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Culto

Riti di passaggio

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La puntata di Culto parte da due fatti: : la diffida riguardante l’apertura del cortile del Fila e il possibile spostamento della Primavera a Vercelli

Francesco Bugnone

Succede spesso: ho in testa di scrivere la puntata di Culto su un determinato argomento poi capita qualcosa (un filmato, un fatto di cronaca, una conversazione) e cambio tema di colpo. Questa volta il fatto è dovuto all’intrecciarsi di due notizie: la diffida riguardante l’apertura del cortile del Filadelfia redatta dai Giuristi Granata per gli Stati Generali Granata e il probabile spostamento delle partite della Primavera al “Silvio Piola” di Vercelli.

A cosa serve riavere di nuovo il Filadelfia, a cosa sono serviti gli sforzi delle persone per tirarlo nuovamente su se si tolgono due dei principali punto di forza di quello che non è mai stato un semplice campo? Chi non lo pensa dovrebbe imparare a memoria la strofa di “Me grand Turin” di Arpino che dice “Filadelfia! Ma chi sarà el vilan a ciamelu un camp? J’era na cuna de speranse, ed vita, ed rinassensa, j’era sognè, crijè, j’era la luna, j’era la stra dal nostra chersensa”. Se togliamo il contatto con la gente e la sinergia giovanili-prima squadra-pubblico, allora tanto valeva fare un centro sportivo moderno da qualche altra parte (sigh) e utilizzare in altro modo quel patrimonio di ricordi.

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Ho detto mille volte di aver iniziato a tifare Toro nel 1985 grazie a una figurina di Junior, ma sono diventato veramente del Toro in un caldo pomeriggio di luglio del 1990, a mondiali finiti, durante il raduno della squadra agli ordini, per la prima volta, di Emiliano Mondonico. Sono entrato al Filadelfia pensando a Italia ‘90, alla Juve che aveva preso il calciatore, a mio avviso, più bravo d’Italia (Roberto Baggio), al fatto che temevo vincessero lo scudetto, sono uscito che non me ne fregava letteralmente nulla di loro e sicuro che il Toro gli avrebbe fatto il culo (cosa che quell’anno si avverò, visto che vincemmo il derby di ritorno e gli finimmo davanti, noi in Uefa e loro a casa).

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Quel pomeriggio al Fila fu il mio vero rito di passaggio e il merito è di quei gradoni su cui guardavamo il campo, separati da una rete a cui si avvicinò Pasquale Bruno per rompere il ghiaccio con un ambiente che poteva essere ostile visto da dove veniva, in quello che sarà il primo passo del nostro grande amore. Quei gradoni tremavano quando partiva “Chi non salta bianconero è”, c’era gente di ogni età tutta della mia squadra lì per dire quanto amasse i colori granata. Un tizio vendeva le magliette “Schillaci gommista” con l’omino Michelin e anche il capocannoniere dei mondiali era bello che sistemato. Quanti ragazzini sono diventati del Toro così? O hanno saldato in quei momenti per sempre il legame con la squadra del cuore, ritrovandosi granata anche nella cattivissima sorte?

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Nel cortile, invece, si apriva un mondo. Chiedetelo ai giocatori, chiedetelo a chi c’era. Chiedetelo anche soltanto a chi ha fatto la Primavera nel Torino cosa fossero quei contatti con la gente. Davano calore umano, facevano nascere, forse, inconsapevolmente, la voglia di dare una gioia a questi tifosi, di giocare per le persone. Anacronistico pensarci ora? Può darsi, ma perché non provarci, potrebbe rinascere un’antica magia o anche una nuova. Non tutti quelli usciti dal Fila sono stati granata veri, ma tantissimi sì.

Sul discorso giovanili ho un altro ricordo forte. Finale d’andata del campionato primavera 91/92 fra il Toro di Rampanti dei Cois, Vieri, Pastine, Della Morte contro la sorprendente Reggina di Campolo, Belmonte e Tedesco. Gradinate stracolme, pubblico caldissimo, in mezzo, mescolati, anche elementi della prima squadra, come capitava spesso in quegli anni (vidi il massaggiatore Giunta che, quando nel 1994 passerà alla Juventus, mi colpirà più della cessione ai gobbi di Fusi e Jarni, non so dire il motivo). Eravamo compatti come se fossimo a una partita del Toro del “Mondo”, un’elettricità che in campo si sentiva. Si era sentita in un derby di qualche settimana prima, dove Vieri venne addirittura espulso. Si sentiva in alcuni racconti formidabili come quello di Pastine che, durante una chiacchierata, accenna, trattenendo un sorriso, di qualche vecchietto dall’ombrellata facile. Quel giorno finirà zero a zero, ma vinceremo 4-3 in Calabria e confermeremo il tricolore dell’anno prima. Al di là del risultato, quella partita non la dimenticherò mai: la gente che ne diceva di ogni in italiano e in dialetto, il “se non hai il fisico stai a casa” urlato ogni volta che un amaranto finiva a terra, un gruppetto di quattro signori reggini nella marea granata che provavano a rintuzzare le beffe verbali (“Falli morire di crepacuore” urlò uno di questi a un suo beniamino che perdeva tempo, “ma sta brau, piciu” la risposta immediata di un signore). A distanza di anni ricordo ancora quella mattinata, tutti quelli che c’erano credo se la ricordino, tutti i giocatori in campo hanno sentito quello scambio di energia. E andiamo a giocare a Vercelli?

Postilla che c’entra e non c’entra con questo discorso. Sabato scorso la figlia di una mia amica è andata allo stadio e si è divertita un sacco innamorandosi della Maratona e dei suoi cori, finalmente all’altezza dopo anni un po’ così. Forse non si ricorderà molto della partita sul campo, ma non dimenticherà mai il pomeriggio in curva. Se a una bambina il colore granata fa ancora quest’effetto, c’è speranza. Nonostante tutto, c’è speranza. Perché se i Belotti e i Bremer passano, se il presidente è quello che è, tocca a noi perpetuare la fede, perché in qualche modo gli altri passano e noi restiamo.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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