Desperado (1)

Desperado (1)

La luna faceva lentamente capolino dietro le montagne che incombevano sul cimitero di Bitter Creek. Il vecchio camposanto era abbarbicato sulle alture che sovrastavano la città fantasma di Filaburg, distrutta qualche anno prima da un devastante incendio e quasi nessuno vi faceva ormai visita. Per accedervi occorreva percorrere l’antica pista di Cold Spring, che, oltre il cimitero,…

La luna faceva lentamente capolino dietro le montagne che incombevano sul cimitero di Bitter Creek. Il vecchio camposanto era abbarbicato sulle alture che sovrastavano la città fantasma di Filaburg, distrutta qualche anno prima da un devastante incendio e quasi nessuno vi faceva ormai visita. Per accedervi occorreva percorrere l’antica pista di Cold Spring, che, oltre il cimitero, proseguiva per la miniera abbandonata di Treasure Rock.
La luce della luna creava uno spettrale gioco di ombre con le lapidi, in quel posto solitario ormai invaso dalle erbacce.
Il silenzio della notte, fino a quel momento rotto solo dal lamentoso ululare di un coyote, si confuse con un lievissimo rumore di zoccoli.
Un’ombra scese dal suo cavallo proprio in prossimità del vecchio cancello arrugginito e si addentrò tra gli arbusti del camposanto, fino a fermarsi di fronte ad una lapide, quasi centro del cimitero.
Un altro uomo, che si trovava per caso a cavalcioni del muretto di cinta, si accorse dell’ombra in movimento. Gettò il sigaro a terra sperando di non farsi sorprendere e portò silenziosamente la mano alla fondina.
Vide l’ombra inginocchiarsi di fronte a quella lapide dopo aver gettato il proprio cappello a fianco.
Poté udirne distintamente il respiro affannoso e un sottile lamento simile quasi a un singhiozzo trattenuto e disperato, poi l’ombra sembrò accasciarsi sulla lapide, mentre i singhiozzi silenziosi continuavano, alternati a discorsi sottovoce indistinguibili, quasi fossero un dialogo con chi non c’era più.
L’uomo sul muretto trattenne il fiato, riparato parzialmente da una pietra tombale.
La figura, dopo minuti che parvero ore, si rialzò lentamente, si voltò, posò il proprio cappello sulla lapide e fece ritorno al proprio cavallo, prima di scomparire nella pista che si perdeva sui monti.
Soltanto allora l’uomo sul muretto trovò la forza, e anche il coraggio, di muoversi.

 

Vi dico che Paul Tritagobbi è tornato in città…! L’ho visto con questi occhi! – Disse Anton Trapiantato la mattina seguente, al piano terra del Saloon di Gobbstone, sorseggiando avidamente il primo bicchiere di whisky della giornata.
Le sedie del locale erano quasi tutte sollevate sui tavoli, il sole faceva capolino dalla strada polverosa, mentre Moonray, la bella giovinetta figlia del fabbro del paese, si arrabattava attorno allo spazzolone per ripulire la devastazione provocata dalle sbornie della sera precedente.
Il bicchiere scivolò dalle mani di Bob Tirapiedi e schiantò il suo prezioso nettare sul pavimento di legno tra centinaia schegge di vetro.
– Stai scherzando – disse – Paul Tritagobbi è morto!
– Ti dico che è vivo! L’ho visto con i miei occhi questa notte su al vecchio cimitero di Bitter Creek
– Sarai stato ubriaco come al solito – intervenne Frank Barbigio.
– Che succede?! Chi diamine è che combina questo disastro anche in pieno giorno?
Donna Carmen, la proprietaria del Saloon di Gobbstone sbucò dal retro del locale, inviperita per il bicchiere andato in frantumi. Era una donna sulla trentina, bella, sensuale e ambita, dal passato, si diceva, burrascoso, che sapeva però badare a se stessa.
– Io non ho più bicchieri, maledizione! Me li state eliminando tutti uno ad uno! – si rivolse alla ragazzina che stava pulendo il fondo del locale – Moonray! Vieni qui subito a far sparire questo disastro!
Io non sono mai ubriaco! – proseguì Anton trapiantato come se nulla fosse. L’ho visto questa notte al vecchio cimitero di Bitter Creek. Ci vado ogni tanto per farmi… e va bé… una bevuta in santa pace senza che mia moglie mi trovi. Ma vi giuro che ho visto un uomo che si inginocchiava sulla tomba della moglie e piangeva…
– Ma non avete altri posti dove andare di notte? Di chi state parlando? – si intromise Donna Carmen con malgarbo.
Di Paul Tritagobbi – disse Frank Barbigio, non resistendo alla tentazione di gettare un’occhiata alla generosa scollatura della donna – Anton dice di averlo visto ieri notte. Tra una bevuta e l’altra… ah ah ah!
Carmen trasalì. Una strana luce le brillò negli occhi, tuttavia cercò di non far notare agli altri il suo stato d’animo.
– Credevo che Paul fosse morto nell’incendio… – disse con finto stupore.
– Anch’io! Hey, Anton! Non è che hai visto un fantasma?
I fantasmi non portano cappelli da Cow-boy! – esclamò Anton Trapiantato, gettando sul tavolo il cappello che l’ombra misteriosa aveva lasciato quella notte sulla lapide.
Nel Saloon si fece silenzio.
Moonray, poco distante, fingeva di lavorare ma non perdeva un istante di quella conversazione.
– E’ il cappello di Paul… ne sono sicura… – disse Donna Carmen pallida in volto.
– Bè – sentenziò dopo qualche istante Bob Tirapiedi con sarcasmo – Se Paul Tritagobbi è tornato da queste parti, non lo ha certo fatto per una gitarella di piacere. Ma sinceramente continuo a pensare che sia morto quella notte e che tutta questa sia solo una bufala…
– Anch’io – aggiunse Frank Barbigio.
STOLTI!una mano enorme si abbatté sul cappello da cow-boy di Paul Tritagobbi, posato sul tavolo, appiattendolo.
Tutti trasalirono spaventati.
Nessuno lo aveva sentito arrivare, nessuno aveva immaginato che fosse nelle vicinanze.
L’ombra nera di Lucky Ladrone si stagliò sul gruppetto.
– Paul Tritagobbi non è morto quella notte! – I denti di quell’uomo, alto, enorme e completamente vestito di nero, sembravano lame affilate.
Moonray si strinse in un angolo del Saloon. Aveva paura di quell’uomo, nonostante il suo sorriso. Aveva paura dei suoi occhi di ghiaccio.
– Paul si rifugiò dalla tribù dei Piedistorti, e di lì scappò via. – proseguì infuriato. Poi si placò improvvisamente, aprendosi in un sorriso che metteva i brividi.
– Voi dite che è tornato per vendicarsi… io invece dico che è tornato per il tesoro di Treasure Rock! L’ho aspettato per anni, e adesso è tornato. – Sogghignò – Non dobbiamo lasciarcelo scappare…
Diede ordine ai suoi uomini impauriti affinché dessero istruzioni ai due giornalisti del foglio locale, Joe Ruffianazzo e Stan Scribacchino, di mettere in guardia la popolazione, nel numero del giorno seguente.
Poi si voltò ed usci, silenzioso come era arrivato, per andare a parlare allo Sceriffo.
Il gruppetto nel Saloon restò a lungo in silenzio.

 
Papà… chi è Paul Tritagobbi? – Moonray si rivolse al papà quasi con noncuranza, mentre gli serviva la cena.
Lo sguardo del padre si irrigidì di colpo ed il cucchiaio gli scivolò nel piatto. Era un vecchio uomo buono e calmo, non era persona da scatti impulsivi e questo preoccupò la figliola.
Moonray era una ragazza di diciassette anni appena compiuti, che lavorava durante le ore diurne al Saloon di Gobbstone, per arrotondare le entrate del padre fabbro, non più floride da quando erano dovuti fuggire dall’incendio di Filaburg, otto anni prima.
Moonray era nata quando ormai né il papà e la mamma credevano più possibile un dono da parte del Signore, essendo entrambi di età avanzata. Ma la gioia aveva voluto un prezzo altissimo da pagare. La mamma di Moonray era venuta a mancare la notte stessa in cui lei era stata messa al mondo. Da allora il pover’uomo non aveva avuto occhi se non per quella bambina che si era pian piano trasformata in una donna dai capelli color rame, quasi come quello che un tempo veniva estratto dalla miniera di Treasure Rock.
– Perché mi chiedi questo figliola? – chiese l’uomo cercando di dissimulare l’ansia che provava.
Moonray si accorse dello stato d’animo del padre e cercò di distillare il proprio racconto.
– Oh, niente – disse mentre si affaccendava attorno all’acquaio – Oggi ho sentito dire che è tornato in città…
– E… da chi hai sentito dire tutto questo?
– Ne hanno parlato al Saloon… qualcuno ne parlava con timore. Deve essere un fuorilegge… tornando a casa ho visto che lo sceriffo Marcel Sigarazzo stava affiggendo dei manifestini con una taglia… Perché? Tu lo conosci, papà?
– No, cara… hai ragione tu… sarà sicuramente un fuorilegge… – mentì malamente l’uomo.
Era chiaro – pensò – che sua figlia non ricordava più nulla di quanto era successo durante quei giorni. Fissò il piatto di fronte a sé, turbato. Se veramente Paul Tritagobbi era tornato in città, quella cosa aveva il significato di due sole parole: vendetta e morte.
Pregò il Signore che non fosse vero e che…
– Cos’hai Papà? Non mangi? Ho detto qualcosa che ti preoccupa?
Il padre negò con convinzione, ma Moonray lo tenne d’occhio per tutta la sera.

 

Un paio d’ore più tardi, mentre Moonray era nella sua camera, impegnata a ricamare fiori per il suo vestito bianco, ed il padre stava svogliatamente riordinando alcuni utensili al lume della lampada ad olio, la porta principale della casa dapprima si socchiuse, quindi fu lentamente spinta all’interno con un sinistro cigolio.
La ragazza raggelò seduta sul letto, incapace di muoversi.
Da dove si trovava riuscì soltanto ad intravedere il pavimento della sala da pranzo e gli stivali infangati di uno sconosciuto che camminava lentamente verso il centro della stanza.
Udì la sedia a dondolo del padre cigolare, come se l’uomo si fosse alzato e si fosse mosso incontro allo sconosciuto.
Moonray finalmente scatto in piedi.
Aveva sempre rimproverato al padre il fatto che si dimenticasse di sprangare la porta e ora poteva essere troppo tardi.
Si affacciò angosciata, ma non trovò ad attenderla ciò che si aspettava.
Il padre e uno sconosciuto si stavano abbracciando come due vecchi amici che si ritrovavano dopo tanto tempo.
Si scostarono l’uno dall’altro, quando videro la ragazza sulla soglia.
Moonray riconobbe immediatamente nello sconosciuto l’uomo ritratto nei manifestini dello sceriffo Marcel Sigarazzo.
Doveva avere poco più di trent’anni, la barba incolta di qualche giorno, un mozzicone di sigaro spento tra le labbra e due occhi profondi che alla giovinetta richiamarono immediatamente una sensazione di grande tristezza.
A differenza dell’immagine sui manifestini però, la parte destra del volto dell’uomo presentava i segni di vecchie e profonde ustioni, in parte nascosta dal cappello da cowboy.
– Ehm… disse imbarazzato il fabbro rivolgendosi allo sconosciuto – Questa è mia figlia Moonray… e questo è … questo è..  il mio vecchio amico…
Buongiorno, Straniero – la ragazza tese la mano all’uomo con solarità.
L’uomo accolse la mano della ragazza guardandola negli occhi senza dire una parola ed indossando il lontano abbozzo di un’espressione imbarazzata.
Moonray lasciò i due uomini da soli dopo un breve inchino, ma per l’intera durata dell’incontro rimase attaccata alla porta che separava la sua camera dalla sala da pranzo per afferrare qualche brandello di conversazione.
– Sei in pericolo in questa città… – udì il padre rivolgersi con fare paterno all’uomo, chiamandolo Paul.
I due uomini restarono a conversazione per quasi un’ora, poi così silenziosamente come era arrivato, lo straniero se ne andò.
Perché quell’uomo era un fuorilegge?, si chiese Moonray più tardi, stesa nel buio della sua stanza. Di quali crimini si era reso colpevole? E come poteva un uomo buono come suo padre essere amico di un criminale? Ma poi, lo era veramente? I suoi occhi impazzivano d’odio ma anche di tristezza. Qual’era stata la sua storia? Che cosa avevano a che vedere le bruciature sul suo corpo con l’incendio di Filaburg? C’era qualcosa che lei avrebbe dovuto ricordare?
Molte troppe domande, riguardanti quello straniero, dal quale si sentiva così incuriosita.
Si addormentò pensando a lui.
E improvvisamente, nel sonno, si ricordò di quanto era successo tanto tempo prima.

 

Desperado, why don’t you come to your senses?
You’ve been out riding fences, for so long now…
Oh you’re a hard one, I know that you’ve got your reasons…
These things that are pleasing you, can hurt you somehow…

 

Il mattino seguente un uomo si stava inerpicando su per il sentiero quasi sconosciuto che portava all’altopiano dove era rifugiata la tribù dei Piedistorti.
Teneva il cavallo per le briglie e suonava lentamente l’armonica con l’altra mano.
Un uomo indiano con un folto piumaggio attorno al capo, lo attendeva ad una curva del sentiero.
– Che strana canzone è questa, viso pallido. Non l’ho mai sentita prima d’ora.
– L’ho imparata in giro per il mondo… – disse Paul Tritagobbi senza lasciar trapelare emozioni.
– Avresti dovuto fare attenzione per il sentiero. I miei uomini avrebbero potuto infilzarti con le loro frecce…
– I tuoi uomini sono agili e vispi quanto un Bufalo su un pendio di sapone, Grande Capo Toro Scalcinato…
I due uomini si sorrisero e si abbracciarono.
– Sapevo che saresti tornato, viso pallido – disse il vecchio Pellerossa.

 

Non si vedevano da anni, dalla notte nella quale Paul Tritagobbi li aveva lasciati per fuggire lontano.
Il grande accampamento che Paul ricordava, era ormai ridotto ad una trentina di tende e ad un centinaio di persone. I continui attacchi dei più potenti Truzzajo avevano decimato le loro fila e avevano spinto i Piedistorti a rifugiarsi sempre più in alto, in luoghi meno coltivabili e dagli inverni più rigidi – spiegò con rassegnata serenità il Grande Capo.
Presto o tardi – aggiunse – sarebbe arrivata la carica finale dei Truzzajo, a spazzarli via per sempre. Avrebbero raggiunto gli Alti Pascoli, dove ad attenderli avrebbero trovato gli uomini migliori della loro tribù ormai sterminata.
Paul venne accolto nell’accampamento come un re. In molti si ricordavano di lui.
Toro Scalcinato lo fece accomodare nella propria tenda e gli mostrò gli abitanti.
– Vedi, fratello viso pallido, ecco i nostri guerrieri migliori…. – li indicò uno a uno… Rigore parato
Traversone Sbagliato, Difensore Sbadato, Portiere Ciofeca… sono solo dei volenterosi ragazzi. Non abbiamo alcuna possibilità contro i Truzzajo…
Paul Tritagobbi restò ad ascoltarlo in silenzio, poi il Grande Capo proseguì il suo discorso, usando un tono di voce più grave.
So perché sei tornato… Dovresti elevare il tuo spirito al perdono invece di coltivare il tuo odio e la tua sete di vendetta. Un giorno, quando saremo tutti insieme negli alti pascoli, ritroverai la tua donna e la tua bambina. E tutto il mondo sarà la tua casa. Così hanno detto i Grandi Spiriti. Ma so anche che tu non mi ascolterai… – aggiunse tristemente.
Paul, che aveva taciuto fino a quel momento, parlò.
– Non posso vivere con quest’odio addosso, Grande Capo Toro Scalcinato. Ho un lavoro da compiere.
– E dove andrai quando il tuo lavoro sarà terminato?
Paul tacque per un istante.
– Non sono qui solo per vendicarmi. Forse posso aiutarti, Grande Capo.
– In che modo, viso pallido? Cosa può fare un uomo solo contro un esercito?
– In queste tante lune ho viaggiato, ho conosciuto gente. Armi, trucchi, modi di combattere… permettimi di istruire la tua gente…
Paul estrasse dal suo sacco una palla fatta di stracci compressi l’uno contro l’altro e tenuti fermi da alcune sottili corde incrociate. Uscì dalla tenda senza dire una parola, lanciò in aria la palla e cominciò a colpirla delicatamente prima col piede destro poi con quello sinistro, senza che questa toccasse mai per terra. L’intero accampamento si fermò a guardare quel prodigio.
– Io non capisco… – disse Toro Scalcinato.
Paul non parlò. Non parlava più volentieri da anni.
Lo sguardo di fiducia che gli rivolse Toro Scalcinato gli bastò.

 

I tre uomini si fermarono al bordo della radura, poco dopo il cavallo bianco del loro Capo, il cui completo nero formava una sinistra e inquietante accoppiata di colori.
Anthony Trapiantato, Bobby Tirapiedi e Frank Barbigio si guardarono intorno con sospetto per cercare di scorgere qualche possibile pericolo.
Lucky Ladrone scese dal cavallo lentamente e si incamminò con un grande e raggelante sorriso sulle labbra, incorniciato dagli occhi gelidi, verso il pellerossa che lo attendeva ai margini della radura.
Lucky sembrava ancora più alto di quando sedeva a cavallo, avvolto nel mantello nero, sotto il quale si intravedeva il cinturone dorato.
Il Grande Capo Catrame-tra-i-capelli, della tribù dei Truzzajo lo attendeva ai margini della radura.
La tribù dei Truzzajo era conosciuta per la sua litigiosità, la propensione alla collera, all’attacco e per le urla di battaglia ad alta voce in un linguaggio incomprensibile.
– Ben arrivato, viso pallido, ti stavo aspettando… disse Catrame-tra-i-capelli, alzando la mano in segno di saluto. Lucky Ladrone rispose con un impercettibile battito di ciglia, quindi fu fatto accomodare all’interno della tenda del Grande Capo.
– E’ tutto pronto? – chiese con voce affabile e sinistra, quasi avesse poco di umano e provenisse da un universo nero come la pece.
– E’ tutto pronto, viso pallido. Attaccheremo come previsto tra poche lune. E questa volta il nostro attacco sarà l’ultimo e definitivo.
Lucky Ladrone annuì brevemente in segno di approvazione.
– Guarda l’accampamento… – aggiunse l’indiano scostando la stoffa del suo tepee – Tutti i giovani sono pronti alla battaglia e non vedono l’ora di salire sulla montagna! Guarda quel giovane in mezzo all’accampamento… è uno dei nostri guerrieri migliori! Si chiama Ipermercato Affollato. Laggiù invece c’è Marmitta Bucata, il nostro migliore arciere. E quello più in fondo ancora è Pianale Ribassato, il lanciatore di tomahawk. Sulla destra invece abbiamo Canottiera Aderente, Autoradio Unz-Unz, e Discoteca Pum Pum, i due feroci fratelli. Infine un poco più a destra c’è la nostra temibile donna guerriero, Fondotinta-a-quintali. Come vedi, viso pallido, ognuno di noi brama per la battaglia finale. Abbiamo gli uomini migliori e le nostre vittorie non si contano più. Abbiamo vinto 29… pardon, 27 battaglie e dopo la prossima, avremo finalmente eliminato dal territorio quei patetici Piedistorti…
Lucky Ladrone si aprì in un sorriso se possibile ancora più crudele.
– Sarò franco con te, Grande Capo Catrame-tra-i-capelli. Non voglio che ci siano superstiti…
– Puoi contare su questo, viso pallido e…
– Ma… – lo interruppe Lucky Ladrone facendo scomparire il sorriso dal suo volto – Ma… circolano voci strane, spiacevoli in città. Si dice che un uomo ricercato, Paul Tritagobbi, lo ricorderai, sia tornato e si nasconda nell’accampamento dei Piedistorti.
Lucky Ladrone piantò gli occhi magnetici in quelli dell’indiano.
– Voglio che venga catturato VIVO. E’ chiaro? Non voglio che una freccia lo colpisca per sbaglio o che qualcuno dei tuoi si porti via lo scalpo… – l’uomo divenne rabbioso e si alzò in piedi, occupando per altezza quasi tutto il tepee indiano – Ho passato anni a cercare il tesoro di Treasure Rock senza riuscirci. Dicono che sia immenso, una ricchezza inestimabile. Solo quell’uomo sa cosa cercare e come arrivarci. Lo voglio vivo!
Il Grande Capo si alzò e chinò il capo in segno di rispetto.
– Le tue parole sono ordini per il popolo Truzzajo, viso pallido, a te dobbiamo la nostra gloria e la nostra luce…
Il sorriso di Lucky Ladrone raggelò nuovamente di luce morta l’accampamento.
Pose una mano sulla spalla di Catrame-tra-i-capelli, uscì dalla tenda, rimontò in sella al suo cavallo bianco, e lasciò un vento freddo e una sensazione di gelo a testimoniarne la sua recente presenza.

 

No… no… non ci siamo! – scosse la testa sconsolato Paul Tritagobbi – Non ci siamo ancora!
L’uomo stava tentando di insegnare le tecniche di battaglia che aveva imparato durante i suoi anni trascorsi lontano, ai giovani della tribù.
– Dovete essere più coordinati! Quando arriva il lancio.. voi dovete… e poi… chiaro? Liberate la vostra mente! Il nemico non si aspetterà la nostra mossa, ma questa deve essere letale!
Gli indiani riprovarono, ma il risultato fu, se possibile, più scarso del precedente.
– Riposatevi ora – disse Paul a giovani indiani sfiniti – Riprenderemo tra breve. Lanciò un’occhiata sconsolata al Grande Capo toro Scalcinato, in piedi su un masso lontano. Oramai non poteva mancare moto alla battaglia e quei giovani non erano ancora pronti.
– Le probabilità di farcela erano disperate.
Si voltò verso il limitare dell’accampamento.
E tu che ci fai qui? – disse con una durezza che lasciava trasparire un certo stupore.
Si era trovato di fronte Moonray, la figlia del fabbro, aperta in un sorriso e in un piccolo inchino.
Buongiorno Straniero! – disse sorridendo beatamente – Sono venuta a portarle della frutta da parte di mio padre – allungò un cestino verso Paul – Se non le dispiace posso tornare anche domani e…
– Ma tu non lavori al Saloon?
– Certo Straniero. Ma oggi credevo fosse più importante sbrigare questa commissione per mio padre… e per lei.
– Questo posto è troppo pericoloso per una ragazza a cavallo. Presto qui ci saranno guai. Ringrazia tuo padre, ma non voglio vederti tornare mai più. Ti è chiaro?
– Certo Straniero… – La ragazza rimontò a cavallo dopo il solito inchino che mise in mostra le sue gambe sotto il vestito ricamato. – A presto, Straniero! – disse sorridendo.  avviandosi giù per la pista che portava a Gobbstone.
Paul la guardò in modo interrogativo.
Volse lo sguardo al grande Capo toro Scalcinato e si scambiarono uno sguardo che sapeva di parole.

 

They were duelin, Doolin-Dalton
High or low, it was the same
Easy money and faithless women
Red-eye whiskey for the pain

 

Le strade spettrali e annerite di Filaburg, la cittadina più prossima a Gobbstone, scorrevano sotto gli zoccoli del cavallo di Paul Tritagobbi, mentre la sua armonica seguiva una traccia melodica di una musica triste.
Tutto era distruzione, pietre e travi devastate dall’incendio di otto anni prima. Le serpi avevano fatto la loro casa di quel luogo ora invaso da un calore insostenibile, un tempo rigoglioso e verdeggiante. Neppure il Tuxedo River scorreva più nelle vicinanze, tutto era distrutto.
Solo i monconi di qualche struttura resistevano a sole e gelo.
Paul Tritagobbi si fermò.
Quella doveva essere la sua casa.
Quella della sua felicità.
Restavano solo un mucchio di travi bruciate lì dove aveva vissuto… dove aveva vissuto con…
Paul…
Si voltò di scatto impugnando la rivoltella, pronto a fare fuoco.
Si fermò appena in tempo.
Donna Carmen era ferma di fronte a lui. Le mani con i palmi in avanti in segno di pace.
– Tu sei… Carmen! Che ci fai qui… A momenti ti…
La guardò. Era diventata una splendida donna, ben diversa dalla ragazzina lasciato un milione di anni prima, quando aveva conosciuto la ragazza che poi sarebbe diventata sua moglie. La guardò stupito, mentre riponeva la rivoltella nella fondina.
– Vengo spesso da queste parti alla vecchia casa… a cercare vecchi ricordi – disse la donna con sguardo triste.
Paul non aveva voglia di parlare, ma rimase ad ascoltare le parole intense di Carmen.

 

L’incontro con Donna Carmen aveva turbato Paul Tritagobbi.
Ripensò a lei, lungo il viaggio di ritorno in direzione dell’accampamento indiano.
Per la prima volta, dopo tanti anni si era sentito attratto da una donna e questo lo aveva fatto sentire in colpa.
Lei gli aveva parlato di quella che era stata la sua vita dopo la fuga da Filaburg e di come era scampata all’incendio.
Del suo matrimonio, e di suo marito ucciso dai banditi durante la rapina alla banca.
Del fatto che lei non si fosse mai dimenticata del loro amore, nonostante la loro relazione risalisse quasi alla loro adolescenza.
Credeva che lui fosse morto quella notte e quando aveva sentito un’armonica e lo aveva visto aggirarsi tra le rovine della città, aveva creduto di trovarsi di fronte ad un fantasma.
Erano due spiriti soli, aveva detto la donna.
E gli aveva detto dove raggiungerla, a Gobbstone.
Qualora avesse voluto.
Lui se ne era andato senza dire nulla, ma si era sentito a disagio.
Era tornato per vendicarsi, non per ferire il proprio cuore già ferito.
Sarebbe mai andato a quell’indirizzo un giorno, le cui promesse erano dure da scacciare?
Quando se ne era andato da Filaburg, Paul non aveva potuto fare a meno di notare con la coda dell’occhio un movimento furtivo dietro il muro di una casa diroccata.
Non aveva prove, ma chissà come mai, aveva quasi la sicurezza che si trattasse di Moonray, che lo aveva seguito ed aveva assistito alla scena con Carmen.
Meglio così, meglio che pensasse che lui avesse una donna.
Non gli andava di avere quella ragazzina di torno.

 

Moonray tornò ancora al campo indiano, nonostante le insistenze di Paul ed i suoi silenzi.
Un giorno la ragazza saliva con della frutta, quello seguente con del pane fresco, quello dopo ancora con qualche altra diavoleria.
Paul finì per abituarsi alla compagnia della giovinetta.
Quando non era impegnato nell’addestramento dei giovani, trascorreva qualche ora immerso nelle proprie malinconie o nel suono dell’armonica e si accorgeva di avere al suo fianco la ragazza che gli teneva compagnia, come persa tra quelle note tristi

 

Take another shout of courage…
Wonder why the right words never come…

 

Quando si rese conto che quella ragazzina era una testarda e non si sarebbe arresa tanto facilmente, cominciò a scambiare qualche distratta parola con lei, oppure parole fredde, che le ricordavano la loro differenza d’età, casomai lei si fosse messa in testa strane idee.
C’erano giorni in cui invece le cose erano diverse e lui rimaneva ad ascoltare quello che lei aveva da raccontare, provando l’ombra di un sollievo dalle proprie pene nell’averla vicino.
Un giorno, quasi inavvertitamente, Moonray cominciò a parlare dell’incendio di Filaburg.
I ricordi di bambina aerano tornati a galla soltanto di recentemente e non si rese conto delle implicazioni di un discorso tanto confidenziale.
– Ero soltanto una bambina… – disse Moonray – ma ricordo quella notte e i giorni successivi. Ero seduta accanto a te, Straniero, qui sulle montagne e ti cambiavo gli stracci bagnati sulla pelle ustionata… Sei rimasto tanti giorni senza conoscenza… fino a quando un giorno mio papà ha detto che per noi sarebbe stato troppo pericoloso rimanere ancora. Non ricordo nulla della notte dell’incendio, mio papà non ha mai voluto parlarmene, forse per paura… e non siamo più tornati tra le macerie di Filaburg… è una storia che nessuno ricorda volentieri.
La ragazzina prese coraggio e si sedette sul masso accanto a Paul.
Cos’è che ti tormenta, Straniero? Perché non hai pace? Perché non hai fiducia in me? Chi sei tu?
Lui avrebbe voluto scacciarla, ma provò una sorta di tenerezza inaspettata verso quel giovane spirito cosi generoso e innocente, per il suo vestito con i fiori ricamati, per le gambette che ondeggiavano oltre il masso, per le sue giovani forme che avrebbero potuto essere quelle di una donna.
Vieni con me – disse in maniera brusca. La ragazzina lo vide salire a cavallo e lo seguì col suo. Lungo quel tragitto sconosciuto lungo le montagne.

 

Il cimitero di Bitter Creek sarebbe potuto assomigliare ad un posto riposante e sereno, non fosse stato per lo stato di abbandono nel quale versava.
Paul Tritagobbi scese da cavallo e si avviò silenzioso attraverso le sterpaglie, fino alla lapide inclinata al centro del camposanto.
Moonray lo seguì silenziosa come un’ombra.
Lesse i due nomi sbiaditi incisi nella pietra, quello di una donna di ventidue anni e della sua piccola, di pochi mesi.
– Erano mia moglie e la mia bambina – disse Paul con voce gelida. L’uomo fece una lunga pausa interrotta dalle volate del vento che scendeva dai monti. Proseguì, trattenendo l’emozione.
– Fu Lucky Ladrone ad ucciderli, quella notte, con l’aiuto dei Truzzajo…
Poi il suo racconto ebbe inizio

Eravamo giovani e felici a Filaburg. Era una piccola cittadina operosa che viveva dell’estrazione dalla miniera di Treasure Rock. Gli abitanti erano gente semplice e durante i giorni di Festa popolavano i prati e i pascoli pianeggianti circondati da queste montagne.
Non conobbi mai mia madre e mio padre. Forse furono due girovaghi che scendevano dalle piste di Tuxedo, nessuno lo seppe mai, tanto meno io.  Fui abbandonato sulla strada che portava a Treasure Rock, ed il vecchio James il matto, il custode della miniera, mi trovò avvolto tra le coperte.
Tutti dicevano fosse pazzo.
Invece James mi salvò e mi portò con sé alla sua capanna.
Era già molto avanti con gli anni, da tanto tempo viveva ormai da solo.
Si dicevano tante cose su di lui.
Si diceva ad esempio che fosse a conoscenza del tesoro nascosto della miniera.
Un tesoro tanto bello e importante che superava il valore dell’oro.
Erano leggende, ma la gente ci credeva. Più volte i fuorilegge di Tuxedo cercarono di penetrare all’interno della sua capanna, ma il vecchio ci sapeva fare eccome con lo schioppo.
Fu così che mi tenne con sé e diventò mio padre.
Era un personaggio strano, amava trascorrere molto tempo con la tribù dei Piedi storti e con il capo Toro Scalcinato. Li vedevo discorrere a lungo, mentre trascorrevo le mie giornate a giocare con i piccoli indiani.
La gente di Filaburg viveva in pace con loro e rispettava le loro usanze.
Il vecchio mi insegnò tante cose e molte altre avrebbe potuto insegnarmene.
Un pomeriggio, quando avevo diciassette anni, la tua età, incrociai il volto di una ragazza lungo le praterie di Filaburg.
Fu un momento speciale, era la prima volta che la vedevo.
Ci fermammo a guardarci senza capire e sorridemmo come due bambini, ma già sapevamo, senza conoscere nulla l’uno dell’altro, che quel sorriso era per sempre.
Corsi su alla capanna per dirlo al vecchio.
Lo trovai su una sedia. Sembrava guardasse il camino spento.
Se ne era andato così, senza il tempo di salutarmi. 
Riposa qui a Bitter Creek, tra quelle sterpaglie. Era sempre stato il suo desiderio.
Continuai a vivere nella capanna del vecchio James fin quando non sposai Occhi di Daino, la ragazza che avevo incontrato quel giorno lungo i prati. Ovviamente non era il suo vero nome, ma quando Toro Scalcinato la vide, paragonò il suo candore alla sincerità degli occhi di un animale pacifico. Era una ragazza semplice e deliziosa… era la mia vita.
La trovavo ad aspettarmi sorridente la sera, quando tornavo dal mio lavoro alla miniera, nella nostra casetta di Filaburg, dove eravamo andati a vivere.
Trascorrevamo le giornate libere giocando come due bambini e facendo l’amore lungo i prati di Filaburg. Dopo un anno nacque la nostra bambina… fu la nostra gioia.
Quasi nello stesso periodo, purtroppo, fece la sua comparsa Lucky Ladrone…
Paul Tritagobbi fece una pausa prolungata e poi alzò lo sguardo verso la vallata.
Moonray si guardò bene dall’interromperlo.
– Sapevamo che le cose stavano cambiando a Bullville. La criminalità imperava e si stava facendo largo la legge del sopruso. A comandare erano i temibili fratelli Doolin-Dalton, un tempo commercianti di cavalli, che avevano assunto come scagnozzo un certo Lucky Ladrone, spietato fuorilegge senza scrupoli, che era stato più volte graziato dalla forca.
Il suo scopo era semplice. Convincere le famiglie di Bullville a vendere per un pezzo di pane i propri appezzamenti di terra, dove sarebbe stata costruita la nuova ferrovia.
Chi non accettava veniva convinto a vendere in un modo o nell’altro.
Il cimitero di Bullville cominciò a riempirsi di cadaveri giusto in quel periodo.
Quando i Doolin-Dalton se ne andarono all’altro mondo, Lucky Ladrone prese il controllo delle operazioni e della città.
Tutto cambiò.
A cominciare dalla carica di Sceriffo, dove venne piazzato il compiacente Marcel Sigarazzo e i suoi scagnozzi senza scrupoli.
Persino il nome della città venne cambiato.
Bullville divenne Gobbstone, la città che sarebbe diventata il feudo di Lucky Ladrone e dei suoi tirapiedi…
Noi a Filaburg sapevamo tutto questo, ma speravamo che il malaffare non sarebbe arrivato fino alla nostra amata cittadina.
Invece un giorno Lucky Ladrone si presentò alle nostre porte.
Noi non avevamo niente a che fare con la ferrovia, ma avevamo il Tuxedo River, il torrente che scendeva dalle montagne e benediva la vallata.
Bullville, anzi, Gobbstone non aveva acqua.
E per fare andare avanti i lavori della ferrovia l’acqua era vitale.
Ci affrontò nel piazzale della città e ci disse senza mezzi termini che il Tuxedo River sarebbe stato deviato con la dinamite, in modo tale che scendesse verso la conca di Gobbstone.
Avevamo dieci giorni per vendere al suo prezzo tutta la nostra terra, dove lui inseguito avrebbe potuto edificare liberamente, e cercarci un’altra sistemazione. Magari a Gobbstone.
Altrimenti ci avrebbe pensato lui, disse con il suo sorriso crudele e beffardo.
Non potrò mai dimenticare i suoi occhi gelidi e rapaci come un animale astuto e predatore.
Noi uomini del paese gli dicemmo di alzare i tacchi. Senza quell’acqua Filaburg non sarebbe più potuta esistere.  Quella era la nostra terra e il nostro futuro. Non ce ne saremmo mai andati e non avremmo mai abbandonato le nostre radici.
Il suo sorriso al nostro secco rifiuto, si aprì di più ancora. Fece segno di sì mostrandoci i suoi denti bianchissimi, prima di andarsene.
Erano le zanne di una belva. Sapevamo che presto o tardi riavrebbe presentato il conto.
Soprattutto sapevamo che Lucky ladrone era in combutta con la tribù dei Truzzajo, che da tempo avevano mire sul territorio dei Piedistorti, e temevamo che ce li potesse scagliare contro.
Una notte io e altri uomini ci recammo nel territorio dei Piedistorti, su per la montagna, per chiedere consiglio al saggio Toro Scalcinato.
Ma quando fummo a metà del tragitto ci accorgemmo che, in basso, Filaburg era illuminata a giorno. Era scoppiato un incendio e le fiamme stavano divampando in tutto paese!
Ci precipitammo a rotta di collo giù per la montagna pregando per i nostri cari. Giungemmo alla città quando era già avvolta in una tempesta di fuoco. Le bestie scappavano impazzite, torce umane irriconoscibili cercavano invano di arrivare al Tuxedo River.
I Truzzajo danzavano tutti intorno scagliando frecce contro chi tentava di fuggire.
E tra loro, tra quei volti impazziti, ne riconobbi uno sorridente.
Era Lucky Ladrone, e i suoi occhi brillavano più del fuoco, ma erano occhi alieni, fatti di un ghiaccio incandescente…. Mi misi a correre come un pazzo verso la nostra casetta, la trovai completamente avvolta da fumo denso e fiamme.
Mi buttai al suo interno senza pensare al fuoco…
Li trovai nella nostra stanza. Occhi di Daino e la nostra piccola.
Erano già morte, lei aveva cercato di proteggere la piccola fino all’ultimo – la voce di Paul si ruppe in un singhiozzo non trattenuto.
– Alle volte penso a quanto debba avermi chiamato, pregato, urlato il mio nome in quei momenti, mentre io… io non c’ero… non ricordo più nulla… credo mi lanciai nelle fiamme… volevo raggiungerli, ovunque fossero andati.
Fu tuo padre a salvarmi. Abitavamo vicini e lui vide tutto. Fu un uomo coraggioso…
Morirono quasi tutti quella sera, le pietre di Filaburg, ridotta a un cumulo di monconi e macerie fumanti, non bastarono ai pochi sopravvissuti per creare tante lapidi quanti erano gli angeli in cielo.
Ricordo di quanto mi risvegliai, giorni dopo. Avevo te accanto… eravamo all’accampamento dei Piedistorti, dove tuo padre e gli altri superstiti erano scappati dopo quella notte maledetta.
Eri appena una bambina… non ricordo altro. Tutto è confuso. So solo che dopo pochi giorni i Truzzajo attaccarono anche il campo dei pacifici Piedistorti, che inesperti e male armati, cedettero all’altra tribù, da sempre predisposta a battibecchi e violenza.
Tuo padre, a malincuore ti portò a Gobbstone. Eri bambina e avevi diritto a un’educazione.
Io rimasi con i Piedistorti sopravvissuti, rifugiati sulle alture.
Quando a Gobbstone Lucky Ladrone venne a sapere che ero ancora vivo, mise in giro la voce che io fossi l’autore dell’incendio di Filaburg. In breve i muri di tutte le città della vallata furono affissi di volantini con la mia immagine e una cospicua taglia – l’uomo fece una lunga pausa
– Rimasi con i Piedistorti fino a quando non fui completamente guarito, poi me ne andai. Non volevo più saperne di questo mondo e non volevo mettere in ulteriore la loro tribù con la mia presenza… Ma… non è servito a nulla.
Ho vagato lungo terre straniere per anni, con un solo pensiero fisso nella mente, prima di decidermi a tornare qui. Quello di vendicarmi. – aggiunse a bassa voce. Raccolse un sassolino dalla terra e lo scagliò lontano, oltre il muretto del cimitero.
– Eccola… questa è la storia di Paul Tritagobbi, il famoso fuorilegge. Volevi conoscerla? E’ tutta qui… –
Paul terminò il racconto della propria storia con rabbia.
Una lacrima rigava il tenero viso di Moonray. Osservò il profilo spigoloso dell’uomo, e il suo sguardo perso all’orizzonte, quell’uomo per il quale da tempo aveva il cuore in tumulto, per il quale provava una grande tenerezza.
 Avrebbe voluto avvicinarsi a lui, ma non osava.
– Ti mancano molto? – chiese con delicatezza.
Paul sogghignò sarcastico. Si chinò a raccogliere una manciata di terra di fronte alla tomba della moglie e della figlioletta, e lasciò che la polvere scorresse attraverso le fessure del pugno chiuso.
– Non passa giorno senza che io non senta lo zampettare sul pavimento di nostra figlia e le carezze di Occhi di Daino. Alle volte mi sembra ancora di sentire il sapore della sua pelle, quando ci stendevamo al chiaro di luna sui prati… – si riscosse bruscamente dai ricordi e lasciò cadere la terra dalla mano.
Moonray gli posò una mano sulla spalla, ma lui si scostò bruscamente e si rialzò in piedi, respingendo quel segno di affetto.
Si avviarono fuori dal cimitero sgusciando tra l’erba alta..
Ci sarà mai posto nel tuo cuore, un giorno, per un’altra persona… – gli chiese coraggiosamente la ragazza – Se tu dovessi incontrare una persona che… crede di amarti veramente…?
– No – sbottò – Il mio cuore è sepolto sotto quella lapide – disse con fare brusco – E ora smamma, ragazzina, prima che venga buio. E’ quasi sera e ho voglia di starmene da solo, vattene ora!
La ragazza lo guardò con dolore mentre il suo profilo era nuovamente intento a scrutare un punto indefinito all’orizzonte.
Moonray si avviò silenziosamente giù per il sentiero e Paul cercò di scacciare con tutte le forze quel senso di malinconia che si era inaspettatamente impossessato di lui.

 

Il giorno seguente Paul, vinto da un’inquietudine che non lo abbandonava, mentre vagava per l’accampamento dei Piedistorti, si avvicinò all’indovina della tribù, la vecchia Ali Lontane, una donna che trascorreva le giornate a scrutare il volo degli uccelli nel cielo.
– Sono passate molte lune, fratello viso pallido, da quando ti sei seduto di fronte a questa vecchia… – disse senza mai scostare lo sguardo dal cielo – Da allora hai vagato il mondo cercando risposte che non hai trovato. Non si può mai scappare troppo a lungo dal luogo dove si appartiene…
– Ali Lontane… – le chiese Paul Tritagobbi quasi implorante – Non so neanche il motivo per cui sono venuto a parlarti… cosa succederà? Sei in grado di dirmelo? Raggiungerò presto Occhi di Daino e la mia bambina… ?
Ci sono tante cose che non sai, viso pallido… disse la donna guardando il cielo – Ci sono posti dove gli dei degli uomini, siano essi Pellerossa o visi pallidi, si confondono e perdono le loro differenze. Gli spiriti del cielo dicono che a ognuno di noi, al momento della nascita, viene assegnato un simbolo… Immagina una carta da gioco, che può essere vista per pochi attimi solo quando il viaggio sulla terra della persona sta per avere termine… – la donna fece una breve pausa.
Devi trovare la donna di cuori, viso pallido. I Grandi Spiriti ti danno l’opportunità di scegliere se la tua strada per i pascoli del cielo debba essere solitaria, oppure percorsa mano nella mano con lei. Arriverà il giorno, viso pallido, in cui dovrai affrontare questa scelta. Ma ricorda, dovrai scegliere la donna di Cuori. Diffida della donna di Picche, che troverai sul tuo cammino e che ti farà confondere la via.
Paul si rivolse a lei con rispetto.
– Ali Lontane… la mia donna di Cuori è sepolta con la sua bambina a Bitter Creek. Non potranno mai essercene altre. E poi…come potrei fare a riconoscere la donna di Cuori, se posso vedere la carta solo quando lei sta per… per morire?
La vecchia donna abbozzò un sorriso con gli angoli della bocca, distogliendo gli occhi dal cielo e fissandoli in quelli di Paul.
Solo allora l’uomo si accorse che era cieca.
E’ compito tuo individuarla e riconoscerla. E’ compito tuo trovare un tesoro con lei. E’ compito tuo non lasciarla morire. E’ tuo compito scegliere prima che il destino scelga per te. Tu puoi vedere. – La donna tornò a guardare il cielo.
Paul Tritagobbi si alzò e fece per allontanarsi, senza dire una parola.
– Viso pallido! – lo chiamò la donna
Paul si voltò abbassando con le dita il cappello sugli occhi.
– I Grandi Spiriti sono molto chiari su una cosa: sarà necessario un grande sacrificio per arrivare alla felicità… Ricordati… ricordati di questo.
– Io non sarò mai felice. Io non voglio esserlo… – rispose Paul.
Ma la donna non lo stava già più ascoltando, il volto perso a intuire il volo degli uccelli in cielo.

 

Quella notte Paul si appartò poco distante dall’accampamento per guardare le stelle in solitudine.
Aveva il cuore in confusione, sebbene avrebbe preferito fosse una pietra.
Era attratto da Carmen e provava tenerezza per la giovane generosità di Moonray… Le parole della vecchia Squaw rimbombavano nella sua mente… la donna di cuori… la donna di picche… un grosso sacrificio.
Quale senso avevano quei battiti del cuore? Si sentì in colpa per Occhi di Daino e per la piccola bambina. Sarebbe stato meglio morire quella notte insieme, si disse.
I suoi, fino a quel momento, erano stati giorni rubati.
Portò l’armonica alla bocca, per intonare quella vecchia canzone del West le cui dolenti note venivano a galla a poco a poco, poi si addormentò così, sotto le stelle di quella notte selvaggia.

 
Don’t you draw the queen of diamonds, boy she’ll beat you if she’s able
You know the queen of hearts is always your best bet
Now it seems to me some fine things, have been laid upon your table
But you always want the ones that you can’t get…

 

Come andrà a finire lo scontro tra i Truzzajo e i Piedistorti? Riusciranno i pochi uomini di Toro Scalcinato a sopravvivere all’attacco degli spietati invasori?
Che cos’è poi il tesoro di Treasure Rock? 
Chi è la donna di cuori nella vita di Paul? E quale invece la donna di picche?
Ce la farà Paul a scoprirlo, prima che le nubi si addensino sul proprio oscuro destino?
Qual è il prezzo da pagare per un amore impossibile?
Se questo racconto vi è piaciuto, amici, troverete le risposte a tutti questi interrogativi tra le montagne attorno a Treasure Rock, nelle macerie di Filaburg, lungo le sponde del Tuxedo River,  tra le strade tristi e polverose di Gobbstone, ma soprattutto venerdì prossimo, nella puntata finale di Desperado.

 

MAURO SAGLIETTI

Leggi gli articoli precedenti nella rubrica ISTANTANEE

Contatta l’autore della rubrica

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy