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Dazn e Sky salvano il calcio italiano?

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Torna un nuovo appuntamento di "Loquor", la rubrica a cura di Carmelo Pennisi

“L’amore da valore alla sopravvivenza”  C.S. Lewis

Qualcuno potrebbe pensare che i 900 milioni spuntati dalla Lega A sulla vendita dei diritti tv dei prossimi cinque anni siano una sconfitta per il calcio italiano o una sua rassegnazione troppo arrendevole a non vedere per il futuro margini di crescita per quello che fu il campionato più bello del mondo, ma in realtà questa cifra fotografa probabilmente il giusto valore (anzi, a mio parere è stata anche un tantino generosa, considerando come non si fossero presentati all’asta dei diritti nessuna proposta alternativa al duo Dazn-Sky) attuale del nostro calcio.

Al netto della solita litania del danno procurato dalla pirateria (assolutamente da combattere, sia chiaro), che è un po’ fuorviante alla stessa stregua del lamentarsi dell’evasione fiscale quando si accende il dibattito sul debito pubblico, bisogna riconoscere come gli ascolti e il valore della raccolta pubblicitaria del calcio messo in scena in tv stiano conoscendo momenti di preoccupante contrazione (il girone di ritorno dell’ultimo campionato è stato a dir poco drammatico in termini di calo di ascolti e questo sarà andato sicuramente a ricasco negativo sulle guarentigie a favore dei clienti presenti nei contratti pubblicitari), e nell’impaurita assemblea di Lega in cui si sono assegnati i diritti del nostro sport nazionale fino al 2029 ha prevalso un’unica logica: cartolarizzazione.  Meglio affidarsi alla sicurezza di Dazn/Sky e correre in banca per rivendersi con largo anticipo i sicuri introiti futuri garantiti da un contratto, che rischiare l’osso del collo accettando la visione di Aurelio De Laurentiis di dare vita attraverso le piattaforme OTT ad una offerta calcio gestita autonomamente dalla Lega e sostenuta finanziariamente da qualche fondo di investimento.

C’è da dire come il presidente del Napoli gestisca un club su una piazza a dir poco anomala, capace di generare il più alto numero di richieste di Reddito di Cittadinanza e di pagare in tv dieci o venti euro a botta un amichevole estiva, quelle dove vanno in scena le prime “sgambature” davvero senza nessuna importanza a volte contro formazioni quasi amatoriali. Trattasi il lambire la circonvenzione di incapace, ma Napoli ha una vitalità corroborata dalle sue mille contraddizioni non abbracciate, in questo caso fortunatamente, dalle altre città del Bel Paese. Il momento di “buona” vissuto dal Napoli sta facendo perdere di vista a De Laurentiis gli interessi generali, ma il presidente azzurro non ha tutti i torti quando parla di “stupidaggine” nell’aver firmato un contratto così lungo in un mondo al momento ostaggio di una continua evoluzione e di incognite economiche permanenti a causa di guerre, alta inflazione e instabilità politica. Senza considerare l’irrompere in modo deciso dell’Arabia Saudita sul mercato del calcio europeo, figlio di un continente mai così fragile come in questo periodo storico.

Ma cosa altro si sarebbe potuto fare? Quando qualcuno vorrebbe sparigliare il quadro della storia eccolo arrivare, da perfetto neo “Masaniello” contemporaneo, auspicando un rapporto diretto con il popolo, in questo caso con i tifosi. Il popolo fino ad oggi ignorato e perculato fino all’inverosimile, sono coloro con cui lavorare per aumentare il valore del prodotto calcio(non si capisce perché poi i tifosi, ridotti alla stato di clienti, dovrebbero contribuire ad aumentare il plusvalore dell’imprenditore. Ma non ditelo a Masaniello/De Laurentiis). Si potrebbe dire, inoltre, come sia troppo comodo questo richiamarsi al popolo, specie quello di tipo catatonico disposto a pagarti amichevoli farlocche, quando conviene. Ma il presidente del Napoli è così: prendere o lasciare. Sarà bene ricordare a chi fa finta di non sapere o a chi prefigura scenari da autogestione (senza nemmeno presentare alla stampa un progetto dettagliato di quel che realmente si vuol fare e quali siano i nomi di questi fondi annunciati a sostegno dell’eventuale progetto di un canale autogestito), come i proprietari dei club siano capaci di parlare di rapporto diretto con i tifosi, mentre nello stesso tempo con le loro azioni stanno demolendo il concetto di “calcio bene comune” (è una contraddizione da “mucca del corridoio” di bersaniana memoria).

Non si specifica nemmeno quale mole di investimenti e garanzie (anche se in forma molto più ridotta delle piattaforme tradizionali) ci voglia per far partire un progetto di fruizione OTT di un fenomeno così importante nella vita degli italiani come il calcio. De Laurentiis si propone come riformatore, dimenticandosi come lui e i suoi colleghi non siano stati capaci nemmeno di implementare un cammino serio per portare i club italiani ad avere finalmente degli stadi di proprietà belli e funzionali. Non basterebbero dieci articoli per ricapitolare tutte le promesse fatte negli ultimi dieci anni dai proprietari dei club in relazione agli stadi di proprietà. Ancora ho il vivido ricordo di una conferenza organizzata dall’attuale Ministro dello Sport Andrea Abodi, in quel momento “Commissioner” della Lega di Serie B, per avviare un progetto di infrastrutture di proprietà nella serie cadetta. Abodi era in buona fede e animato da buone intenzioni, erano i presidenti ad essere solo in giornata di vacanza premio a Roma, e la questione è finita analogamente al progetto dell’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini di rivalutazione dei borghi italiani: nel nulla.

Fare paragoni con il sistema “Premier League” è fare retorica, visto come il successo della massima serie inglese sia il frutto prima di lungimiranza politica, grazie al “Rapporto Taylor” voluto da Margaret Thatcher e che segnò una riforma importante di gestione dell’ordine pubblico degli eventi sportivi nonché l’obbligo di costruire o rinnovare gli stadi, e poi di una organizzazione sportiva virtuosa da parte dei club che ha portato alla fioritura di nuovi talenti provenienti dai settori giovanili. La “Premier” ha lavorato molto sul rispetto dei tifosi, sul mantenimento delle promesse fatte, sull’onorare in qualche modo la storia del calcio. Il risultato? 36 milioni di utenti paganti alle piattaforme OTT e 15 milioni di abbonati negli stadi. Sono numeri da far impallidire persino la Liga spagnola delle storiche polisportive popolari.

Tornando nell’asfittica e retorica Italia calcistica, sarebbe interessante sapere se i club abbiano mai davvero avviato seri contatti con i tifosi per conoscerne problematiche e attese, al fine di elaborare finalmente uno studio di marketing serio persino a livello sociologico e non solo commerciale. Magari De Laurentiis, viste le sue intenzioni di avere afflati con i tifosi, ne ha commissionato uno, e magari potrebbe renderlo pubblico. Restiamo in fiduciosa attesa. Il mondo dello sport italiano, negli ultimi decenni, purtroppo non si è distinto per affidabilità, molteplici sono le “chiacchiere e distintivo” andate in scena, in ultimo la farsa trasformatesi in burla della organizzazione delle Olimpiadi Invernali di Cortina-Milano 2026, che non sarebbe dovuta costare un euro agli italiani ma ora diventata ennesima occasione di mostrare il soccorso dell’erario. Ma De Laurentiis tuttavia ha sicuramente ragione, anche se è semplicemente buon ultimo, quando parla di rischio di morte del calcio, già in evidente stato comatoso. Però affidarsi eventualmente a quelli come lui e all’avventurismo della Lega Calcio, senza un intervento super partes della politica, è l’ultima cosa consigliabile per il buon avvenire di un gioco così amato in questo disgraziato Paese.

Non si può delegare, proprio non si può, il benessere di un bene comune a chi impunemente ha fatto ricorso a plusvalenze fittizie e a chi, fregandosene consapevolmente del rispetto delle regole e avendo ottenuto una deroga di queste da una Federcalcio colpevole come non mai di arrendersi di fronte ad un dato di fatto(un po’ come quando si condonano le costruzioni abusive), continua a detenere la proprietà di due club. Se Dracula si mette a discettare su quanto sia prezioso il sangue, non sarebbe auspicabile pensare a lui come futuro presidente dell’Avis. I presidenti della Lega di Serie A, nel vuoto totale della presenza politica, hanno fatto l’unica cosa possibile da poter fare: hanno firmato un deprecabile contratto di sopravvivenza. E’ vero, dovremmo uscire dalla sopravvivenza e crescere con passione, compassione, umorismo e stile, ma al momento, amando profondamente questo straordinario gioco e valutando la realtà fattuale, mi appendo con convinzione, non prima senza ringraziare i provvidenziali soldi di Dazn e Sky senza i quali i club italiani fallirebbero domattina, ad un fulminante aforisma di Giulio Andreotti: “considero il sopravvivere una grazia di Dio”.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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