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Il Granata Della Porta Accanto

La sindrome di Stoccolma

UDINE, ITALY - APRIL 10: Urbano Cairo, President of Torino FC looks on  during the Serie A match between Udinese Calcio  and Torino FC at Dacia Arena on April 10, 2021 in Udine, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors.  (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Viviamo ormai in ostaggio, senza la possibilità di vedere il nostro Toro gestito secondo i valori tipici della storia granata

Alessandro Costantino

Il terremoto societario che ha caratterizzato gli ultimi giorni in casa granata ha una duplice chiave di lettura: da un lato la speranza che nuove competenze (Bellino e probabilmente Ludergnani) portino un nuovo slancio in aree oggigiorno fondamentali per la crescita di un club, cioè le strutture e il settore giovanile, dall'altro la paura che la mossa sia puramente gattopardesca, cambiare tutto affinché non cambi nulla. È brutto pensare così, ma la gestione di Cairo ci ha portato a sospettare di una "fregatura” anche di fronte a mosse apparentemente sensate, come ad esempio la cooptazione nel cda di Bellino, manager di RCS Sport con un curriculum di tutto rispetto.

Non so sinceramente quantificare la percentuale di tifosi del Toro che sono insoddisfatti dell'operato del presidente, ma anche fossero, come immagino, una larga maggioranza, permane sempre una percentuale più o meno importante di gente granata che soffre della "sindrome di Stoccolma”, gente talmente impaurita dall'idea di fallire nuovamente al punto di arrivare a difendere il proprio carceriere e giustificarne ogni mancanza. So che le mie possono apparire espressioni forti, ma la realtà dei fatti ci dice che il Toro, non il Torino FC che è un'entità giuridica di cui il presidente Cairo detiene legittimamente le quote di maggioranza, è ostaggio di questo editore alessandrino: non bisogna aver paura di ammetterlo, né di denunciarlo pubblicamente. Il presidente Cairo, ottimo amministratore di aziende, giacché definirlo imprenditore implicherebbe riconoscergli visione, lungimiranza e capacità di investimento per ottenere risultati e raggiungere obiettivi, ha gestito il Torino FC con quella che il codice civile definisce la condotta del "buon padre di famiglia" curando la sostenibilità dei bilanci e gestendo con parsimonia le ingenti risorse derivate dai diritti televisivi, risorse che è bene ricordarlo nessun suo predecessore ha mai potuto avere. Il "dettaglio" che gli è sempre sfuggito, e non involontariamente, è che l'obiettivo principale del Torino non è avere un bilancio da tripla AAA secondo i criteri di Standard & Poor's, quanto quello di ottenere i migliori risultati sportivi possibili. E se dalle parti di Venaria il motto ”vincere è la cosa più importante” va per la maggiore, da noi ha sempre contato di più il come si ottengono i risultati, piuttosto che il quanto. La storia granata è permeata di successi (e ogni giorno alzando lo sguardo verso Superga ce ne ricordiamo), ma principalmente di valori che non sono negoziabili agli occhi di noi tifosi. Il Toro è qualcosa che va al di là del Torino Calcio o del Torino FC, è un’idea, un modello a cui la società i cui giocatori scendono in campo con la maglia granata devono ispirarsi, creando una sinergia di intenti ed emozioni con la tifoseria. In 16 anni di era Cairo questo aspetto è stato completamente ignorato per non dire addirittura palesemente osteggiato e scientemente ”smontato”. I tifosi hanno visto anno dopo anno ripetersi copioni troppo simili per non pensare che si trattasse di modus operandi deliberatamente messi in atto per snaturare ciò che da sempre rende speciale essere del Toro.

E qui torniamo a bomba all'attualità del terremoto societario. L'allontanamento di Comi e Bava rientra in questo schema: gente col Toro nel cuore mandata via e sostituita da altri professionisti, sicuramente validi, ma scevri di ogni legame affettivo con il Toro. So che molti hanno criticato (e, non mi nascondo, tra questi pure io) e sbeffeggiato Antonio Comi per il suo "immobilismo" nell'interpretare il ruolo di amministratore delegato del Torino FC. Le parole di Ezio Rossi, riportate da Toronews, sugli addii di Comi e Bava, però, mi hanno fatto riflettere su di una cosa importante: siamo sicuri che Comi abbia interpretato il suo ruolo di ad in maniera puramente rappresentativa per sua scelta oppure lo abbia fatto così solo perché non ha avuto altra scelta? In un'azienda privata un dirigente non resta 16 anni a ”scaldare” la poltrona: se Comi è durato così tanto è perché chi lo pagava riteneva che il suo ruolo dovesse essere quello e nulla di più. Certamente a Comi si sarebbe potuto chiedere un atto di coraggio magari dando le dimissioni e denunciando lo status quo, ma non è stato più coerente per lui provare a lottare dall'interno, giorno dopo giorno, tentando di tenere viva una fiammella di "cuore granata” piuttosto che sbattere la porta e lasciare ciò che ama in mani poco fidate? "Grazie Antonio, solo chi ti conosce veramente, sa ciò che hai dovuto passare” diceva Ezio Rossi nel suo post su Facebook. Possibile che siano solo parole campate in aria, senza fondamento?

Insomma il puzzle, ad ogni pezzo che si aggiunge, mostra una foto della realtà che non può essere accettata dai tifosi granata, nemmeno da quelli che soffrono della sindrome di Stoccolma di cui accennavo sopra. Il Toro non è mai stato così lontano dall'idea di Toro come in questi ultimi anni. Possibile che la più grande icona vivente di granatismo, Paolino Pulici, sia esiliato dal Toro senza avere la possibilità di trasferire, o anche solo emanare, tutto il proprio umile carisma pregno di DNA granata a tutto l'ambiente Toro? È aberrante, se ci pensiamo! Gli anni passano e noi ci stiamo perdendo la possibilità di godere della presenza di Pulici allo stadio, nello spogliatoio, in società, nel rapporto coi tifosi: un delitto, un clamoroso autogol, un gesto di autolesionismo puro. Non abbiamo più gli Invincibili, Meroni e Capitan Ferrini e l'ultima icona vivente del Toro continua a non avere nulla a che spartire con il Torino FC: non ci crederebbe nessuno se lo raccontassimo in giro, invece è la triste realtà.

Siamo ostaggi di questo presidente, possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma finché ci sarà lui sarà dura rivedere qualcosa ”da Toro”. Poi magari Juric si trasformerà nel nuovo Gasperini, Ludergnani scoverà talenti in ogni dove e Bellino ci farà il Robaldo e strapperà l’Olimpico al Comune, ma resterà sempre aperta una domanda: perché quel poco che si ottiene e si costruisce non lo si fa sotto il cappello degli ideali e dei valori granata? È così difficile "sfruttare" questo patrimonio che ha pochi eguali al mondo e tenerlo vivo in società? Pare di sì, e i motivi non mi piacciono per niente.

Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.