Culto

Indicando il cielo

TURIN, ITALY - OCTOBER 20:  Nicola Bellomo of Torino FC celebrates after scoring the equalising goal during the Serie A match between Torino FC and FC Internazionale Milano at Stadio Olimpico di Torino on October 20, 2013 in Turin, Italy.  (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Dopo il lungo tour nel Toro 1989/90, Culto di Francesco Bugnone stavolta pesca un po' più vicino e ci racconta dell'unico gol granata di Nicola Bellomo, una punizione a tempo scaduto in una gara folle contro l'Inter, festeggiato indicando il cielo

Francesco Bugnone

“Però questo è forte”. Estate 2013, pieno calciomercato, si ironizza spesso sul Toro che prenda giocatori del Bari o ex Bari per andare incontro alle esigenze di Ventura. Ogni volta che viene associato un giocatore dei galletti alla nostra maglia mi sento un po’ male, non tanto per il calciatore in sé quanto per il fiume di battute sempre identiche che toccherà sorbirmi. Quindi vorrei che non comprassimo mai più ex baresi o baresi o gente che ha giocato nel Bari primavera o qualcuno che una volta sia passato da Bari in macchina e si sia fatto una foto perché leggere sempre le stesse frasi è una di quelle cose che mi fanno venire voglia di prendere a testate il muro. Con un’eccezione, quella per cui io e un mio grande amico (ciao Oppi!) ci ripetiamo la frase che apre questo pezzo: “Però questo è forte”.

L’eccezione si chiama Nicola Bellomo, centrocampista ventiduenne dai piedi educatissimi e con una discreta confidenza con il gol (sei reti nell’ultima stagione in biancorosso). Cominciamo a vaneggiare che possa addirittura fare il regista, perché in quel periodo siamo totalmente orfani di un calciatore con quelle caratteristiche in mezzo, siamo un po’ vedove di Iori, quindi chiunque dia del tu al pallone come Nicola ci sembra adatto al ruolo. Però regista, centrocampista davanti alla difesa, trequartista, mezzala, chi se ne frega: ci sembra di aver comprato un gran bel giocatore.

Bellomo arriva con la poco fantasiosa etichetta di “Nuovo Cassano” (solo perché proviene da Bari Vecchia, non per eventuali mattane, fortunatamente), ma sembra più ispirarsi a giocatori come Verratti. Esordisce in Coppa Italia contro il Pescara, il Toro viene eliminato malamente, ma lui non dispiace, infilando qualche buon lancio. Per rivederlo in campionato, però, bisogna aspettare la quinta giornata contro il Verona in un 2-2 che vede, tra le altre cose, un rigore segnato da Jorginho, ma non poteva sbagliare quella sera dico io? Pur non demeritando e venendo accolto calorosamente dai tifosi, Nicola torna in panchina a osservare uno dei piatti pregiati dell’era Cairo, l’ennesimo derby perso, e il rocambolesco pareggio in casa della Sampdoria. La panchina lo aspetta anche nella partita protagonista di questo pezzo, dove Bellomo scriverà comunque una pagina della piccola grande storia del Toro: venti ottobre 2013, Toro-Inter. Diciannove anni prima l’ultimo successo interno contro i nerazzurri che, da allora, hanno sempre portato via i tre punti da Torino.

Nel pomeriggio la Fiorentina, trascinata da Pepito Rossi, ha ribaltato il doppio svantaggio contro la Juventus vincendo 4-2. Un risultato del genere sembra far venire voglia di impresa anche al Toro che parte fortissimo. Dopo un minuto una combinazione in velocità fra Farnerud e Pasquale fa arrivare palla a Cerci che calcia splendidamente di sinistro. Handanovic guarda pietrificato la stupenda traiettoria che si stampa incredibilmente contro la base del palo. Al 4’ Pasquale sfonda a sinistra e centra basso per Cerci che si infila in una difesa nerazzurra totalmente addormentata, prova a evitare “Handa” e ne viene travolto: rigore ed espulsione del portiere, entra Carrizo. Sembra di sognare, ma vuoi vedere che dopo quasi vent’anni li battiamo. Doveri fischia, Cerci calcia a mezz’altezza, Carrizo si butta sulla sua destra e respinge. Sono in Maratona, ho le mani nei capelli e allora, alla mia sinistra, sento un rumore orrendo. Mi giro e capisco da dove viene. Sono gli interisti che esultano nei distinti e allora permettetemi una digressione.

DIGRESSIONE NUMERO UNO: l’Inter mi sta abbastanza simpatica per un motivo puramente affettivo: mio papà è interista, quindi come faccio a gufarla visto che a mio padre voglio un bene dell’anima? Premesso ciò, i tifosi nerazzurri (ma anche quelli rossoneri, si vede che è proprio l’aria della Madonnina a provocare questo strano fenomeno) quando vanno nei distinti o in tribuna non si sanno proprio comportare. Mi spiego meglio: se vai in trasferta e sei nel settore ospiti, puoi fare quello che vuoi, mandare a fanculo, fare il gesto dell’ombrello, denudarti ai gol eccetera eccetera. Se vai in tribuna o nei distinti no, visto che sei comunque in casa d’altri. Quindi sii sobrio, comportati bene, levati quella cavolo di sciarpa, non esultare come un disperato facendo gesti verso la curva avversaria o verso chi ti sta vicino, RIPETO, SEI IN CASA D’ALTRI, STAI BUONO (o vai nel settore ospiti, per la miseria). Meglio che non ci pensi che altrimenti divento Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”. Ovviamente gli interisti si comportano proprio in quel modo che mi fa incazzare e l’unico desiderio quando esultano per la parata di Carrizo è segnare per poter fare uno scatto dal secondo anello alle vetrate e battere i pugni e dirgli tutto quello che ho in pancia.

D’Ambrosio prova subito a realizzare il mio sogno con un sinistro a giro, ma Carrizo si tuffa e respinge ancora. Si vede in avanti l’Inter ed è un segnale inquietante di quel che sarà. Guarin crossa da destra e Taider calcia alto nell’area piccola. Il problema è Padelli che sul traversone fa un passo avanti, uno indietro, lascia due terzi di porta scoperta, alza le braccia quasi spaventato, come se fosse lì per caso. Non c’è tempo per pensare a quel triste presagio, però, perché al 21’ finalmente passiamo con un’azione della Madonna: Moretti da sinistra per Barreto che tocca in maniera geniale verso Cerci, la cui spizzata libera a sinistra Farnerud, signore dell’inserimento, che con un diagonale mancino sblocca il risultato e adesso sì che possiamo andare a dare le manate ai vetri che ci separano dai distinti e gli interisti manca guardano, guardano davanti a loro, ecco, bravi, guardate. Dopo l’avvio furioso, siamo in controllo e il tempo sembra chiudersi sull’1-0, ma nel recupero l’Inter conquista un calcio d’angolo. Batte Cambiasso da destra, Padelli decide di uscire scriteriatamente, volando verso il limite dell’area piccola senza prendere nulla, cadendo e restando giù. Ci sarebbe tutto il tempo di rialzarsi, ma lui non lo fa. Ranocchia colpisce male di testa, Guarin va in rovesciata, Padelli è bello seduto a terra a guardare la porta sguarnita accogliere la prodezza del colombiano. Ci guardiamo in faccia, non ci vogliamo credere.

La ripresa inizia con Immobile al posto di Farnerud al 49’ e il Toro, sotto la Maratona, riprende ad attaccare come in avvio di gara. Pasquale affonda ancora sul lato mancino e Ciro non trova la porta da buona posizione. Questione di minuti: al 53’ Cerci, rigore a parte letteralmente devastante, converge da destra e calcia col mancino facendosi rimpallare il tiro, ma Immobile è prontissimo a trovare il 2-1 con un destro imparabile poi corre per la prima volta sotto la curva. Neanche il tempo di tirare il fiato che l’Inter ci riprende. Su un pallone maligno di Taider che sembra fatto apposta per fare brutta figura ai portieri, Padelli non si esime e la fa uscendo ancora in maniera agghiacciante. Guarin riesce ad anticiparlo e Palacio, di testa, appoggia nella porta vuota. Moretti incazzato come una iena è tutti noi, il Trenza, invece, diventa il nostro incubo, segnandoci o facendoci diventare matti quasi ogni volta che lo incrociamo, anche adesso che ha 802 anni, smetti Rodrigo, ti prego, basta, pietà.

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Il Toro stavolta patisce e l’Inter, al 71’, si ritrova addirittura in vantaggio con Belfodil che fa probabilmente l’unica cosa davvero rimarchevole della sua esperienza nerazzurra affondando sulla destra e crossando radente. Palla che dovrebbe essere del portiere, ma Padelli continua la sua serata allucinante rimandando piantato a terra, senza muoversi se si esclude un saltino quasi sorpreso vedendo sfilare la sfera che arriva ancora a Palacio che tocca in rete in scivolata. E’ un incubo, letteralmente un incubo. La rabbia mi strappa la viscere, ma come cazzo si fa a trovarsi sotto di un gol in una partita undici contro dieci dal sesto minuto e due volte in vantaggio. Poco dopo Mazzarri sostituisce Palacio, distrutto, con Wallace: sarà una delle due mosse decisive. La seconda è di Ventura che all’81’ toglie Brighi per inserire Nicola Bellomo, sperando che i piedi buoni possano rivitalizzare una manovra ormai preda della depressione e del panico. A tempo scaduto, quando l’ennesima beffa sembra consumarsi, Wallace commette un fallo evitabilissimo nei pressi del lato sinistro nell’area. Bellomo ha il coraggio e i piedi per battere quella punizione: la traiettoria disegnata col destro è a giro, verso la porta, si capisce in fretta che si sta trasformando in una conclusione imprendibile. Carrizo viene inesorabilmente scavalcato, la palla scende sotto l’incrocio ed è 3-3. Una rete magnifica, da urlare. Da dov’ero ho visto la palla salire e scendere e poi gonfiare la rete splendidamente. Un gol su cui nasce anche un certo dibattito e allora permettetemi una seconda digressione.

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DIGRESSIONE NUMERO DUE: come detto voglio bene all’Inter, sempre per mio papà e me lo devo ricordare in quei momenti successivi alla gara perché sui social, nella chat, un po’ dappertutto, invece di ringraziare la Madonna per aver preso un punto dieci contro undici grazie alla serata di beneficenza di Padelli gli interisti partono col cavallo di battaglia “il Toro si impegna solo contro di noi” (cosa detta anche nei confronti del Sassuolo, dell’Atalanta e di altre diecimila squadre), ma soprattutto parlano del culo del Toro, perché Bellomo voleva crossare e non tirare, non l’ha fatto apposta, per favore guardate i tre gol che avete fatto, vi prego, non avete l’amor proprio di smetterla tenendo conto che avete fatto quei tre gol lì? No, niente, Bellomo voleva crossare, ok. Onestamente a me se Nicola, che dirà di aver voluto tirare e che gli è uscito fuori così, pensasse crossare o calciare in porta tange poco. L’importante è che mi abbia fatto godere.

Torniamo alle cose belle, al campo, a Bellomo che va sotto la Maratona e picchia sui vetri, ma non come noi prima coi vetri dei distinti per “vendicarci” dell’esultanza interista, no, picchia dove ci sono i nostri tifosi, i suoi tifosi, festeggiamo insieme. Poi fa una cosa semplice e bella, una cosa che rimane. Indica il cielo. Il cielo dove c’è suo papà. Io non so neanche immaginare una vita senza padre, deve essere tremendo, doloroso, non spiegabile a parole: Nicola l’ha vissuta perché suo papà è mancato prima che lui nascesse. In quel momento Bellomo ha segnato il suo primo gol in serie A, importante, fondamentale, da urlo. Torna verso il centro del campo, quasi commosso e indica lassù, vuole condividerlo con qualcuno di grande, convinto che chi doveva lo stesse guardando e di sicuro è successo.

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Finisce 3-3 e Bellomo sembra lanciatissimo nell’undici granata. Titolare a Napoli, però, si vede fischiare un rigore contro da Di Marco per una furbata di Mertens. Gioca dall’inizio anche a Livorno in un altro pirotecnico 3-3, quindi solo spezzoni contro Roma, Cagliari e Parma. A fine mercato di gennaio viene ceduto in B, allo Spezia, dove farà molto bene, ma a Torino non tornerà più. Anche la A che avrebbe potuto essere casa sua lo vedrà soltanto di sfuggita, al Chievo. Poi tanta cadetteria e anche un po’ di C. Ora è di nuovo nella seconda serie, a Reggio Calabria. Io davvero continuo a non capire che cosa non abbia funzionato, però succede: sei bravo, sei forte, ma qualcosa si inceppa. Peccato. Però lui ha segnato un gol al 91’ contro l’Inter che ricorderanno tutti quanti, ma proprio tutti quelli che hanno il Toro nel cuore. Caro Nicola, non so quanto ti possa far piacere, ma un pezzetto del mio cuore, del nostro cuore granata, ripensando a quella sera, sarà sempre un po’ tuo.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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