Il calcio a rischio fallimento

Loquor / Torna l’appuntamento con la rubrica di Anthony Weatherill: “Oggi in Europa si sta vivendo un cambiamento forzoso di abitudini e valori e il calcio, come altri beni comuni, è stato sottratto dal controllo sociale e politico, ed è stato affidato unicamente al controllo del mercato”

di Anthony Weatherill

È nel futuro che passerò
il resto della mia vita”.
Anonimo

 

C’è stato un momento, non so quando, in cui il calcio si è convinto di essere emanazione di una filosofia aziendale, in cui ha deciso di essere una delle tante succursali del mondo dell’impresa. È stato il momento che ha visto lo sport più popolare al mondo interfacciarsi con la logica del capitale, vorace nel capire come anche dietro al pallone poteva essere catalizzato la perenne “eccedenza di capitale” da esso prodotto nella continua ricerca di “plusvalore”. Per comprendere quanto significativo e profondo sia stato il cambiamento antropologico/culturale del calcio del terzo millennio, bisogna andare indietro nella memoria per rievocare a noi stessi le modalità con cui il calcio per più di cento anni si è rapportato con il mondo. Non si trattava di mettere su squadre come un nuovo modo particolarmente attivo per impedire ad enormi masse di denaro di “stagnare”, quindi di svalutarsi, ma si voleva far diventare un aspetto ludico (tirare calci ad un pallone) un fenomeno di identità e di molteplici occasioni di incroci sociali. Una cosa così per decenni è stata letteralmente “attenzionata” più dal potere, che da chi invece aveva come unico scopo di vita l’accumulazione infinita di denaro. Infatti, a guardar bene la storia sociale del calcio, facilmente ci si può accorgere come questo sia stato più al centro di vicende “comunitarie” e “politiche”, che di occasioni di “mercantilismo”. Il profitto, nello scorrere delle vicende umane, ha ovviamente sempre contato, ma l’Europa, attraversata dalla cultura cristiana in tutte le sue variazioni e gradazioni, aveva sviluppato degli anticorpi culturali e valoriali, ad impedire al profitto di operare come agente sociale dotato di vita propria.

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Per essere chiari: lo sport europeo non aveva come “mission” il compito e l’esigenza di cercare nuovi mercati, e quindi di porsi il problema di come istituire nuovi “strumenti di credito”, fatalmente finanziati attraverso nuovo debito. Lo sport, nel Vecchio Continente, era stato tenuto fuori dalla “Catena di Sant’Antonio” creata appositamente dall’algoritmo mentale dell’appetito insaziabile dell’accumulo. I presidenti delle squadre di calcio di un tempo, in genere uomini molto facoltosi, mettevano a disposizione del club parte del denaro guadagnato, non per moltiplicarlo, ma semplicemente per ragioni di passione o di potere. Proprio nel calcio, l’Europa aveva mostrato la sua diversità rispetto alla cultura denaro-centrica degli Stati Uniti (e oggi anche della Cina), dove tutto è ansia di prestazione e persona valida al processo sociale solo ed esclusivamente in quanto ipotesi di occasione di utili, sia come forza lavoro che come consumatore. Ma oggi in Europa si sta vivendo un cambiamento forzoso di abitudini e valori (e strumenti come l’euro, a mio modesto parere, sono stati utilizzati come acceleratore di tale cambiamento), e il calcio, come altri beni comuni, è stato sottratto dal controllo sociale e politico, ed è stato affidato unicamente al controllo del mercato.

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Il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, in un’intervista a La7, si è augurato un campionato di Serie A dal regolare svolgimento, perché altrimenti il rischio del fallimento di molti club potrebbe essere più di una mera discettazione retorica da salotto. Questo spettro di un calcio ridotto a portare i suoi libri contabili in tribunale, fino a qualche anno fa sarebbe stata una previsione dal tratto impensabile. Erano i tempi in cui le squadre di calcio non dipendevano dalla legge della domanda e dell’offerta, ma solo, come si è detto, dalla passione. Non era necessario, per dar vita ad una squadra di calcio, di fare il conteggio delle varie forme di ricavi prefigurate da un mercato. Non c’erano presidenti che nei contratti dei calciatori miravano ad appropriarsi dei “diritti d’immagine”, in quanto se un calciatore voleva presenziare all’inaugurazione di un ristorante doveva e poteva avere il diritto di farlo, persino gratuitamente se solo lo avesse ritenuto opportuno. Perché si rendeva perfettamente conto, il calciatore, come la sua popolarità dipendesse in parte anche dal concetto del calcio come bene comune. Restituire qualcosa in modo disinteressato, quindi, faceva parte dei suoi doveri verso il sentimento popolare e verso la decenza. Ma il “capitale”, quando prende il sopravvento “ad alzo zero”, prima seduce con l’apparente miraggio di guadagni superiori, poi annienta qualsiasi tipo di diritto o libertà, a meno che queste due cose non siano legati ad un profitto. Un tempo non avrebbe mai potuto esserci un metodo “Mino Raiola”, consistente nel far balzare i calciatori continuamente da un club all’altro, in un valzer dove il contagiri dei denari a pioggia va a soddisfare ogni parte in commedia (aumenti degli stipendi dei calciatori, commissioni degli agenti, bilanci dei club continuamente artefatti per interessi opachi, ecc…).

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Il “Fairplay finanziario” nato ufficialmente per contenere i costi dei club, in realtà ha aumentato la girandola “raiolana” dei calciatori, creata appositamente anche per mettere toppe sui bilanci delle società. Il denaro non solo non dorme mai, ma pare essere diventato l’unico motivo per cui i magazzinieri tolgono la mattina i palloni dai classici contenitori “a rete”. Ci sono stati uomini che hanno cercato di difendere il calcio dalle sirene del vil denaro fino all’ultimo, e lo hanno fatto con senso dell’onore e autentico amore per il gioco. Non posso non pensare ad Artemio Franchi e al gran rifiuto opposto ad Henry Kissinger, un tipo che definire solo potente appare un’evidente diminutio. Era una giornata piacevolmente primaverile, quella di una Stoccolma ospitante la riunione del vertice della Fifa nel 1983. Gli americani avevano finalmente compreso quale grande affare potesse essere mondiale di calcio. L’allora Comitato Organizzatore della Fifa aveva stimato in quattrocento milioni di dollari le entrate del campionato del mondo del 1986, e gli Stati Uniti erano decisissimi a soffiare al Messico l’evento. Kissinger, nella splendida cornice della veranda francese del Grand Hotel, affacciata sul Palazzo reale, provò a sedurre l’importante e influente dirigente calcistico italiano con la proposta di un 20% in più di ricavi garantiti, rispetto alla proposta dei messicani. Era una proposta, quella dell’ex Segretario di Stato di Richard Nixon e Gerald Ford, portata avanti con l’appoggio di importanti player della comunicazione multimediale e colossi dai brand affascinanti dal profumo globale. C’era da rimanerne soggiogati all’istante, perché tanti sarebbero stati i vantaggi personali nell’accogliere una simile proposta. E tanti sarebbero stati i pericoli nel rifiutarla.

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Ma Artemio Franchi non è stato il più grande dirigente sportivo italiano per caso, e quella che andò in scena al Grand Hotel di Stoccolma meriterebbe un film, perché forse non è così sbagliato ricordare alle giovani generazioni italiane quanto di buono c’è nel passato del loro Paese. Artemio Franchi ascoltò il potente Kissinger con grande imbarazzo, poi con grande fermezza da buon contradaiolo senese, gelò un uomo probabilmente convinto come nella vita ogni cosa possa e debba avere un prezzo: “Non si può trasformare un campionato di calcio in un business pubblicitario fine a se stesso”. I Mondiali dell’86 furono assegnati al Messico, e Franchi qualche giorno dopo confidò ad un amico: “Non darò mai un mio assenso ad un mondiale delle multinazionali. Sarebbe stravolgere completamente il gioco, trasformarlo in qualcosa che non sarebbe più calcio, che non può essere snaturato nemmeno per un miliardo di dollari”. Qualche mese dopo Artemio Franchi morì in un misterioso incidente stradale, e l’Italia perse probabilmente il più grande dirigente sportivo della sua storia. È difficile immaginare cosa avrebbe pensato e come avrebbe agito di fronte al calcio di oggi Artemio Franchi, uno per cui il prestigio e l’onore della sua contrada erano uno dei motivi principali dello stare al mondo. Di certo non sarebbe rimasto a guardare indifferente. Oggi di lui è rimasto solo il nome sopra uno stadio e il denaro, che ha in pugno le multinazionali, si è preso in mano il suo amato gioco del calcio. Non so davvero dire quando tutto questo sia avvenuto, e non so quanto ancora mi rimane da respirare in questo mondo. Ma prima di salutarlo definitivamente mi piacerebbe, sì mi piacerebbe proprio, vedere l’opinione pubblica indignarsi per quanto le stanno togliendo. Lo meritano persone come Artemio Franchi, lo merita l’Italia, ma soprattutto lo merita il compito per cui siamo nati: progettare il futuro.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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  1. dattero - 1 mese fa

    in materia ho abissale ignoranza.
    Penso pero’ che si giochera un mondiale,dove,si dice,sian stati utilizzati veri schiavi x costruire stadi e che,fino a tempo fa,si contassero circa 1400 morti,correggete se sbaglio.
    Poi la domanda ingenua ed infantile,da crasso ignorante,se fallisce il calcio,che succede,che ripercussioni ci sarebbero?

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  2. bergen - 1 mese fa

    Beh Sig. Weatherill nel suo articolo c’é un po’ di confusione e un pizzico di ideologismo.

    Il calcio tutto passione e niente business che delinea lei é fuori dal tempo ed anche impraticabile.

    Ma la deriva europea deriva dal fatto che l’affarismo é stato preso a prestito senza sottoporlo a regole.
    Perché negli Stati Uniti, che sul business si fondano, hanno capito presto che per favorirlo e perpetuarlo occorre stabilire delle regole che garantiscano competitività e pluralismo.

    Anche se il secondo fine é quello di fare profitti, regole che si trovano nell’NBA come il tetto agli ingaggi (per club non per giocatore) come il diritto dell’ultima in classifica di fare le prime scelte tra i promettenti giovani dei college, etc., vanno nella direzione di assicurare campionati effervescenti e perciò attrattivi.

    L’Europa calcistica ha invece imboccato (come da lei stesso osservato in altri editoriali) la strada del mercanteggio istituzionale, con il solito approccio oligarchico per cui una classe dirigente poco etica e molto contigua ai governi, ha svenduto la propria integrità (e credibilità) a magnati extra europei, con tutti gli annessi e connessi che le diverse inchieste sulla corruzione hanno messo in evidenza.
    Tra l’altro questi filoni giudiziari non hanno nulla di europeo ma hanno preso avvio da indagini dell’FBI poi estesesi all’Europa tramite la Svizzera.

    Quanto al fair play finanziario, ricorda molto le prime carte costituzionali con cui le monarchie decadenti dell’800 tentarono di salvare le loro prerogative in un mondo che si stava trasformando loro malgrado.
    Regole scritte sulla carta, male o per nulla amministrate (in alcuni casi con delega alle federazioni nazionali), in cui non c’é neppure certezza dell’aspetto sanzionatorio, fatto di raccomandazioni e lasciato alla discrezionalità degli organismi dell’UEFA.

    Si possono muovere molte critiche agli americani (lo sono anche io ma la mia cultura é interamente europea) ma certo non fa loro difetto l’enforcement.
    Le loro regole possono essere discutibili, lontane dalle nostre ma la applicazione senza se e senza ma di sanzioni anche rigidissime é quel che fa la vera differenza.

    Non credo possibile né onestamente mi augurerei un ritorno al calcio dei tempi passati ma questa deriva che stiamo vivendo non c’entra nulla col business. E’ al contrario un’alterazione dell’economia di mercato che tende a favorire la concentrazione e crea distorsioni nelle logiche della concorrenza.

    Ma questa volta la mano invisibile di Smith é un virus, così piccolo e così capace di rovesciare tutti i tavoli.

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    1. robros58 - 1 mese fa

      nel confronto tra sport di squadra tra Stati Uniti e resto del mondo mi sembra di cogliere una sostanziale differenza: i “fans” statunitensi sono molto di più assimilabili a “consumers” piuttosto che a tifosi come li intendiamo noi. Le nostre passioni sportive credo che derivino da identificazioni culturali le cui profonde radici si potrebbero forse cercare nella storica, estrema, faziosità che ha sempre contraddistinto la storia del vecchio mondo. Il nostro background da “contradaioli” probabilmente non ha senso in una nazione sconfinata che si è venuta a costituire come un vero grogiolo di popoli. In America nessuno si scandalizza se, ad esempio, i Raiders dell’NFL cambiano sede prima da Oakland a Los Angeles e poi a Las Vegas. Provate ad immaginarvi qualcosa del genere da noi. Tale constatazione fa capire come, effettivamente, negli States le attività sportive professionistiche siano, per logica conseguenza, uno “show business” a tutti gli effetti. Senza contare il fatto che questo “antagonismo sportivo annacquato” ha anche dei vantaggi sia per i tifosi stessi, che vivono l’evento sportivo avverso in modo molto meno traumatico, sia dal punto di vista dell’ordine pubblico: non credo che succederà mai negli Stati Uniti che i tifosi in trasferta debbano essere scortati allo stadio dalle forze dell’ordine!

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  3. Guevara2019 - 1 mese fa

    Figuriamoci,il calcio è un potente fenomeno planetario, addirittura fanno giocare all’ora di pranzo per fare vedere le partite a un’orario consono in Asia.
    I top team potranno sempre permettersi nutrite rose di giocatori di prima scelta,pagati profumatamente,agli altri le briciole,potranno arrivare a organizzare una super lega,non avranno mai problemi,sponsor e paytv finanzieranno senza problemi.
    Un po’come si è trasformata la società da alcuni decenni,con stipendi da nababbo per i manager e stipendi da sopravvivenza per i sottoposti.
    Certo il calcio rischia il fallimento per le serie minori e un grosso ridimensionamento per le società più deboli,ed è un fedele specchio della società che viviamo quotidianamente.

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  4. CUORE GRANATA 44 - 1 mese fa

    Anthohy&Carmelo hanno tracciato,con la consueta maestria,un quadro realistico.Il calcio dei “mecenati”con le sue venature di “passione romantica”che non escludeva a priori la possibilità di essere vincenti anche a Società meno attrezzate economicamente(nella ns. realtà penso al Cagliari di GiggiRiva,al Verona ed allo stesso ns. Toro di Pianelli) è stato soppiantato dal calcio business che ha aumentato in modo esponenziale ed incolmabile le differenze.Di conseguenza,l’interesse e la passione di noi tifosi,a fronte di esiti pressochè scontati si è affievolita.Questa situazione mi pare particolarmente evidente nella ns. realtà.Ora se PremierLeague,Liga e Bundes(con peculiarità proprie)restano appetibili anche per la “ferrea logica del business)”in quanto dispongono di una platea ampia a livello mondiale(specie la Premier) il ns. Campionato obiettivamente assai mediocre per il business è diventato, a mio parere, un prodotto “da discount”.I ns. Soloni pensano di porvi rimedio con la “Media Company”teoricamente in grado di attirare nuovi investitori esterni? Ho molti dubbi in proposito e qui vengo al ns. orticello….”Io speriamo che me la cavo…”penserà il ns. Urbano.Staremo a vedere.Sempre FVCG!!!

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  5. Dr Bobetti - 1 mese fa

    Condivido tutto Mr. Weatherill, partendo dal ricordo di un Dirigente di grande spessore quale era Franchi.
    Il calcio attuale è quello per cui per i giocatori è possibile fare tamponi ogni 2 giorni senza attesa, per la gente comune c’è la file di 6-8 ore invece.
    Mi auguro che questo disastro pandemico porti un reset del sistema economico del calcio e lo riporti ad una dimensione dove i bilanci son veri ed i giocatori hanno stipendi perchè no importanti ma commisurati e non come quelli impossibili di oggi.

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  6. Il Giaguaro - 1 mese fa

    Una soluzione al problema ci sarebbe… Quasi ogni paese o quartiere ha una squadra in II o III Categoria. Ecco, lì trovi i dirigenti e i Presidenti che ci mettono del proprio (tempo e denaro) per la Società, i giocatori che di giorno studiano o lavorano e la sera si ritrovano per allenarsi. Basta tollerare una qualità del gioco appena inferiore alla Champions o alla serie A (tra l’altro noi granata siamo già abituati ad un livello di gioco piuttosto scadente, non ci accorgeremmo quasi della differenza)

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    1. robros58 - 1 mese fa

      Se passa il piano della Super League di Andrea Agnelli quello è uno scenario tutt’altro che improbabile e, forse, anche augurabile.

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  7. m.macioc_3442970 - 1 mese fa

    Concordo in pieno. Speriamo che il Calcio, che non è più uno sport da un pezzo, fallisca e possa essere completamente rifondato. Come gran parte della società

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  8. FuriaGRANATA - 1 mese fa

    Io mi preoccupo di più del fallimento dei piccoli commercianti e quelle persone che hanno perso o perderanno il lavoro o dimezzato il lavoro a causa del covid ,la cosa che mi rattrista ancora di più è questo governo incapace di ampliare le terapie intensive di rafforzare il trasporto pubblico e aumentare le classi e i professori/maestri invece ha preferito fare terrorismo psicologico tramite un informazione tendeziosa e un altro mezzo lockdown.
    Fortunatamente sono granata e non mollo mai.FVCG

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  9. al_aksa_831 - 1 mese fa

    Le società fallivano anche cento anni fa.
    Questo articolo mi pare molto ma molto naive, sembra scritto da qualcuno che fino a ieri ha vissuto su Marte.
    Oppure da un fan della musica indie che accusa i propri eroi autoprodotti di avere venduto l’anima al diavolo.
    Il calcio è business da cento anni, se volete lo sport puro seguite il pallone elastico.

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    1. bloodyhell - 1 mese fa

      certo,weatherill ha vissuto su marte, magari insieme ad artemio franchi, tu invece sulla terra.si vede che sei un maestro delle cose terrene.meno male che frequenti questo sito, così ci aggiorni anche sul pallone elastico.

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    2. gpmorano - 1 mese fa

      Mi spiace per te ma per puro caso ha letto il tuo commento uno che, da giornalista, ha seguito per anni il pallone elastico (ora pallapugno) ed ha strappato il suo accredito FIPE di fronte all’ora presidente federale e a decine di spettatori a Monastero Bormida, stufo di vedere risultati condizionati da scommesse tollerate e incoraggiate, vecchietti che su quei campi si mangiavano la pensione, capitani che alzavano o abbassavano leggermente il calzino a far capire se avrebbero “ceduto” il 15… . Naturalmente non tiro tutti dentro (ma manco faccio nomi); proprio lì c’era tanto di quel marcio che tanti si scandalizzarono quando la disciplina, molto racchiusa tra Langhe e Monferrato, venne ammessa nel CONI.. Il denaro ha da sempre condizionato il pallone elastico (chiamiamolo balòn, dai) e forse questo ti ha condizionato nel tuo giudizio. O la famiglia Agnelli…
      Da sempre il denaro c’entra in tutto, ma l’articolista non può essere contraddetto nelle sfumature del suo scritto.
      Rileggilo sotto alla luca, dai.

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      1. robros58 - 1 mese fa

        Se è per quello, almeno fino a pochi anni fa, per vincere gare amatoriali di ciclismo di infima importanza c’era gente che non aveva esitazioni a “bombarsi” oltre ogni limite dell’umana decenza. Non so se ora è cambiato qualcosa in quel mondo ma dubito …

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    3. Dr Bobetti - 1 mese fa

      Di un business gonfiato così, di un’industria che non ha piani di disaster recovery come invece è in ogni industria, di questo calcio dove una casta di dirigenti, procuratori, giornalisti e giocatori mangiano in modo smisurato, ne sono molto distante.
      Personalmente riterrò una svolta positiva se dovessero esserci fallimenti, per resettare e riportare il business calcio ad una dimensione economica più corretta.

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      1. valex - 1 mese fa

        Cominciamo col fallimento del Venaria, poi altri seguiranno…

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