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Interrompere il nastro – Storia del Toro 1987/88 parte 1

Interrompere il nastro – Storia del Toro 1987/88 parte 1

Quello del 1987/88 fu un Toro che partì nello scetticismo generale, ma che, col passare delle partite diventò più Toro che mai in un mix tra giovani, senatori e nuovi acquisti che capirono subito dov'erano finiti

Francesco Bugnone

Non volevo parlare della stagione 1987/88. O meglio, non volevo farne una cronistoria, limitandomi a evocare alcune delle partite più iconiche, come fatto col 3-2 a Napoli in Coppa Italia o col 4-1 alla Samp, quando Polster si mise Vierchowod nel taschino. Non volevo parlarne, perché mi faceva troppo male ricordare il finale con la doppia delusione della finale di Coppa Italia persa ai supplementari e della sconfitta ai rigori nello spareggio Uefa.

Poi ho avuto la fortuna di parlare con Ezio Rossi durante una trasmissione e riferendosi a quell’anno l’ha definito quello con la squadra più “da Toro” in cui ha giocato, partita in un clima di scetticismo, con pochi abbonati, ma che ha saputo comunque portare gente allo stadio coi risultati e con le prestazioni. Allora mi sono convinto, perché un Toro così Toro non può essere lasciato da parte solo per un finale sfortunato, va raccontato, perché è un Toro giovane, pieno di ragazzi del Fila, capace di giocarsela con tutti ed è anche l’ultimo bel Toro di Gigi Radice. E se la fine fa star male, siamo sempre in tempo a interrompere il nastro.

In sede di mercato la diffidenza la fa da padrona. Sergio Rossi ha ceduto la società a Gerbi e De Finis e le trattative sembrano improntate all’austerità. Gli addii sono pesantissimi: Zaccarelli lascia il calcio, Junior e Dossena se ne vanno tra le polemiche, soprattutto quest’ultimo. Francini viene sacrificato sull’altare del bilancio e passa al Napoli, salutano anche Beruatto e Pileggi, mentre Kieft torna in Olanda. Anche Mariani e Lerda lasciano la compagnia.

In entrata, fallito il colpo Hughes, ci si consola con l’austriaco Toni Polster, che ha medie realizzati da urlo in patria e con Klaus Berggreen che a Roma ha deluso e vede il granata come il colore giusto per tornare quello di Pisa. L’attacco si rinforza anche con Tullio Gritti e in mezzo, dalla C, arriva Massimo Crippa, figlio di Carlo che, provenendo dal Fila e avendo militato otto anni in prima squadra, due parole su cosa significhi essere del Toro gliele avrà dette. Infatti il centrocampista sarà la vera rivelazione stagionale. Il resto sono giovani del Fila, come il rientrante Benedetti, Bresciani, Lentini e Fuser, o scelte tattiche indovinate come l’arretramento di Comi a centrocampo. La fascia finisce sul braccio di Roberto Cravero che sostituisce Zaccarelli sia come libero che come capitano. In porta è rimasto Lorieri, mentre Ezio Rossi, Giacomo Ferri, Corradini e Sabato restano colonne della squadra.

Il girone di Coppa Italia inizia bene: quattro successi e la sconfitta ininfluente contro la Sampdoria fruttano il passaggio agli ottavi di finale, poi il 13 settembre inizia l’ultimo campionato a sedici squadre. Il Toro debutta al “Partenio” di Avellino: fa un caldo bestiale, ma il Toro è in clima natalizio, visti i regali fatti agli irpini. Per esempio al 34’ quando la difesa sbanda su un filtrante di Boccafresca che Schachner tramuta nel classico gol dell’ex con un precisissimo rasoterra sull’uscita di Lorieri. Il pari arriva a inizio ripresa con Polster che, dopo aver triangolato con Gritti, si presenta davanti a Di Leo, lo mette a sedere con una finta di sinistro e insacca di destro. L’inerzia della gara sembra girata col centrocampo granata ben guidato da Comi a suo agio nel nuovo ruolo. Polster manca addirittura il 2-1, poi, quando si inizia a pensare che il pareggio non sia male, una punizione potentissima di Alessandro Bertoni al 77’ vale il 2-1. Il finale granata è sfortunatissimo: Berggreen calcia alto da ottima posizione, Gritti reclama un rigore, poi Luci ne fischia uno ben più contestato a Comi a tempo scaduto. Di Leo para in due tempi la battuta rasoterra di Gritti: il regalo finale di una giornata amarissima.

Per fortuna ci si riprende subito e al Comunale, contro la Sampdoria, il Toro è bellissimo, ai livelli del futebol bailado 84/85 o del miglior Toro europeo della stagione precedente. E’ il pomeriggio in cui l’uragano Polster si abbatte sulla serie A e su Pietro Vierchowod con una clamorosa tripletta. Dopo 6’ Toni calcia una punizione sulla barriera e poi è il più lesto ad avventarsi sul pallone dopo la mischia che ne segue siglando l’1-0. Al 36’ Ezio Rossi conduce il contropiede granata, allarga a sinistra per Berggreen e, mentre il danese si prepara al cross, si fa trovare in mezzo all’area, dove stoppa di petto e infila acrobaticamente con un destro da urlo. La ripresa parte subito col 3-0 di Polster che si libera in area di Vierchowod e insacca col sinistro, mentre il poker arriva all’82’, sempre l’austriaco, lanciato da un Ezio Rossi in stato di grazia. Corsa, spinta a Vierchowd per liberarsi e rete, sempre col mancino. Solo una piccola deconcentrazione di Ferri consente a Vialli di girarsi e segnare il gol della bandiera nel recupero. E’ tripudio totale.

Ad Ascoli, però, si torna bruscamente sulla terra con un 3-0 che non ammette appelli. Apre le marcature Scarafoni al 22’, bravo a incornare in rete un cross di Carannante da sinistra deviato di testa da Cravero. La reazione è tutta in una girata di Gritti ben parata da Pazzagli e poi, a inizio ripresa, arrivai il raddoppio quando Dell’Oglio, lanciato da un tocco delizioso di Carannante, cade in area sull’intervento di Corradini. L’Ascoli non riceveva un rigore da quarantun gare, ovviamente aspettava noi. La trasformazione di Giovannelli chiude la gara e riusciamo a far ben figurare anche Hugo Maradona che, allo scadere, lancia in profondità Carannante. Il terzino si fa trenta metri da solo, mette a sedere impietosamente Lorieri e segna a porta vuota. La mischia finale con cui il Toro non riesce a trovare il gol della bandiera, fra parate di Pazzagli e il salvataggio sulla linea di Casagrande, sembra una di quelle azioni di calcio internazionale che la Gialappa’s mostrava nei primi anni novanta e la dice lunga sulla giornata nera della squadra di Radice.

Contro l’Inter il Toro torna ad avere un’altra faccia. Il primo tempo, sotto una Maratona in gran forma che regala anche il “solito” benvenuto a Serena, è tutto granata. Spiccano un tiro di Berggreen, deviato da Bergomi, che centra il palo a portiere battuto, Gritti che si ritrova a tu per tu dopo un buco dello “Zio”, ma non ne approfitta e Crippa che vince un duello a centrocampo con Matteoli da vera belva quindi impegna Zenga con un bolide dalla distanza, dimostrando di essersi adattato alla grande nel doppio salto di categoria. Passiamo in vantaggio al 55’con Giacomo Ferri che, non pago di aver annullato Scifo, realizza davanti a suo fratello l’1-0 con una splendida mezza rovesciata dal limite. La sindrome di Babbo Natale ci ricolpisce al 62’: Lorieri esce a vuoto su un traversone di Passarella da destra, poi rimane giù mentre Rossi rinvia. Matteoli raccoglie ai venticinque metri e con uno splendido destro al volo punisce il ritardo del portiere granata nel rientrare in porta. Forse il Corriere della Sera è un pochino impietoso a titolare (letteralmente!) di un Lorieri che va per funghi, ma l’errore rimane. La traversa di Bergomi nel finale legittima il pari nerazzurro, ma ai punti avremmo meritato di più. Sicuramente non siamo stati quelli del “Del Duca”.

A Cesena, sotto il diluvio, arriva il primo punto esterno. I romagnoli non hanno ancora segnato in campionato e, per una volta, non risvegliamo il Lazzaro di turno, anche se si segnalano due legni. Il primo è di Ceramicola che, sugli sviluppi di un corner, non sa nemmeno lui come colpisce la traversa da un passo, il secondo è un palo di testa di Lorenzo. Il Toro fa annotare un paio di contropiedi falliti da Polster nel primo tempo, un pallone che, sfuggito a Sebastiano Rossi su azione d’angolo, ballonzola sulla linea e non entra complice il campo pesante e un colpo di testa fuori di nulla allo scadere da parte di Berggreen.

In casa con la Fiorentina, sin lì imbattuta, si torna al successo, ben più largo di quanto dica il punteggio. Il tabellino dice doppietta di Polster, ma entrambe le reti dell’austriaco sono merito di due travolgenti azioni di Gritti, intelligente e altruista nel servire il compagno meglio piazzato che con due tocchi semplici, ma che per fare devi essere nel posto giusto al momento giusto, si è ritrovato in vetta alla classifica marcatori. Un generoso rigore trasformato da Baggio, per il resto ben controllato da Berggreen, fissa il risultato sul 2-1. I punti in classifica sono sei, esattamente come quelli della Juventus che ha speso il triplo di noi. Polster e Gritti si abbracciano felici e si fanno i complimenti negli spogliatoi. La vita è bella e continua a esserlo anche nella Milano rossonera, dove i futuri campioni d’Italia stanno ancora imparando a masticare il calcio di Sacchi, ma giocano una partita tutta all’attacco. Un paio di parate miracolose di Lorieri (che nel finale va fuori di testa per una severissima punizione fischiatagli contro da Agnolin per ostruzionismo), la splendida prova da libero di Cravero davanti al totem Baresi e la grande attenzione messa in campo dagli uomini di Radice valgono lo 0-0, anche se un paio di contropiedi insidiosi li facciamo. Su Gritti, nel primo tempo, è bravissimo Filippo Galli a impedire il tiro a portiere saltato e su Berggreen nel finale è bravo Giovanni Galli. A Gullit non siamo piaciuti, contesta il fatto che ridevamo a fine gara dopo una prova rinunciataria: ce ne faremo una ragione.

Col Verona di Bagnoli è sempre dura e anche stavolta non si fa eccezione, visto che Pacione, con un bel tiro in caduta, porta in vantaggio gli scaligeri. Cravero trova l’1-1 al 78’ con un colpo di testa da centravanti vero su cross di Comi. E’ meglio pareggiare che essere pareggiati, ma alla fine l’amaro in bocca è granata viste le due acrobazie nel finale di Giuliani sulle inzuccate di Comi prima e Gritti poi. A Napoli si gioca una partita dignitosa, ma quello è un Napoli di marziani e sta giocando un calcio addirittura superiore a quello dell’anno precedente che è valso il tricolore: 3-1 con primo, rapinoso, gol granata di Berggreen.

A Pescara incontriamo Junior come avversario e non si può rimanere indifferenti. In barba alle polemiche, la sera prima c’è stato un incontro Radice e allora vogliamoci bene. La squadra di Galeone vuole riscattare tre sconfitte di fila e parte bene, ma al primo affondo, su lancio di Cravero, Polster s’invola nella voragine lasciata dall’allegra difesa abruzzese e sblocca il risultato. Nel recupero del primo tempo, però, l’esordiente Nicchi decreta un generoso rigore per uno scontro Cravero-Gaudenzi col capitano che ha il solo torto di non potersi smaterializzare e Sliskovic trasforma poi, scatenato, ribalta la situazione con una punizione capolavoro a inizio secondo tempo. Ci pensa Gritti a rimettere a posto le cose a un quarto d’ora dalla fine, sdraiandosi quasi a terra pur di colpire di testa il traversone da destra di Sabato. Nel finale Gasperini cade in area a contatto con Sabato, e sarebbe un rigore più netto di quello su Gaudenzi nel primo tempo, ma stavolta Nicchi lascia correre.

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Con l’Empoli sembra il momento buono per ritrovare i due punti, ma invece arriva lo psicodramma, una di quelle partite che si ricordano sinistramente a distanza di anni. La partita del gol di Della Scala. I toscani iniziano quel pomeriggio a diventare una delle nostre bestie nere per antonomasia, con rare e significative eccezioni (la partita del Centenario, per esempio, in cui ci sono voluti un gol non visto di Marianini e una prodezza di Comotto per non vederci rovinare la festa). I toscani giocano un buon primo tempo e al 40’ Della Scala pesca il jolly da trenta metri. La reazione granata nella ripresa non è brillante, ma è furiosa. Fabricatore di Roma diventa, però, dodicesimo uomo in campo per gli ospiti come quando nega un rigore a Polster o annulla l’autorete in mischia di Lucci nel finale per un misterioso fuorigioco. C’è anche il dubbio per un gol fantasma su colpo di testa di Berggreen parato forse oltre la linea da Drago, tanto per non farsi mancare nulla.

Il 1987 si chiude con un pareggio senza reti a Como, per evitare danni ulteriori. Il Toro è nel gruppone delle squadre a dieci punti, un punto sopra la zona retrocessione, ma a soli tre punti dalla zona Uefa. Dopo la sosta, però, inizierà un altro campionato, a tratti esaltante, affiancato da una stupenda cavalcata in coppa Italia. Il 1988 inizierà con il derby, il primo dei cinque che caratterizzeranno sei mesi di batticuore continuo.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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