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Il Derby

Il Derby - immagine 1

Torna una nuova puntata della rubrica Loquor, a cura di Carmelo Pennisi

Carmelo Pennisi

Che importa amore resta con me.

Ormai per sempre ho scelto te”.

Ornella Vanoni

Sid Vicious suonava il basso nei “Sex Pistols”, la punk band per eccellenza da molti considerata una icona e da altri molti una autentica truffa del rock. Inoltre il povero Sid era considerato un mediocre bassista, uno di quelli buono solo, se non fosse entrato per puro caso nella storia attraverso un movimento culturale ancora oggi animato da continue evoluzioni, a suonare in qualche pub o festa di piazza con sodali strafatti come lui a tutte le ore del giorno. Perché, dal punto di vista di tipi come Sid, ogni momento è buono per viaggiare attraverso qualche incubo artificiale. “E’ l’amore che ti ammazza, non la roba” dice Chloe Webb/Nancy in “Sid & Nancy”, il film diretto da Alex Cox nel 1987 in cui si dipana la tragica storia d’amore tra Syd Vicious e Nancy Spungen, e sembra un epitaffio coniato appositamente per il tifoso in spasmodica attesa del calcio di inizio di ogni partita della sua squadra del cuore.

Tutto, nel corso di una partita, viene vissuto in modo eccessivo, come se si stesse vivendo una realtà parallela in cui il tifoso viene precipitato da un curioso gioco delle “stringhe” della fisica quantistica. Per chiunque sia pervaso dall’amore per una squadra di calcio, la partita è proprio il momento della “Teoria del Tutto”, è la rappresentazione concreta più plausibile del tentativo della fisica teorica di giungere, prima o poi, a spiegare e riunire in unico contesto tutti i fenomeni fisici conosciuti. E’ una coazione a ripetersi del momento del “colpo di fulmine” tra un uomo e una

donna, in cui il mondo diventa “tutto” solo perché esistono “lui” e “lei”. Se la partita di cui stiamo parlando poi è un “Derby”, allora questo mondo non solo è “tutto” ma addirittura si blocca nella sua rotazione infinita. Un “Derby” ha il potere di cristallizzare per sempre i motivi della differenza “tra noi e gli altri”, forse la differenza più sostanziale di come si vive lo sport professionale in Europa rispetto a quello statunitense. Diverse fedi religiose (Rangers e Celtic a Glasgow), diverse convinzioni politiche(Real Madrid e Atletico Madrid), diverse convinzioni e condizioni sociali(Olimpiakos e Panathinaikos ad Atene) e altre diversità ancora animano questo tipo di partita, che per molti tifosi può valere anche più di una ipotetica vittoria in qualche competizione.

Tutto nel “Derby” è eccessivo, persino l’accompagnare l’avvicinarsi dell’evento sulla stampa, dove gli aneddoti fioccano e dove celebrità o semi celebrità vengono interrogate per raccontare le loro emozioni in vista della partita delle partite; e anche in questi commenti tutto pare una coazione a ripetersi, un po’ come quando si sentono le canzoni di natale sin dalla seconda settimana di dicembre. “Non bisogna mai pensare troppo, in campo”, scrive Zlatan Ibrahimovic in una delle sue innumerevoli biografie(ma quante ne ha scritte?), ma come si fa a non pensare troppo in una partita attesa per mesi da molti tifosi? Diego Milito racconta come a Genova i tifosi rossoblu lo fermavano per strada solo per chiedergli della partita contro la Sampdoria e a volte potevano mancare anche sei mesi all’evento. Questo stato d’animo stride un po’ con il politicamente corretto da cui è animata la società contemporanea, dove a volte si può sentire un telecronista eccitato alla fine di un “Derby” invitare ecumenicamente a stringere la mano all’amico seduto accanto a te, tifoso “degli altri”, perché si è assistiti ad una bella partita. Ma, a questi improvvidi telecronisti, bisognerebbe ricordare come il “Derby” si collochi esattamente dalla parte opposta di ogni teoria ecumenica, poiché questo tipo di partita si ciba dell’impossibilità di dare una qualche rilevanza alla bellezza, dato come non si assista mai ad uno spettacolo di virtuosismo o di tecnica, ma piuttosto ad un ribollire di sentimenti ancestrali, risalenti da tempi remoti e in parte inspiegabili a cui anche i calciatori devono o dovrebbero aderire. Valentino Mazzola che, come da un racconto dello “juventinissimo” Giampiero Boniperti, stoppa il pallone sulla linea della porta Granata impendendo un gol ormai considerato sicuro e pochi secondi dopo (“il tempo di aver rialzato lo sguardo dopo la delusione del gol mancato”, racconta Boniperti) lo si vede mettere la palla nella rete bianconera, non è solo il ricordo ammirato dell’incredibile che si materializza, ma è anche, e soprattutto, l’incisione nelle pietre senza età della memoria di un momento di disperazione per alcuni e di un momento di autentica beatitudine per altri. E’ l’inizio di racconti, miscuglio di fantastico e reale, tra una linea di produzione della FIAT e un’altra: “ti avvito un bullone per uno stipendio assolutamente avvilito dallo spropositato plusvalore che ricaverai da questo mio avvitare, ma Boniperti, il tuo capitano, aveva la bocca spalancata dalla meraviglia e le mani nei capelli nel vedere il mio “numero 10” realizzare l’impossibile”.

In un “Derby” non si può essere ottimisti a priori, oserei dire come nel calcio in generale non lo si possa essere, e quindi ci si prepara all’evento cercando sempre di esorcizzarlo, o facendo un tuffo tra i passati

più benevoli oppure provando ad ostentare una mal camuffata leggiadra indifferenza all’evento (“in fondo è una partita come le altre”). Sono piccoli riti figli di un amore modificatesi nel tempo, proveniente da generazioni infinite in cui la cosa principale era data dal dare spazio al “racconto” di avvenimenti che non si sarebbero mai visti

anche nel caso di una lunga vita, ma solo e semplicemente immaginati. Tutto questo immaginario, per lungo tempo, è stato pervaso unicamente dal desiderio, prima o poi, di andare ad affacciarsi almeno una volta sul reale di questo racconto e di viverlo. Il “Derby”, per molti, era solo una parola scritta su un giornale o il suono della voce di un conoscente così baciato dalla sorte da poter riferire di aver visto realmente quella mezza rovesciata con il segno della vittoria e della gioia. Ma oggi quell’amore vissuto dai nostri avi si è modificato nell’irreversibile portato da ogni scoperta tecnologica capace di far fare un salto poderoso in avanti all’umanità intera, non costringendo più a mentire alla stessa stregua di Emilio Salgari bugiardo su viaggi mai compiuti perché stressato dal suo ruolo di narratore di avventure in posti a suo tempo perduti. Da circa due decadi lo stadio e i suoi avvenimenti sono entrati nelle nostre case quasi come una invasione barbarica all’interno di quel “limes” dell’Impero Romano giudicato erroneamente eterno ed inattaccabile. I punti di vista delle telecamere, i rallenty e finanche le ricostruzioni del VAR, ci rendono

protagonisti senza il bisogno dei racconti altrui e di occhi professionali a vedere per noi. L’amore idealizzato dalla distanza si è ricostituito in modo diverso grazie ad una intimità difficilmente immaginabile anche per la gente dell’ultima decade del secolo scorso. Ora la visione di quell’amore è praticamente accessibile a tutti, ora il “Derby” viene vissuto non solo con la mente e con un orecchio attaccato ad una radiolina: ora è reale e si è trasformato in fenomeno di costume di massa. “Potrebbe non capitarvi mai più” diceva Brian Clough, allenatore collocato nel mito del calcio inglese, ai suoi giocatori prima di ogni partita veramente importante, prima di quelli da lui considerati appuntamenti vitali con la storia del calcio. I “Derby” ancora vissuti con la stesse attese di un tempo stanno lì a dimostrare come questi appuntamenti vitali con la storia del calcio esistano ancora, nonostante il tentativo di questa modernità folle protesa a far trionfare il cinismo in nome dello svelamento e della ragione portata all’eccesso. L’amore, nonostante tutto, è un sentimento tenace a resistere a qualsiasi idea o azione distruttrice.

Quando Sid Vicious trovò la morte in compagnia dell’eroina, lasciò un foglio dove come ultima volontà fu quella di essere sepolto alla sua amata Nancy, morta tragicamente qualche tempo prima. Ma Nancy era stata sepolta in un cimitero ebraico, al quale Syd non poteva avere accesso. Allora Anne, la madre di colui che fu il bassista dei “Sex and Pistols”, cremò i resti mortali del figlio e andò a cospargere le sue ceneri sulla tomba della donna amata. L’amore è tenace e

si insinua in ogni pertugio possibile per richiamare tutti noi a sé; qualsiasi siano i tempi, qualsiasi siano le possibilità, qualsiasi siano i motivi volti a convincere a voltargli le spalle: tutto questo è “Derby”, tutto questo è vita. Il resto è solo il tempo che passa e niente di più.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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