Culto

La grande illusione parte 3: playoff e Toro-Mantova

La grande illusione parte 3: playoff e Toro-Mantova

Torna l'appuntamento con la rubrica "Culto", a cura di Francesco Bugnone

Francesco Bugnone

Torino terzo a 76, Mantova quarto a 69, Modena quinto a 67, Cesena sesto a 66. Guardando i distacchi, non ci dovrebbe essere competizione in questi playoff. Guardando il cammino del Toro neppure, viste le nove vittorie nelle ultime dieci partite (e le ultime sei senza prendere gol). Il terzo posto, che garantisce il passaggio del turno in caso di parità di gol nel doppio scontro, sembra l’aspetto meno importante. Invece i playoff sono tutto un altro mondo, tutto un altro sport, dove il passato non conta e, per fortuna, il Toro è ancora più Toro ad adattarsi subito al nuovo clima.

 De Biasi sulla panchina del Torino

Al “Manuzzi”, nella semifinale di andata contro il Cesena, la prima mezzora è un inferno e non solo per la temperatura torrida: Taibi compie una parata disumana su colpo di testa di Salvetti che, però, poco dopo lo trafiggerà con una punizione beffarda. Come se non bastasse, al 20’ un infortunio alla coscia costringe Ardito a uscire e ci ritroviamo a giocare i playoff senza l’uomo che, per dirla con Balestri, ha un uncino al posto del piede, visto che quando si allunga in scivolata le prende praticamente tutte. Lo sostituisce Raffaele Longo che, per uno dei giochetti che attribuiamo al destino perché temiamo troppo il caso, sarà decisivo. Nel frattempo Taibi vola ancora su una punizione di Morabito, poi, dopo 25’ da incubo, l’inerzia cambia. Sale in cattedra proprio Longo che prima si vede misteriosamente annullare una rete in scivolata su torre di Vryzas, poi, nel recupero del primo tempo, si inserisce perfettamente sul grande assist di Muzzi e col destro si regala l’esultanza sotto il settore ospiti. Possiamo respirare.

La ripresa sembrerebbe iniziare sulla falsariga del primo tempo con un’occasionissima per Bernacci sventata di piede da Taibi, ma poi prendiamo in mano la gara. Al 53’ lo stremato Muzzi lascia il posto a Rosina, appena rientrato dai poco felici Europei Under 21, ma la testa del nostro beniamino, come testimoniano le parole stizzite del ct Gentile, era tutta da noi. Vryzas sbaglia due facilissime occasioni di testa e di piede su inviti di Lazetic e Rosina che avrebbero messo in cassaforte la qualificazione, mentre l’ultimo sussulto è un tiro di Rosinaldo alto non di molto a pochi minuti dal termine. Il pareggio è comunque un ottimo risultato: a Torino ci sono a disposizione due risultati su tre. I patemi vengono messi a tacere definitivamente nel finale di primo tempo: da sinistra Balestri si porta palla sul destro e la mette in area a rientrare. Muzzi e Vryzas sfiorano ma non toccano e Turci si tuffa invano sulla traiettoria maligna. E’ gol di Iaio, un coronamento alla grande stagione di uno dei beniamini della tifoseria.

La finale è contro il Mantova, che ha avuto la meglio sul Modena, che alla vigilia sembrava più in palla, grazie a due pareggi. Quando, dopo 6’, il Toro “tuttogranata” sblocca il risultato al “Martelli” con un colpo di testa da centravanti di Longo su corner da sinistra di Gallo, sembra tutta discesa. Dopo un paio di minuti si capisce che la discesa è nell’Ade: punizione di Brambilla, zuccata in tuffo di Cioffi e immediato pareggio. Al 21’ altro piazzato Brambilla dalla destra e l’inserimento di testa di Caridi mette il pallone, come un proiettile, sotto la traversa per il 2-1. Nella ripresa la partita prende le forme dell’incubo. Neanche il tempo di iniziare e Brevi strattona in area Gasparetto con Pieri che fischia il rigore: Noselli spiazza Taibi. Nemmeno l’espulsione di Tarana frena la discesa nel precipizio. Taibi esce male su Gasparetto (ancora lui) e Pieri indica di nuovo il dischetto. Stavolta calcia Caridi, male, ma nonostante il tocco del portiere granata la palla entra. E’ il 4-1, il nostro nadir, tutto quello che avevamo costruito sta per essere spazzato via come un castello di carte. Fa male rivedere quelle immagini anche se sappiamo che è finita bene. I maxischermi di piazza Solferino e piazza San Carlo illuminano un mare di persone incredule. Non può finire così, non deve finire così.

Non finisce così. Con Fantini, Rosina e Abbruscato nel motore il Toro si risveglia e gioca negli ultimi venti metri virgiliani. Brivio fa un paio di grandi parate, ma una girata in mischia di Abbruscato ci tiene in vita. Finisce 4-2, pesante, pesantissima, ma ribaltabile. 

Il Toro inizia a vincere il ritorno al fischio finale, quando Balestri, sotto il settore ospiti, fa segno che al ritorno vinceremo 2-0. Continua a farlo quando, rientrati in albergo, non dorme nessuno e  sono tutti già pronti a pensare come ribaltarla. Prosegue il sabato, giorno di rifinitura a Borgaro, quando migliaia di tifosi vanno a caricare i ragazzi. Il viaggio verso lo stadio continua a essere fra ali di folla. Le 20,45 dell’undici giugno 2006 sono finalmente arrivate. 

Il “Delle Alpi” è pieno in ogni ordine di posti, forse qualcosa in più. Un muro umano che non farà gol, forse, ma fa paura. Li aspettiamo, li stiamo aspettando tutti a partire da Lori che va a fare un piccolo show sotto il settore ospiti e si becca la giusta razione di fischi. Poi la squadra, con la pletora di ex che si porta dietro. Ricordiamo tutti le faccine, i sorrisi, ogni minuto, ogni secondo delle tre sfide del campionato e tocca farlo sentire con la voce che ce lo ricordiamo. Se uno guardasse cos’è lo stadio quella sera, capirebbe in fretta che può finire in un solo modo, anche se finirà così in mezzo a sofferenze sportive inenarrabili. In una partita viviamo cento anni di storia del Toro, quella sera siamo tutti il Toro più che mai. Per anni ho portato dentro la sensazione di quella sera come di una partita a parte, col granata ovunque, coi colori “diversi”, anche il bianco dei numeri mi sembrava granata, perfino il verde dell’erba sembrava avere qualche venatura del colore più bello del mondo. Rivedevo le immagini e risentivo esattamente l’aria respirata quella sera. Le squadre entrano in campo, ci guardano, i nostri sanno di non essere soli, gli altri hanno uno spicchio per sentirsi così, ma uno spicchio è troppo poco.

La lettura delle formazioni è stata da brividi. In porta c’è Taibi, Nicola e Balestri sono i terzini, in mezzo, a fianco di capitan Brevi, viene rispolverato a sorpresa Doudou che sarà uno dei protagonisti di questa incredibile serata. A centrocampo piedi buoni con Longo e Gallo, sulle ali Lazetic e Rosina, per la prima volta dal 1’ in questi playoff, quasi a furor di popolo. Davanti ci sono Muzzi e Abbruscato.

Quando il compianto Farina fischia l’inizio c’è subito uno dei tanti momenti catartici della serata. Batte il Toro, la palla va verso Balestri e dalla curva e dalle tribune parte un ruggito incredibile, inatteso. Il livello è il boato al primo pallone toccato dai nostri contro il Real nel 1992, con una scivolata di Fusi. E’ una cosa ancora diversa, è più cattivo, sfoga la rabbia del fallimento dell’anno precedente, il tradimento del cosiddetto capitano che cambia lato del Po, una stagione contro tutto e tutti, la paura di non farcela degli ultimi due giorni, il pensiero di dover occupare l’unico posto per una torinese nella massima serie, chi se ne frega del derby in serie B. E’ un ruggito che mette i brividi, che dice solamente “rompiamogli il culo”.

La partita è cattiva da subito. Ogni contatto è la scusa per dare un colpo in più, ogni fischio è la scusa per protestare come folli, i labiali meglio non guardarli, le panchine scattano in piedi ogni momento, i cartellini piovono come coriandoli a Carnevale. Qualsiasi piazzato diventa potenzialmente foriero di rigori visto che ci si abbraccia con malvagio calore. Il gioco è spezzettato, il primo tiro è del Mantova. Gasparetto, vera nemesi di questa doppia sfida, colpisce di testa e sembra una conclusione senza pretese, ma quando la palla picchia a terra diventa insidiosissima. Taibi si allunga e devia in angolo.

L’assedio sperato non arriva, il Toro fa fatica, ma lentamente inizia a stazionare nella metà campo virgiliana. Comincia a dominare sulle fasce, a fare spiovere palloni, a conquistare piazzati: su uno di questi, calciato da Gallo, Muzzi colpisce di testa mancando di poco il bersaglio, complice una trattenuta di Lanzara. La tensione è troppa, non si respira, poi al 34’ Longo pesca in area Abbruscato trovando finalmente il varco giusto, ma Elvis litiga col pallone. L’ex aretino non molla, perché è una partita che non finisce mai, dove se sbagli puoi recuperare subito e quando sembra fatta, non lo è veramente: riprende palla, la cede a Rosina che viene fermato con una manata. Calcio di punizione che batte nuovamente Gallo e stavolta l’abbraccio di Lanzara su Muzzi viene punito col rigore. Sul dischetto va Rosina che, dopo aver battuto il rigore più piccolo del mondo contro il Catania, stavolta calcia quello più lento con Brivio spiazzato e tutto il “Delle Alpi” che quasi soffia per dare alla palla la forza necessaria di entrare. Toro in vantaggio, metà lavoro è fatto.

Il tempo finisce senza altro da segnalare, se non le solite mazzate, proteste, storie tese. Su uno splendido lancio di Balestri, Abbruscato sembra avere l’occasione buona, ma gli viene contestato un dubbio controllo di mano. Comunque aveva sbagliato, meglio così. Intervallo.

La ripresa inizia subito con un Toro diverso anche se il Mantova è tutto tranne che arrendevole. Iniziamo a dare fastidio sui corner: Abbruscato, disturbato da Brivio, devia a lato uno splendido assist in rovesciata di capitan Brevi, che, nei minuti successivi, rischia in un paio di occasioni il secondo giallo. Ma Oscar in quel momento è dappertutto. Al 62’ conquista l’ennesimo angolo, Rosina calcia a rientrare da destra, Muzzi si fionda sulla sfera e, nonostante Lanzara cerchi di staccargli la testa, riesce a metterla in rete, poi di corsa sotto la Maratona in tripudio, senza maglia, come in campionato, ma stavolta non è stato ancora ammonito, si può fare. Vero è che anche questa esultanza costerà cara, perché Roberto si farà male saltando i tabelloni e sarà costretto a cedere il posto a Fantini di lì a poco, ma quello che conta è che col 2-0 siamo in serie A. Non subito, però. Come ben sappiamo dall’anno precedente, il regolamento della finale prevede che in caso di parità si giochino i supplementari e solo a quel punto, se la parità permanesse, il meglio piazzato salirebbe. Troppi ragionamenti, meglio esultare e lo facciamo tutti, sfondando il muro del suono.

L’ingresso di Brambilla rimette in sesto il Mantova che, nonostante i colpi presi, è ancora in piedi. I pericoli arrivano sempre dai piazzati, quando si prova a fare un’azione personale la troppa foga fa commettere falli o fa finire in fuorigioco. De Biasi al 79’ inserisce Edusei per Longo. All’82’, sul solito corner da destra di Rosina, Abbruscato sfiora il 3-0 di testa, ma Brivio respinge alla grande. Sugli sviluppi di una punizione fischiata molto generosamente da Farina, neanche 2’ capita il fattaccio anche se, forse, è più chiaro a chi sta seguendo in tv che a chi è sugli spalti. Cioffi stramazza al suolo colpito da Doudou e si rialza sanguinante. E’ l’episodio per il quale siamo più odiati dai virgiliani e a parti inverse sarei stato incazzato anche io, sebbene da qui a dire che è stato un complotto per farci salire ce ne passa (in quale complotto si fischiano tre rigori in due gare alla squadra che si vuole penalizzare?). Farina non vede l’intervento da rigore e si prosegue, con le panchine quasi a contatto. Se qualcuno dicesse che l’anno successivo Cioffi vestirà la maglia del Toro e, per qualche tempo, sarà compagno di squadra di Doudou, anche se un chiarimento vero non arriverà mai, nessuno ci crederebbe. In quel momento, però, Gabriele Cioffi è solo dolorante e incazzato nero, mentre Di Cesare (sì, lui) viene espulso dalla panchina per proteste. Il Mantova è in forcing e Di Carlo butta dentro Gabriele Graziani per Noselli: il primo tentativo del figlio di Ciccio è una sforbiciata che manca il pallone, ma centra involontariamente Balestri, tanto per alzare a tendente a infinito il numero di contatti pericolosi.

Il quarto uomo alza il tabellone: tre minuti di recupero. Il Toro si scuote ancora e per poco non la chiude. Lanciato da Lazetic, Rosina calcia bene sul primo palo, ma Brivio para a terra. A una decina di secondi dalla fine Fantini affonda in area, ma il suo assist non trova deviazioni vincenti. Sugli sviluppi dell’azione Abbruscato segna, ma tutto è fermo per fuorigioco. Quando Farina fischia la fine dei regolamentari nessuno esulta, come l’anno precedente quando in molti credevano di avere già vinto. Anche i più distratti hanno capito come funziona. Hanno capito che ci saranno gli stramaledetti supplementari.

Il Toro continua ad attaccare sotto la Maratona anche nel primo supplementare. Al 93’ uno scatto irresistibile di Lazetic vale, tanto per cambiare, un calcio d’angolo, ancora una volta dalla destra e ancora una volta è cosa di Rosina. Scocca il 94’ quando il sinistro parte e finisce dove Nicola svetta da vero centravanti e segna quello che sarà il gol che lo renderà immortale per tutti noi. Brivio sfiora, ma la rete si gonfia e lo stadio esplode per la terza volta. In panchina non rimane più nessuno, mucchio selvaggio intorno alla bandierina, bandierina che non c’è perché Ferrarese la sta sventolando. L’immagine di Balestri che torna a centrocampo mostrando il pugno ai tifosi è un’altra icona della serata. 

A questo punto facciamo un errore. Non chi è in campo, ma noi sugli spalti. Pensiamo che sia fatta, che i minuti che ci saranno da qua in poi saranno più tranquilli, che il Mantova sfiduciato si dovrà scoprire e noi li colpiremo ancora vendicando i due giorni di merda che ci hanno fatto passare. Sbagliato, ovviamente. Fantini viene espulso in maniera quanto meno severa da Farina per una presunta sbracciata dopo un minuto e poco più. Il Mantova non è sfiduciato manco per niente e torna subito in attacco, con un Poggi in più, inserito da Di Carlo per Grauso nell’ennesimo incrocio di ex. De Biasi mette dentro Melara per Lazetic. Proprio Melara, al 100’, affossa Graziani su un angolo. Poggi spiazza Taibi. Torniamo a giovedì, torniamo nell’incubo. 

Non si sa quanta benzina ci sia ancora dentro i granata, dopo quarantasei partite e nemmeno quanta ce ne sia dentro i tifosi, il cui cuore si sta preparando all’ennesima via Crucis. Si sa solo che i giocatori decidono di spremere tutto, fino all’ultima goccia per non farsi portare via la A. Lo fa Rosina, con un fantastico contropiede solitario fermato da un doppio fallo di Sacchetti (ammonito) e Notari. Alessandro esce in barella, rientra, ma è dolorante. Gallo prova a sorprendere Brivio sulla punizione, ma trova i suoi pugni. Il quarto uomo indica ben quattro minuti di recupero. Non finisce mai. Ogni palla vale, ogni secondo mangiato vale, ogni fallo guadagnato vale. Poi Farina fischia, si cambia campo, attaccheranno loro verso la Maratona che è pronta a parare tutto.

Un’istantanea nella mia testa: Davide Nicola che carica i compagni battendo le mani, anticipo dell’allenatore che sarà. Cantiamo tutti per scacciare le streghe, passa il tempo, resistiamo agli acciacchi, continuiamo a prendere falli, a respirare, anche se l’orologio è sempre troppo lento nel buttare avanti i secondi. Rosina è dolorante, Brevi pure, ma non sembra, non c’è tempo per stare male nell’universo folle in cui è finita la partita qualcuno chiede a un compagno se con questo risultato passiamo noi o no (parola di Fabio Gallo in conferenza stampa!). Al 113’ Caridi, un fantasma rispetto all’andata, prova da fuori, ma Taibi para a terra facilmente. Al 114’ per poco non viene giù lo stadio con Edusei che scambia elegantemente con Gallo, poi si fa respingere il passaggio di ritorno, ma recupera, ha un giocatore addosso, ma con eleganza insospettata se ne libera, triangola con Nicola e spara una gran botta. Brivio è ancora in vena di grandi parate e mette in corner negando una rete che sarebbe stata bellezza e lotta.

E’ il momento di stringere i denti, di digrignarli. Nicola chiude perfettamente in tackle su Lanzara al 115’. Sugli sviluppi della rimessa la palla finisce fuori area a Sacchetti che in serie A ha segnato due gol. Il primo, ovviamente, a noi. La conclusione però esce non di molto. Sospiro di sollievo che va dal Delle Alpi al Faro della Maddalena. Attacca il Mantova e i fischi sono un muro. Ogni palla conquistata, ogni fischio a favore festeggiato come un gol, anche se c’è la strana sensazione di essere caduti in un vortice temporale e che la partita non finirà mai. Ci sembra irreale che il tempo possa passare. 

Minuto 118: dopo una lunga serie di palloni buttati in area e poi respinti, Sacchetti crossa dalla trequarti e pesca Gasparetto, smarcato. Di chi era, di chi non era, ora il centravanti ha la palla giusta per polverizzare i nostri sogni. Controlla di petto, calcia, io sono in asse, sento lo stomaco che mi finisce in gola o il contrario, non lo so. La palla esce di nulla, tocca un pochettino il palo. Taibi si mette le mani nei capelli. Dopo lo spavento dell’anno, lo stadio si rianima e canta, urla, carica. Manca sempre meno, incredibile, forse sta partita finisce. Finisce anche se danno ancora un minuto di recupero. Arriva un altro pallone a Gasparetto, ma stavolta molto più defilato: il tiro della disperazione finisce altissimo. Sull’ultimo pallone lungo, la difesa respinge e Rosina si conquista il fallo più prezioso dell’anno. De Biasi in panchina si rimette la giacca sorridente. Farina, finalmente, fischia e va verso gli spogliatoi con un labiale inequivocabile. Ce l’abbiamo fatta, siamo in serie A.

Fontana risale sul Toro un anno dopo, De Biasi, dopo una corsa sotto la curva, non riesce neanche a parlare, Muzzi verrà rasato negli spogliatoi. Siamo in A, siamo morti, siamo risorti, siamo in A mentre i nostri poco amati cugini prenderanno il nostro posto fra i cadetti. Non ‘cè l’ufficialità, ma sappiamo tutti che sarà così. Invadiamo in campo felici, salutando il Delle Alpi, aspettando chissà cosa dal nuovo Comunale, pensando che fosse realmente girata. Ed è per questo che fa più male vedere cosa siamo adesso, vedere come sia stato demolito quel patrimonio di entusiasmo, pensando alla gioia di vedere Cairo festeggiare con la squadra quella sera e alla rabbia e al fastidio che ho quando lo vedo oggi fare più o meno qualsiasi cosa. Perché non serve fare dieci anni di fila in serie A se fai sempre gli stessi errori, se dici sempre le stesse cose, se fai di tutto per sbiadire il granata e i suoi valori che sono la cosa più bella che c’è. Fa male l’oggi, soprattutto tutte le volte che penso a quella sera e a quella squadra della quale ero perdutamente innamorato. 

Meno male che il futuro non si conosce, l’ho detto tante volte in questi pezzi, lo dico ancora di più adesso. Nessuno potrà portarci via quella gioia, quella impresa, nonostante il seguito. Ho avuto la fortuna di parlare con Ardito e Balestri e mi hanno fatto venire la pelle d’oca per quanto mi hanno fatto capire il loro attaccamento alla nostra maglia, loro e di tutto il gruppo, un gruppo che si caricava con battaglie di cuscini, che si è cementato momento per momento. Un gruppo che è stato un Toro Vero e che sarà sempre da ringraziare finché campiamo.