in fretta a farsi amare sia perché è fortissimo e talvolta spericolato, sia per il carattere caldo. Ha coraggio nelle uscite, cerca sempre di bloccare la palla. Quando si respinge, sempre laterale. Vieri è innamorato dell’unicità del ruolo. Para a mani nude, con le stesse mani si getta sui piedi degli attaccanti, becca calci, para sventole e ci rimette praticamente un mignolo che, rotto, ha preferito non ingessare pur di non perdere la possibilità di interpretare quel ruolo unico e splendido che è quello del portiere ogni domenica. Meglio legarlo all’anulare. Nel 1962/63 vincerà il premio Combi come miglior portiere.

Le squadre tornano in campo per il secondo tempo. L’Inter si getta subito in attacco e al 58’ Trebbi colpisce con la mano in area. L’arbitro Bernardis assegna il rigore ai nerazzurri. Dal dischetto va Domenghini, una delle più forti ali del calcio italiano di tutte le epoche, uno che nei piedi ha il tritolo. Di lì a qualche mese salverà l’Italia contro la Jugoslavia con un bolide dei suoi nella prima finale dell’Europeo ’68. Parte il tiro, Vieri para. Si resta sul 2-1.

Vieri è uno che si fa rispettare, si sa difendere e difende i compagni. Guai, per esempio, a chi tocca Meroni, difeso come se fosse una reliquia dai suoi. Chi fa un fallo di troppo a Gigi se, durante la partita, si ritrova impegnato in una mischia in area granata un colpo da Lido, probabilmente, se lo prenderà. Lido è anche un figo della Madonna, ha qualcosa di Raf Vallone, che di granata ne sa anche lui, piace molto. Ma di questo parleremo tra poco. Una delle cose più belle che ha è il soprannome che gli viene dato dai tifosi del Toro: “Pinsa”, ovvero “pinza”, lo stesso di Bodoira, portiere che nel 42/43 fece l’accoppiata campionato-coppa Italia, dando il via alla serie di vittorie del Grande Torino.

L’Inter continua a premere e il pareggio arriva 5’ dopo il rigore fallito. Punizione che Suarez tocca a Domenghini, la botta è fortissima e il rigore fallito è riscattato. Torino 2 Inter 2. Il pari sarebbe forse il risultato più giusto, ma si sa che, col Toro di mezzo, giusto e sbagliato diventano soltanto concetti che fanno innervosire.

Un Vieri tanto grande in granata non poteva non interessare l’azzurro, ma lui della Nazionale avrebbe fatto a meno. Lo dice esplicitamente: l’Italia gli toglieva tempo per il suo mare, dove tornava appena poteva. E poi per cosa? Per fare il secondo, se non il terzo? Quattro partite giocate e un solo gol subito sono una buona media. Vince l’Europeo 1968 e arriva secondo ai mondiali del 1970 senza disputare un minuto. C’è una foto in cui Valcareggi posa accanto a Rivera e Mazzola e, sullo sfondo, Vieri che legge “La noia” di Moravia sulla sdraio. I libri sono alleati per battere la noia dei ritiri, lo saranno anche per andare avanti in tempo di lockdown come avrà modo di raccontare a Il Giornale in un’altra bella intervista.

Il Toro è stanco, ma al 71’ ha un sussulto d’orgoglio con Combin che si invola sulla sinistra e crossa per la testa di Facchin. Sarti compie quella che la Stampa definisce “una parata eccezionale” e devia la sfera vicino al montante. Si rimane sul risultato di parità, le mani nei capelli, la sensazione che la partita avrebbe potuto nuovamente tingersi di granata e invece no.

In Messico a Vieri capita un’avventura particolare. Uso direttamente le sue parole, dalla succitata intervista a Mura: “da Valcareggi avevo già ottenuto una sorta di libera uscita. Già all'arrivo c'erano file di ragazze tifose fuori dal nostro albergo. Lido, ci tolgono tranquillità, fai come vuoi ma pensaci tu. Ci pensai eccome. Finché non vidi una ragazza favolosa, bruna, che girava su una Mustang rossa. Occhiate reciproche, colpo di fulmine, m'invita a casa sua. Casa è dire poco, una specie di castello in mezzo a un immenso giardino, militari all’ingresso. Era la figlia del vicepresidente. Del Messico, non della federcalcio. Una famiglia molto alla mano, dopo qualche giorno entravo e uscivo a tutte le ore. Graciela mi disse che era troppo giovane per avere la patente, guidava senza. Un pomeriggio, dopo aver visto che c'era una bella sala cinematografica con comode poltroncine, invitai tutta la squadra a vedere un film italiano, non ricordo il titolo. Credevo che certe cose potessero succedere solo in Svezia, almeno così si vociferava, quanto a libertà di comportamento. Fu bello tutto, e non dolorosa la partenza, sapevamo tutti e due perché era cominciata e quando sarebbe finita”.

Manca un quarto d’ora alla fine e l’Inter usufruisce dell’ennesimo calcio di punizione. Come nel primo tempo lo batte Corso, come nel primo tempo è Facchetti ad andarci di testa e come nel primo tempo il pallone si gonfia. L’Inter è in vantaggio per tre reti a due.

Le mani di Vieri sanno anche tirare pugni, come quelli che spaccano la porta dello spogliatoio quando riceve la notizia del passaggio dal Torino all’Inter. Sulla carta è un miglioramento, in nerazzurro andrà a vincere anche il suo unico scudetto con una grande rimonta sotto la guida di Invernizzi, subentrato a Heriberto Herrera. Nel cuore non lo è, per uno che, oltre ad avere il mare dentro, ha il Toro addosso. L’Inter poi lo scaricherà in maniera discutibile, con la scusa del fare ombra alla crescita di Bordon, ma gli concede la lista gratuita solo quando non può più accasarsi in una squadra di A. Allora va a Pistoia, è l’estate del 1976, serie C. E’ proprio di quel periodo una bella intervista fattagli da Adriano De Zan per la Domenica Sportiva, dove mostra subito la sua voglia e la sua determinazione. I toscani vincono subito il campionato guidati da Bruno Bolchi, vecchio cuore granata anche lui e compagno di Lido negli anni ’60. L’anno successivo si salvano in cadetteria e nel 1979/80 saliranno addirittura in serie A, ma “Pinsa”, nelle ultime due stagioni, non scende più in campo. Però nel 1980/81 c’è eccome per il debutto in massima serie dei toscani, ma nelle vesti di allenatore.

Finale col Toro tutto in attacco e l’Inter pronta a sfruttare le praterie in contropiede, ma il quarto gol sarebbe troppo, non si può accettare. Vieri non lo fa, interrompe un attacco di Domenghini, forse guarda il tabellone e capisce che il tempo sta scadendo o è scaduto. Guarda se c’è qualcuno meglio piazzato, poi decide che a volte bisogna fare da soli. Mette giù il pallone e si getta in avanti.

Il destino ama divertirsi e così la prima in panchina di Lido Vieri è contro il Toro. All’ingresso in campo va a stringere la mano a tutti i componenti della panchina granata e per poco la Pistoiese non strappa un punto: ci crede quando viene espulso Pecci a inizio ripresa, ma un gol da cineteca di Pat Sala, al volo dal limite, regala i due punti ai granata. E’ l’anno di Luis Silvio, oggetto di fin troppe le leggende metropolitane, e l’Olandesina, chiamata così per le maglie arancioni, sembra essere la sorpresa della massima serie. Alla settima giornata Edmondo Fabbri, come d.t., affianca Lido e lo zenit sarà la vittoria in casa della Fiorentina al tredicesimo turno. “Il merito è della mente”, riferito a Mondino, già suo tecnico, è ciò che dice Lido al termine della gara che porterà i toscani al sesto posto in classifica. La Pistoiese, da lì in poi, non vincerà più e retrocederà da ultima in classifica.

Vieri scatta in attacco. Sono attoniti i compagni, sono attoniti gli avversari, il pubblico è a bocca aperta, il Comunale è una bolgia. Una figura nera corre fra granata e nerazzurri che sembrano intimiditi, non si fanno sotto. Lido supera un avversario, è nella metà campo interista, la Maratona è alle spalle, sembra sospingerlo. Vieri avanza rabbioso, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Forse ripensa proprio a quando iniziava a tirare i primi calci e nel primo tempo faceva la punta per andare in gol, mentre nel secondo giocava in porta per difenderlo.

Prima o poi i marinai tornano a casa. Il Toro è casa. Nel 1989/90 fa il vice, poi passa ad allenare i portieri. E’ l’epoca di Mondonico, con Vieri Marchegiani cresce tantissimo fino a diventare quel giocatore di caratura internazionale che conosciamo. Non poteva essere diversamente se del buon materiale viene dato in mano a un preparatore così. Nel 1994/95 si siede sulla panchina granata nell’interregno fra Rampanti e Sonetti, altro piombinese. Vinciamo 2-0 a Foggia in dieci con doppietta di Rizzitelli. Vieri va in sala stampa con pochissima voce, quattordici anni dall’ultima panchina sono tanti, poi torna a dedicarsi ai portieri, in particolare a Pastine che lui difende dalle critiche e su cui punta a occhi chiusi. Il rigore parato nel derby a Ravanelli e, qualche anno dopo, le parate decisive per la promozione in A del Mondonico-bis gli daranno ragione. A volte Vieri viene richiamato a subentrare in panchina per situazioni impossibili come per tentare la disperata salvezza 1995/96 o la ancor più difficile promozione 1996/97, ma le cose sono ormai tragiche. Lui chiede principalmente la lotta, sa che cosa vogliono i tifosi del Toro, sa cosa vuole lui, però sono squadre in caduta libera, ci si può fare poco.  Si accetta per amore e si soffre ancora di più. Nel 1997 il Toro perde 3-0 a Genova con due espulsi e Vieri, giocando sul cognome dell’arbitro, dice che non si può mandare un Pellegrino qualsiasi ad arbitrare queste partite. La Lega non ha il senso dell’umorismo e, complice qualche parolina di troppo detta anche a fine gara, lo squalifica. Dopo queste due parentesi torna sempre ai suoi portieri e ci rimarrà fino al 2004.

Una foto emblematica, dietro la porta dell’Inter, immortala Vieri ormai giunto al limite dell’area avversaria, con alle sue spalle la sua porta lasciata sguarnita. Una cosa da poster. Al momento clou Lido riscopre l’altruismo, cerca il triangolo col Corni, ma la palla non gli ritorna. Avrebbe potuto essere il primo gol in serie A su azione di un portiere e per di più di piede, dopo un’azione pazzesca. Sarebbe stato in anticipo di ventiquattro anni rispetto al colpo di testa di Rampulla in Atalanta-Cremonese. Vieri torna indietro, l’arbitro fischia la fine. Il giornalista che, sul Corriere, parla di tentativo “patetico”, nel senso di commovente, non ha capito molto. Non ha capito che quello è stato l’ultimo tomahawk tirato da un gruppo di indiani che non si arrende mai, con l’ultimo grammo di forza e di rabbia in corpo. Quel filmato lo vidi sulla Rai tanti anni fa. Purtroppo su YouTube non c’è ed è un peccato.

Lido torna al mare, ma non il “suo”, quello calabrese, scoperto per amore della donna che ha sposato. Non è nato lì, credeva che l’unico mare che avrebbe amato sarebbe stato quello toscano e invece ne ha incontrato un altro stupendo. Forse perché l’amore per il mare è così sconfinato che quando si vede un distesa d’acqua simile il “mio” e il “tuo” spariscono. Il mare è la sua vita, così come il Toro, dove, sempre parole sue, è entrato ragazzino ed è uscito uomo, quel Toro che, racconta, non riesce ad andare a vedere dal vivo, perché soffre quando perde e sì, anche a vederlo in tv soffri lo stesso, ma almeno non hai davanti le facce tristi dei tifosi, dei tuoi tifosi, che ti fanno venire ancora di più il magone. Ti voglio bene, Lido.

Trenta giugno 1968, girone finale di Coppa Italia, ultima giornata. Milan e Toro sono appaiate in testa a quota sette. Andiamo a San Siro contro l’Inter, il Milan gioca a Bologna. Fossati si spinge in avanti e ci porta in vantaggio al 17’, poi l’Inter va all’attacco e Vieri para praticamente tutto. Quando non ci arriva ci pensa Trebbi sulla linea, come su un colpo di testa di Facchetti. Allo scadere del tempo Combin si invola solitario in contropiede e raddoppia. C’è ancora da soffrire, al 55’ Suarez colpisce una traversa su punizione, sul rimbalzo, Achilli potrebbe riaprirla. Vieri è a terra, ma no, oggi non si passa: “con una contorsione da acrobata si rigira e riesce a parare in presa”. Il Milan dell’ex Rocco perde 2-1, il Toro di Edmondo Fabbri vince il suo primo trofeo dopo Superga, giocherà la Coppa delle Coppe e poco importa se non può alzare materialmente la coppa verso il cielo perché l’incertezza della giornata finale ha impedito la premiazione. La coccarda sul petto è nostra, proprio la stagione in cui Meroni è volato via. Le mani sulla coppa sono anche quelle di Vieri, che si riprende con gli interessi quel gol mancato, che lo ha fatto entrare comunque nella storia, di pochi mesi prima.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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