L’estate dei Prati

L’estate dei Prati

 di Mauro Saglietti – TERZA ED ULTIMA PUNTATA

 

Link alla prima puntata:

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I fantasmi della notte sembravano…

 di Mauro Saglietti – TERZA ED ULTIMA PUNTATA

 

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I fantasmi della notte sembravano evaporati attraverso le lame di luce che trafiggevano il buio della stanza.
Spalancai gli occhi, sentendo il calore della sua pelle contro la mia.
Era strano. Avevo desiderato quel momento da tanto tempo, eppure impiegai qualche istante a rendermene conto, quasi con la paura di assaporarlo.
Luciana mi stava guardando dormire da un pezzo, la testa appoggiata alla mano, il gomito premuto contro il cuscino.
Mi sollevai verso di lei e le baciai le labbra, prima di scivolare nuovamente silenziosi sotto le lenzuola.
Eravamo giovani, timorosi, sorpresi di piacerci reciprocamente, inadatti a qualsiasi ruolo, compreso quello che ci avrebbe visto protagonisti in quel momento.
Ma sapevamo che uno di quei giorni sarebbe successo, senza una fretta che sarebbe potuta essere fatale, ma che era bello attendere.
– Tua sorella non c’è? – le chiesi, guardandomi attorno.
– E’ andata in paese… credo che abbia preferito lasciarci da soli…
Restammo per un attimo in silenzio, poi lei si staccò leggermente e mi chiamò per nome.
– Tu piaci anche a mia sorella, lo sai?
Annuii lentamente, come se quella notizia non arrivasse inaspettata.
Era impossibile per due gemelle non provare le medesime cose, non volerle condividere. Ed era impossibile che a me non piacesse una persona identica a Luciana. Benché, anche se fosse difficile da spiegare, non provavo per Marta quello che sentivo per Luciana.
– Lei… è una cosa seria?- domandai timidamente, sperando che fosse soltanto attrazione.
– Sì… quasi quanto per me – disse, prima di abbracciarmi e baciarmi ancora.
Dopo un po’ mi chiese – Cosa ti è capitato ieri? Ti sono venuta a recuperare e gridavi come un pazzo per i corridoi.
Sgranai gli occhi. Non tardai a rendermi conto che nessuno di loro aveva visto nulla di quanto capitato nella villa del custode. Nulla dell’uomo col fucile, nulla dei colpi sulla porta…
Mi alzai a sedere sul letto, incredulo.
– Non è possibile!!! Io ho visto…! Quel vecchio… stava puntando il fucile verso di noi…
Mi guardava impassibile e stranita.
– Sei caduto… hai battuto la testa contro la porta e probabilmente…
Mi portai una mano alla fronte, procurandomi un immediato dolore. Ricordavo la botta, quando ero stato spinto dal Pirata in fuga. Ma ricordavo anche la figura spettrale e l’omicidio, capitato ancora una volta, come nel passato.
Niente di niente. Luciana era corsa a riprendermi sentendomi gridare. Lei e la sorella mi avevano portato nel loro letto mentre ero in stato confusionale.
Avrei avuto voglia di scappare via lontano, per andare a cercare il Pirata.
Lui era con me. Lui mi aveva spinto verso la porta.
Non poteva non avere visto.
Ma preferii rimanere lì, accoccolato contro il corpo di una ragazza che mi accarezzava il capo.
Era la cosa più bella del mondo e forse neanche me ne rendevo conto.
Quante volte ci avrei pensato, alla luce di quanto sarebbe poi capitato.

 

Luciana.
Eravamo diventati fidanzatini senza accorgercene. Davvero lo eravamo? Per qualche strana ragione nascondevamo quello che stavamo vivendo agli occhi degli altri, forse per riguardo della gemella Marta. Non potevo non notare le sue occhiate fugaci, i suoi momenti di sospiri che vedevo riflessi nell’acqua del laghetto. Gli sguardi rapidi e sfuggenti di Luciana negli istanti di complicità insieme agli altri, per paura che istantaneamente il suo sguardo venisse catturato dalla gemella.
La notte da quel momento in avanti, fu il nostro momento. Una volta salutati gli amici, dopo le serate trascorse a contemplare le stelle, udivo i suoi piccoli passi lungo il breve passaggio che separava il mio appartamento da quello suo e della gemella.
Avevo scostato l’armadio dalla porta e ogni notte vedevo l’uscio socchiudersi e la sua figura dipingersi sulla parete dello sfondo, illuminata dalle fioche lampadine, per poi scivolare nel buio della mia stanza.
Passavamo la notte insieme, a raccontarci tenere storie. A proteggerci contro il passato ignoto e qualsiasi babau, Vecchio col fucile che fosse, o grida in una lingua straniera.
Ad amarci, capitò anche quello.

 

Nessuno dei ragazzi aveva visto niente dopo la visita alla casa del Custode.
Tutti ricordavano soltanto di essersi allontanati velocemente, preda della suggestione, una volta realizzato che quello era il luogo dove era avvenuto un omicidio.
Quando rivelai loro quello che avevo visto, la mattina seguente, al Campo Sportivo, tutti sorrisero, pensando a uno scherzo.
Tutti tranne uno. Che non c’era.
– Non vorrai andare a… – mi sussurrò Luciana, preoccupata.
– Sì, è quello che sto per fare.
– Vengo con te allora.
– No, meglio di no… troppo rischioso.
– Voglio venire con te!
Essere amati era una sensazione nuova e bellissima. Forse troppo grande per me.
Resistetti alle sue richieste e la lasciai lì con la gemella. Per fare quello che volevo, una presenza femminile sarebbe stata vergognosamente ingombrante, agli occhi di un orgoglioso fuggiasco.

 

Lo trovai vicino al bar dei Donega.
Fu un miracolo arrivarne illesi fino alla soglia in quegli anni di micro delinquenza, ma forse il mio sguardo di ragazzino innamorato e incattivito, unito al grosso bernoccolo che mi era cresciuto sulla fronte, mi dava una parvenza di finto guerriero.
Lo intravidi poco distante, in uno dei tanti fetidi ingressi di Little Italy. Quando mi scorse, tentò di intrufolarsi dentro, ma fui lesto a bloccarlo, tirandolo per un braccio.
Non potevo fare di più, sarebbe stato come umiliarlo di fronte ai suoi amici delinquenti.
Tentò di colpirmi ma si fermò.
Lessi uno sguardo impaurito, non abituato al terrore.
– Vieni, andiamo via – dissi al Pirata.
La banda dei delinquenti restò a guardare, indecisa sul da farsi.

 

– Ho visto anche io quello che ha visto lui…
Fu poco più di un sussurro, che non ripeté, ma che tutti udirono.
Non c’era bisogno di altro, così come non c’era bisogno di spiegargli che si dovesse essere per forza dei duri per essere amici.
Il fruscio dei prati, poco oltre il campo sportivo accolse la confessione del Pirata.
Parecchio in lontananza, in quel luogo invaso da un sole pacifico, potevano scorgere la parte superiore della casa dove molti di noi abitavano.
Lì, nascosti dai coppi, da qualche parte, avrebbe dovuto esserci il terrazzo che avevamo trovato al termine del nostro lungo peregrinare nei corridoi.
Ma non si vedeva nulla, probabilmente perché non c’era nulla da vedere.
Le giornate sembravano diventate lunghissime, forse perché temevamo il buio della notte e ci immergevamo nel giorno come una fontana d’acqua dopo una scarpinata in montagna.
Eravamo persi in quel mondo rallentato, come un sogno, nel quale anche i piccoli movimenti sembravano faticosi. Non ce lo eravamo mai detti, ma temevamo che un giorno di quella lunga estate, avrebbe potuto trasformarsi in notte eterna, se non avessimo provveduto a rimettere a posto quello che avevamo inavvertitamente sbloccato.
– Chi è quell’uomo? – domandò il Violinista, guardando il bosco lontano. Esiste davvero?
– Secondo quanto si sa… il custode assassinò il figlio nel 1969… Che cosa avete visto allora? Il passato? Il presente…?
Luciana appoggiò la testa contro la mia schiena. Mancavano ancora molte ore al buio e la notte poteva aspettare.
– Io credo che… – il Piccolo Lord sospirò come un ragazzo adulto, tenendosi le gambe tra le mani, mentre era seduto sul suo telo col gatto Isidoro.
– Mi… sono fatto un’idea… io credo che quando ci addentriamo in quei luoghi… entriamo in una sorta di limbo, che non è più presente… e forse non è più passato…
– Che cosa vuoi dire? Spiegati.
Il piccolo Lord si arruffò i capelli scuotendo la testa – Oh mamma mia, non ve lo so spiegare… non ve lo so dire. Ma ho la sensazione che noi abbiamo aperto qualcosa che mette in comunicazione il passato con il futuro, aprendo quelle porte abbiamo aperto un passaggio, come se ci fosse una corrente d’aria….
– Che caspita dici? Parla chiaro.
Il ragazzino sbuffò.
Da qualche parte c’è il futuro… da qualche altra parte il passato. E in quei corridoi il tempo si confonde… e c’è un presente che si ripete con le azioni del passato. Io sono convinto che voi abbiate davvero visto quel vecchio sparare al figlio.
Quei corridoi sono un amplificatore nel quale vivono gli echi delle cose capitate durante gli anni di vita delle case, che rivivono in continuazione. Un po’ come quel grido in quella lingua strana, e quel ringhio di cane. Chissà quando è successo…
– Che follia! Tu vuoi dire che se entrassimo di nuovo in quei corridoi potremmo ritrovarci di fronte uno che ci fa un buco nello stomaco con un fucile? – domandò Roberto l’Ultras.
– Probabilmente sì… e chissà che altro.
Jenny fece un gesto sarcastico e si accese una sigaretta. Gabriella, guardò altrove. Stava diventando troppo anche per loro. Troppo.
. Ma allora, cosa dobbiamo fare?  – Franco il ciclista stava spolverando il parafango della sua pachidermica Graziella da molte ore.
– Dobbiamo capire – dissi – Abbiamo un quadro di insieme ma non sappiamo da che parte guardarlo. I corridoi, il terrazzo, i fogli del diario. Dobbiamo cercare di capire chi ha vissuto in quella casa, cosa è successo agli 11 che hanno vissuto lì prima di noi. E dobbiamo decifrare quei fogli, metterli in ordine. Facciamo una nuova divisione dei compiti: il Piccolo Lord e Jenny. Voi lavorerete sul diario.
– Io? Con questo moccioso? Ma…
– Farete così. E anche tu, violinista, se ti va. – impartivo ordini con rigore marziale – Franco, Gabriella e Roberto. Voi cercate di capire qualcosa sulla storia delle case, sempre che sia possibile. Io, le gemelle e Fabrizio cercheremo di saperechi sono gli undici che hanno vissuto qui e che hanno lasciato i segni con i gessetti.
– E io? – il Pirata si rivolse verso di me. Aveva le pupille dilatate, la barba lunga e barcollava.
– Tu cerca di non fare danni – dissi.

 

Quasi per caso, dopo un paio di giorni, io e Marta vedemmo spuntare il postino arruffone. Avevamo trascorso due giorni nel nulla di fatto, cercando di fare domande alle poche e strane persone che sembravano essere rimaste in quel paese, a proposito degli abitanti della casa.
Luciana e Fabrizio discorrevano dietro di noi, quando lo vedemmo inforcare la bici all’uscita della stradina della nostra casa.
– Hey, fermati!
– Hey!
Diede un colpo di freni secco, girandosi, e per poco non perdendo l’equilibrio, zigzagando disperatamente per pochi metri.
La presenza del postino arruffone ci riportava saldamente alla realtà, assicurandoci che non eravamo ancora completamente assorbiti da quella corrente d’aria sonnolenta partita dai corridoi.
– Giusto voi, ragazzi! – si girò col suo sorriso goffo
– Sei riuscito a sapere qualcosa? – scese dalla bici e sospirò.
– Sì, ma… – lo vidi diventare torvo e serio per la prima volta. Aveva solo quattro o cinque anni più di noi, ma sembrava averne 20 di più – Ragazzi… voi conoscete mio padre, vero?
Sapevamo chi era purtroppo. Un uomo semialcolizzato, non ancora nei suoi cinquanta.
– Ecco… io vorrei che non diceste in giro che questa storia viene da lui. Sapete come vive… non voglio che se ne parli, ok? E’ una storia che nessuno nomina volentieri… l’avevo sentita quando ero bambino, ma… non vorrei che si sapesse che mio padre l’ha di nuovo messa in giro.
Annuimmo, promettendo fedeltà.
Lui si guardò intorno, poi parlò, quasi sottovoce.
– Ragazzi, nel luogo dove abitate, sparirono due famiglie. Negli anni ‘40. Dall’oggi al domani.

 

– E quindi…? – domandò il Pirata cercando di arrivare al dunque della storia.
Si era ripulito e intesi tutto ciò come un tentativo di far parte del nostro gruppo a titolo definitivo.
Era metà pomeriggio ed eravamo immersi nei fili d’erba dove eravamo stati soliti rotolarci in tempi più sereni.
– E quindi – ripetei – ha detto che negli anni ‘40, abitavano due famiglie. Nelle case gemelle. Forse tre. Una era quella dei Benedicenti, e l’altra era una famiglia molto famosa in paese perché uno dei componenti era politicamente impegnato nel Cotonificio, la fabbrica al fondo del paese. Il postino ignora il nome di questa famiglia, ma se facciamo delle ricerche in Municipio o in Chiesa, non dovrebbe essere un problema scoprirlo. E naturalmente c’erano anche molti figli, molti bambini. Quelli sono gli undici che cerchiamo. Due o tre famiglie che scomparvero in una sola notte… quella del 21 agosto, ignoro di che anno.
– In che senso scomparvero? – mi domandò timidamente Gabriella.
– Scomparvero nel nulla. Nessuno ne seppe più niente. Gli appartamenti furono lasciati così com’erano…
Il Pirata parlò dietro di me.
– Quei fogli sparsi per terra, nei corridoi… abbiamo tutti pensato a una fuga. A qualcuno che scappava di corsa….
Annuimmo , cominciando a collegare i pezzi del mosaico.
– O da qualcuno che li lasciava come le briciole di Pollicino – aggiunse il Piccolo Lord.
Il sole quasi si allargò sopra di noi.
Avessimo saputo pregare perché non cominciasse la sua discesa, l’avremmo fatto.

 

– Hai paura?
– Sì tanta… e tu?
– Sì… No. Non quando sono con te…
Eravamo ancora una volta nudi e abbracciati sotto le coperte, a farci forza contro una notte eterna.
– Ho paura di perderti… – sussurrò. Sussurrava sempre in quei momenti
– Non mi perderai – la rassicurai accarezzandole il viso –
– Giurami che non mi lascerai mai sola la notte…
– Te lo giuro… Te lo giuro….

 

– Ce l’avevamo sotto il naso! Ce l’avevamo sotto il naso!
Gabriella, Franco e Roberto, correvano lungo la provinciale in direzione del Campo Sportivo, dove ci stavamo riparando al sole, due giorni dopo il racconto del postino.
Ci sembrarono goffi e impacciati, ma capimmo presto, mentre prendevano fiato a fatica, quanto avessero corso per trovarci.
Franco agitava un libro autocopertinato, che a giudicare dalle pagine ingiallite, doveva avere più di venti anni.
– Che stupido che sono stato… era sempre stato qui…
– Qualcuno ci vuole spiegare con calma? – domandò il Violinista, mentre ci sedemmo tutti attorno a loro, sulle panche in pietra tra gli alberi.
Demmo loro il tempo di riposarsi, poi Franco il ciclista iniziò a spiegare.
– Premetto che questo sta diventando un paese di fantasmi – disse nell’atmosfera resa eterea dalla luce biancastra del sole – Nessuno ha voglia di parlare di determinate cose, e appena fai una domanda ti ritrovi di fronte a uno strano muro di silenzio. Questa mattina siamo andati a fare domande anche alla Casa di riposo…
Si fermò, annaspando ossigeno, poi riprese più tranquillo.
– Era come se tutti avessero una patina di fronte agli occhi e… non ci vedessero…
Sorrisi sarcastico. Il Pirata scuoteva la testa, e io gli diedi una pacca sulla spalla, guardando il contorno delle montagne, oltre il Campo Sportivo.
– Stanno capitando delle cose sempre più strane – mormorai – La durata del giorno è abnorme… l’avrete notato anche voi. Il tempo si sta allungando, le ore sono sempre le stesse, ma ora scorrono più lentamente…
Guardai fisso gli altri – Quante cose abbiamo fatto durante questa mattinata? Quanto vi sembra che sia durata? – Feci per menzionare anche le notti, ma sfiorai lo sguardo prima di Luciana, poi di Marta, il sollievo e la tristezza…. Abbassai il capo – La gente sta lentamente diventando più distante da noi, non sappiamo e non ci importa nulla su dove siano o cosa stiano facendo i nostri genitori… Forse siamo noi che stiamo scomparendo ai loro occhi. O che ci stiamo trasferendo… nel mondo dei corridoi… scusa, ti ho interrotto – mi rivolsi a Franco – cosa stavi dicendo?
L’amico mostrò il libro ingiallito.
– Dietro agli occhi pieni di paura, credo che molti degli anziani sappiano qualcosa. Ma non saremmo arrivati a niente senza questo… – lo sfogliò lentamente – L’hanno comprato i miei genitori quando mi aspettavano, tanti anni fa, ed erano venuti qui a passare l’estate. Era ancora nella libreria, l’abbiamo trovato quasi per caso.
Ci mostrò la pubblicazione. “Fiabe e leggende della vallata”, era il titolo. In copertina una strana rappresentazione diavolesca nei paraggi del vecchio ponte.
– Qui ci sono le leggende delle Valli. Si va dal monte con la zanzara che lo tormentava… all’uomo trasformato in pietra…. Il monolite al termine della valle, dove nidificava l’aquila… ecco. Ecco qui. Questo!
Ci indicò un capitoletto. Si intitolava semplicemente Antonio il mago.
Afferrai il libro, mi risedetti sulla panca e conciai a leggere nel silenzio generale.

 

Le poche pagine parlavano di Antonio Olivero (o Oliveri), un personaggio misterioso che aveva abitato nel paese all’inizio del ‘900.
Era un tecnico della ferrovia che aveva raggiunto il paese da pochi mesi. Lui e l’Ing. Toffonin furono i progettisti del proseguimento della stessa, quella che negli anni successivi sarebbe arrivata fino all’interno delle Valli.
Olivero arrivava dalla città, e tutti lo ricordavano come un personaggio sempre gentile, impeccabile, ma spesso inconoscibile ed eccentrico. Spesso si spostava lungo il paese e nei dintorni, munito di uno strano aggeggio con il quale si fermava ad osservare la terra. La curiosità in un piccolo paese contadino era la normalità, ma lui rifuggì sempre quelle domande con un sorriso garbato ma fermo. In breve le voci cominciarono a fluire su di lui, favorite dalla curiosità morbosa. Si diceva che stesse “cercando un luogo” particolare, altri sostenevano che fosse una sorta di rabdomante alla ricerca di una falda acquifera per conto della Società Ferroviaria. Altri ancora che fosse un “medicone”, in contatto con spiriti e strane forze della natura.
La curiosità e la paura attorno a quello che era diventato il “Mago”, aumentò a dismisura quando si fece costruire due strane abitazioni poco distanti, nelle quali trascorreva le ore da solo, impegnato in chissà quali esperimenti.
La fama del Mago era aumentata a tal punto che spesso i contadini si erano presentati all’uscio della sua porta per chiedere favori, che peraltro erano sempre stati cortesemente respinti.
Soltanto due anni dopo la costruzione delle due dimore, la scomparsa del Mago aveva alimentato la leggenda attorno a lui. Si era sparsa la voce che fosse morto, durante uno dei suoi misteriosi esperimenti con forze misteriose e paranormali. Più semplicemente, l’Oliveri era partito per il Sud America, dove sarebbe stato impegnato nella costruzione di un progetto ferroviario. Ma la gente del piccolo paese non aveva creduto a questa leggenda e aveva preferito credere che il misterioso Mago, fosse stato risucchiato in un altro mondo, popolato dalle creature misteriose che aveva spesso evocato durante il suo soggiorno nella località montana.
Ancora oggi le case che Olivero aveva fatto costruire, venivano guardate con una sorta di ritrosa diffidenza dagli abitanti del luogo.
Questo era quanto. Sarebbe potuto essere tutto e niente.
Al termine dell’articolo però, campeggiava uno schizzo a carboncino, che rappresentava le magioni che aveva fatto costruire. Sollevai il libro e le mostrai a tutti gli altri.
– Vi ricordano qualcosa? – domandai ironico.

 

– Tutto questo è molto interessante – osservò Franco il ciclista, l’unica persona, assieme al Piccolo Lord, che in fondo fosse attratto dal mistero – Se non altro abbiamo cominciato a mettere qualche tessera a posto…
– Quale tessera? – sbuffò il Pirata, allungandosi sulle panche in pietra – Qui stiamo parlando di una storia vecchia come il cucù, che non ci dice un c…
– Io credo che invece abbia elementi validi su cui riflettere – intervenni passeggiando su e giù per la ghiaia – Tanto per cominciare abbiamo la conferma che le Case Gemelle sono state costruite da un personaggio eccentrico. Forse un mago, più probabilmente uno scienziato magari bislacco, oppure misterioso. Un ingegnere spesso a contatto con la terra, che poteva avere scoperto qualcosa…
– Qualcosa… cosa? – mi domandò Gabriella.
– Non ne ho idea, ancora… ma cosa dice il racconto? Girava con un aggeggio strano, sembrava facesse misurazioni… Abbiamo già incontrato un arnesestrano in questa storia… non vi ricordate dove?
– Sul terrazzo… quelle grandi lenti…!
Annuii. Poteva essere quello lo strano strumento di cui parlava il racconto? O un altro ancora?
– Il signor Olivero poteva essere una sorta di inventore…, o semplicemente qualcuno che la sapeva lunga su quello che la gente ignorava. Se solo potessimo sapere che cosa stesse cercando…!
– Energia – sibilò il Piccolo Lord.
Ci voltammo tutti a guardarlo – Eh?
– Energia – ripeté – Stava cercando un luogo dove il flusso sotterraneo di energia fosse così alto da permettergli di costruirci sopra il suo progetto. Lo trovò, secondo me. E in quel luogo costruì le CaseGemelle.

 

– Come fai a dire queste cose? Ne sei sicuro? – Ci eravamo abbassati alla sua altezza, sulla calda ghiaia riscaldata dal sole.
– No, non ne sono sicuro. Ma ci scommetterei sopra. Olivero cercava un luogo che fosse potente. Lui conosceva il sottosuolo e probabilmente sapeva che l’energia delle cose, del pianeta stesso, aveva punti di forza, in cui confluivano flussi capaci di combinare le cose. Lui cercava un luogo dove poter “comunicare” con qualcosa, dove l’energia fosse talmente incontrollabile – disse stringendo gli occhi – da permettergli di attuare un suo progetto. Non so quale…
Nessuno parlava, eravamo tutti scossi da brividi.
-Mi sembra una marea di cazzate… – Roberto l’Ultras fece spallucce.
– A me no – replicò il Piccolo Lord – Per nulla. Ho parlato di energia incontrollabile, che influenza il bene e il male, a seconda di come viene canalizzata. Non vi pare strano che nella casa a fianco ci sia stato un omicidio, nel 1969? Che ci sia un maniaco nei paraggi che violenta e uccide le ragazze?
Non vi sembra strano che a noi sembri di vivere a cavallo del tempo quando siamo nei Passaggi? E’ quella l’energia…
Non faceva una grinza. Per i pazzi non avrebbe fatto una grinza.
– E il Bene…? Dov’è allora?
– La nostra amicizia – disse con ineffabile naturalezza, prima di alzarsi ed incamminarsi lungo la strada. – Credo che la spiegazione di quanto stiamo cercando sia in quelle lenti e in quel terrazzo che non c’è. Dobbiamo tornarci, lo sapete tutti. Ora vado a studiare il diario, perdonatemi.

 

– Ho visto Marta, molto giù. Sono preoccupato – sussurrai quella notte a Luciana.
Mi tirò a sé. – E molto innamorata di te. Mi sento in colpa per lei. E’ come se parte del mio cuore gioisse per il fatto di poter stare con te, e nello stesso tempo soffrisse per il dolore che lei prova. E’ difficile da spiegare. Parte di me è parte di lei. Alle volte mi sembra di farle un torto…
Sospirò. Non sapevo come porre fine ad una situazione che non avevo contribuito a creare.
– Domani abbiamo deciso di entrare nuovamente nei Passaggi. Vorrei che tu non venissi – le dissi già immaginando la risposta.
– Non ci sperare neppure.
– E’ troppo pericoloso. Questa storia è fuori dalla logica e non sappiamo… pensa a quel vecchio…
– Non ci sperare, ti ho detto.
Sbuffai, girandomi dall’altra parte.
Mi abbracciò la schiena poggiando il mento sulla mia spalla.
– Cosa faremo quando torneremo in città…? – mi domandò.
Mi voltai a baciarla. Per quanto mi riguardava l’estate dei Prati era ancora molto lunga.

 

Dedicammo la mattinata seguente alla relazione che il Piccolo Lord ci fece, sul terrazzino del suo appartamento, a proposito di quanto aveva scoperto tra le pagine del diario.
Era una mattinata piacevole e ventilata. E soprattutto lunghissima, ma non prestavamo più attenzione alle piccole ordinarie stranezze della vicenda, quando una granatina sorseggiata lentamente ci faceva sembrare il pericolo lontano e dimenticato.
La sera, con la nuova visita ai Passaggi era distante quanto un mese.
– Il discorso è complicato, amici. – Il Piccolo Lord ci mostrò un foglio sul quale aveva, con l’aiuto
del Violinista e di Jenny, riassunto gli argomenti principali della vicenda.
– Dunque, siamo riusciti a scoprire che le pagine di questo diario sono state scritte nei primi anni ‘40, da uno dei personaggi che, come sappiamo, abitavano nelle nostre case. Doveva essere un ragazzino sugli undici anni, che viene chiamato “Lo scrittore”. Da quanto mi sembra di capire, doveva trattarsi di una persona sensibile, dotata di cultura superiore, e bella grafia.
– Dovrebbe essere un uomo fatto adesso – osservò Fabrizio.
– Sì, 11 anni nel 1940, supponiamo, sono 53 anni oggi. Ma lasciatemi continuare… Quello che abbiamo scoperto sulle famiglie, è vero. Si tratta di tre famiglie. La prima composta da quattro racazzini, quella dei Benedicenti. La seconda da sei. Ed infine c’è una famiglia con un solo ragazzino. Fanno undici, la cifra quadra. Oltre allo scrittore abbiamo il Pittore, il ragazzino dei gessetti, mi seguite? E poi tutti gli altri. Diciamo che c’è una forte differenza tra la famiglia Benedicenti e la famiglia operaia a quanto ne sappiamo. Mentre sul nostro numero undici non sappiamo quasi nulla.
All’inizio il diario parla delle loro attività. Giocano e si nascondono all’interno dei Passaggi, dandoli per scontati, considerandoli il loro rifugio. Ah, se per caso ve lo state chiedendo, credo che il cunicolo che non abbiamo ancora esplorato porti alle altre case abbandonate del parco. Un giro turistico che non farei, se non vi dispiace. Dicevo, gli anni non sono segnati, su queste pagine, ma i giorni sì. E direi che il periodo nel quale sono state fatte annotazioni copre un paio di anni.
– Andiamo con ordine – proseguì – dopo essersi rinfrescato la bocca con la sua micidiale granatina. I giorni sono sereni, ma si avverte una preoccupazione lontana.
Tutto è “onirico”, le descrizioni sono attenuate, un po’ come le viviamo noi quando siamo all’interno dei Passaggi. Ad un certo punto, però, i ragazzini, e lo scrittore in particolare, cominciano ad avere paura di un qualcosa di esterno, che loro identificano come “il pericolo Babau” .E’ un qualcosa di reale, che li spaventa sul serio, non è un gioco. Un pericolo che potrebbe coinvolgere soprattutto i loro genitori. Ma i ragazzini hanno la certezza di essere al sicuro dal pericolo mentre sono nei Passaggi. Quello è un luogo protetto e finché nessuno lo conosce, è sicuro. A mano a mano che i giorni e gli anni passano, i pensieri di gioia dei ragazzini, sono oscurati dal Babau incombente, sempre più pericoloso e potente. Non voglio dire una stupidaggine, ma i ragazzini passano il loro tempo a nascondersi. Vivono all’interno di questi passaggi. Ci sono poi riferimenti a tumulti scoppiati nella fabbrica del paese, al cotonificio. Qualche fatto di sangue non bene accennato e vissuto con la consapevolezza di conoscerlo, senza bisogno di spiegarlo sul diario.
E adesso invece parliamo di…
– Hey, aspetta un momento – disse il Pirata – come va a finire la storia? Non saltare di palo in frasca!
Fino a un mese prima il Piccolo Lord sarebbe stato atterrito dal Pirata. In quel momento invece replicò semplicemente fissandolo negli occhi.
– Ascoltami, ti prego. E’ importante… – riprese la storia, per nulla intimorito – Mentre capitano questi fatti reali… lo Scrittore si occupa di un’altra storia. Che come sappiamo ha a che fare con altri undici ragazzi, ok? Rispetto alla prima volta che ho dato un’occhiata a queste pagine, vi posso dire che è fondamentalmente lui ad occuparsene. Ed è… un romanzo? Mettiamola così. E’ una storia che lui inventa, o sulla quale acquisisce informazioni, un’avventura che ho letto per intero, se volete che vi dica la verità.
– In che anni sono vissuti questi altri undici? – saltò su Roberto l’Ultras.
– Calma… – rispose il ragazzino – Calma. Io non ho detto che siano vissuti realmente. Lo Scrittore scrive un racconto reale, ma ancora una volta… etereo. Sembra un racconto fatto per visioni. Di nuovo undici amici, di nuovo un grande pericolo che incombe su di loro. I protagonisti sono svariati, c’è una sorta di Delinquente, un Artista, una Ribelle… persone che vivono la loro vita in queste stesse case, i riferimenti sono chiari… ma su cui incombe l’ombra di un pazzo.
– Un pazzo?
– Esattamente. Un pazzo. Che loro conoscono perfettamente. E alla fine ci sono due persone che muoiono, per mano sua.
– Altro sangue, altri delitti – Fabrizio si guardò intorno – Ed io che ho sempre considerato questo posto come un paradiso…
– Lord – gli chiesi – si hanno notizie di altri due omicidi commessi qui attorno? Oltre a quello del 1969?  Magari negli anni ‘20?
– Non ne ho idea – rispose il ragazzino – ma vi ripeto che questo potrebbe essere anche un racconto nato dalla fantasia dello Scrittore. Sentite questo passo:

Il mostro colpiva senza pietà ancora una volta.
Trascina la ragazza nelle viscere del male, dove già il sangue è stato versato.

 

– Mamma mia… che paura! – sibilò Luciana. Che stile reale.
– Una sola cosa vi posso dire – continuò il Piccolo Lord – Lo Scrittore scrive questa Storia nei Passaggi. E’ molto chiaro su questo. Lo fa soltanto mentre è nei Passaggi, come in uno stato di trance.
– Mistero! – disse il Pirata.
– Neanche tanto – osservò Franco – Forse catturava l’energia.
– Lord, come va a finire la storia degli undici ragazzi veri, intendo i Benedicenti e gli altri…?
– Finisce male, amici miei. Questa è la parte più difficile da dire… Le ultime pagine sono state scritte poco prima del… Insomma, l’undicesimo ragazzo, quello che fa parte della terza famiglia, li tradisce. E rivela il loro nascondiglio al babau. Il Babau arriva e li porta via. Per sempre.

 

Mi vennero in mente i fogli sparsi per i Passaggi. Come se lo Scrittore, mentre veniva trascinato via dal Babau, avesse voluto lasciare un indizio. Per noi che saremmo arrivati decenni dopo.
Mi venne in mente la grande X tracciata sulla figura dell’undicesimo ragazzo, sui muri dei Passaggi.
Quella storia mi metteva i brividi.
– Tradire… perché?
Il Piccolo Lord ci guardò con tristezza e allargò le braccia.
– Non so dirvelo con esattezza, amici. Forse ci è sfuggito qualcosa. Ma sono certo che li tradì per qualcosa che era stato scritto nel racconto dello Scrittore.

 

– Dunque, riassumiamo, per quanto possibile – Andavo avanti e indietro, qualcosa mi sfuggiva ma non capivo cosa – All’inizio degli anni ‘40, tre famiglie abitano in queste case. Famiglie che spariscono il 21 agosto di un anno imprecisato, portate via da un certo Babau. Da stabilire se sia sparito anche l’undicesimo ragazzo. Durante questi anni, uno degli undici compone un racconto, o scrive la storia di altri 11 ragazzi, che si suppone siano vissuti prima di loro, dei quali non sappiamo un belino di niente. Nella storia, alla fine, un ragazzo e una ragazza muoiono, ok?
Non ci resta che indagare ulteriormente. Tra catasto e biblioteche qualcosa dovrebbe venire fuori, circoscrivendo gli anni. Domani ripartiremo, siete d’accordo?
Tutti annuirono pensosi. L’ora della nostra escursione nei Passaggi si avvicinava inesorabilmente.
E con essa le nostre paure.

 

Eravamo armati con coltelli e spranghe fino ai denti. Ma arrivammo al terrazzo in breve tempo, senza intoppi, facendoci scorrere i brividi sulla pelle quando transitammo di corsa lungo il corridoio che portava alla casa del custode.
La luce delle nostre torce illuminò il terrazzo, ed il bosco poco lontano, dove nulla si muoveva.
Volsi immediatamente l’interesse alle due grandi lenti sovrapposte, mentre gli altri si dedicavano all’osservazione ed il Piccolo Lord restava inebetito ad osservare la stellata spettacolare.
A cosa poteva servire quel marchingegno, regolato da ghiere e piccole viti? Ruotando la ghiera centrale, mi accorsi che la lente superiore scorreva longitudinalmente. Con una seconda ghiera ottenni il movimento perpendicolare. Gli ingranaggi fecero un po’ di resistenza, induriti dagli anni, ma poi diventarono docili e obbedienti. Un meccanismo a molla permetteva di allontanare o avvicinare le lenti. Continuai a domandarmi, nella semioscurità, a cosa servisse quell’opera che non avevo mai visto e sfiorai una delle lenti. Mi sembrò fatta di un materiale strano, simile a qualche plastica gommosa, che dubitai molto esistere negli anni ‘40.
Per caso, improvvisamente, agendo sulla ghiera, un puntino bianco comparve sul foglio di carta sottostante le lenti. Da dove proveniva quella luce sfocata? Agii ancora, infervorato sul meccanismo fino a metterlo a fuoco. Il cerchio di luce, sempre più grande, cominciò a danzare sul foglio, in un baluginare di sottili fiammelle bianche.
Mi voltai verso l’alto e non feci in tempo a comprendere.
Ebbi solo il tempo di intuire che il meccanismo incanalava la luce di una stella, per proiettarla sul foglio, poi non riuscì più a staccare gli occhi da quella luce che mi chiamava al suo inyterno.
Raccolsi la vecchia matita dal tavolo e cominciai a scrivere.

 

Mi svegliarono a ceffoni.
– Calmati, calmatiiiii!
Luciana mi accarezzava il viso. Ero tutto sudato e sdraiato per terra, a poca distanza dal tavolo delle lenti.
Ansimavo, la gola mi faceva male, il polso mi duoleva. Dovevo aver urlato a lungo.
– Cosa è successo? – domandai sperso.
– Ci piacerebbe che fossi tu a dircelo… – disse Roberto l’Ultras.
– Ti sei seduto a quel tavolo e non rispondevi più. Scrivevi in modo velocissimo, come se fossi in trance. Poi ti sei messo ad urlare e sei stato colto quasi da un attacco epilettico…
Guardai l’orologio. Non erano passati che due minuti da quando avevo cominciato ad armeggiare con le ghiere. Fabrizio mi porse il foglio, che dicevano avessi scritto. Era una calligrafia che non conoscevo, identica a quella che avevo visto sulle pagine del diario. Sorrisi amaramente con me stesso. Una calligrafia che forse lo stesso Scrittore aveva ereditato da Olivero, l’ideatore di quel macchinario. Lessi ciò che avevo scritto. Immagini paurose di una tempesta di venti di elio e onde di idrogeno liquido che si sollevavano vorticose. Poi una paura abissale, epocale che si impadroniva di me, quindi una lama di gas che si sprigionava nel cielo.  Avevo descritto una scena apocalittica, ambientata in chissà quale universo.
Indietreggiai da quelle due lenti… – State lontani da quella diavoleria…. Ora ho capito come faceva lo Scrittore a scrivere il suo libro.
Il Piccolo Lord, continuando a guardare il cielo, disse – C’è qualcosa di sbagliato…

 

– Le lenti catturano la luce delle stelle, capite? – ero sconvolto e tremavo, mentre Luciana tentava di calmarmi – Questa diavoleria incanala la luce del passato, che arriva dalle stelle e… e la traduce sul foglio. Chi la guarda vive esperienze che arrivano da lassù… E più si è sensibili, credo, più si riesce a scrivere nel dettaglio quello che si sta vivendo. – feci una pausa, continuando a fissare il tavolo con le lenti – Ragazzi, Olivero aveva trovato il modo di guardare nel passato…!

 

Eravamo tutti in piedi in circolo. Tutti tranne il Piccolo Lord, fisso e incantato, come se vedesse le stelle per la prima volta.
– La luce impiega anni, decenni, centinaia di anni per raggiungere la Terra – dissi. Quell’apparecchio la capta e la traduce… è…  è una diavoleria… La storia scritta sugli altri 11, è stata scritta così…
– Incredibile… – disse Franco il ciclista.
– Quindi ora… Dobbiamo capire chi ha vissuto qui prima degli anni ‘40? – domandò Gabriella.
– Credo di sì, dissi. E cercare di capire che cosa è stato, nella storia dello Scrittore ad infastidire a tal punto l’undicesimo ragazzo, da costringerlo a tradire i suoi amici.. E capire chi era il Babau.
Era un’ottima spiegazione. Ma qualche tassello traballante mi fece risuonare uno strano campanello di allarme nella testa.
Neanche il Piccolo Lord mi avesse letto nel pensiero, esclamò scuotendo il capo.
– No… non ci siamo.
– Che cosa c’è? Perché non ci siamo? – lo incalzai.
Abbassò lo sguardo verso di noi, sembrava spaventato – Io… io non conosco queste stelle, ragazzi.
Non facemmo in tempo a comprendere.
Un grido pronunciato con cattiveria pronunciato in una lingua fredda e sinistra, ci fece raggelare.
– Oh mio Dio… – Marta si strinse a me. Tremava. Cercai con lo sguardo Luciana, che mi prese la mano.
E subito dopo un ringhio spaventoso, un cane affamato di sangue, sembrò essere lì a un passo da noi.
– Dobbiamo andarcene – disse Franco il Ciclista – più stiamo qui, più il passato è in comunicazione con il presente e si confonde…
Cercammo di avviarci in fretta e furia verso il corridoio, ma una luce accecante che proveniva da essi, ci fece gridare di terrore.
Un rumore acuto, stridente, sempre più forte, ci fece mancare il fiato. Era sempre più vicino, sempre più addosso a noi.
Ci scostammo contro il muro e vedemmo il fascio di due fari transitare a tutta velocità, unita all’allucinante stridere del ferro delle ruote su delle rotaie immaginarie.
Dall’interno dei vagoni di quel treno merci fantasma, ventidue occhi ci guadarono tristi, nel loro sfilare. Undici persone con la morte negli occhi.
– Mio Dio… Ma quello è…
– Andiamo via! Andiamo via!!!!
Corremmo gridando verso una salvezza lontana, mentre eravamo inseguiti da latrati di cani e grida straniere che impartivano ordini. Da sotto, dal basso, la fucilata mortale che aveva ucciso il figlio del custode continuava a risuonare. Ed i colpi sulla porta si facevano sempre più intensi.
Restammo insieme nel patio bella casa dove abitavo io quella notte.
Piangemmo, implorammo qualcuno di aiutarci.
Ma non c’era più nessuno.
Eravamo soli nel buio di una notte che, come ci accorgemmo amaramente, non finiva mai.

 

L’alba ci colse infreddoliti e stanchi, addormentati sotto il patio, gli uni contro gli altri.
Franco il Ciclista era già in piedi. Mi guardava fisso negli occhi.
– Tu hai capito, vero?
– Temo di sì… andiamo?
– Sì… Andiamo, dissi.
Luciana prese la sorella sottobraccio e venne con noi.
Avevamo lo sguardo deciso di chi voleva farla finita con quella storia maledetta una volta per tutte.
Demmo appuntamento agli altri per il proseguo della lunghissima mattinata e ci avviammo.
Eravamo così infervorati che ci dimenticammo completamente di quanto ci avesse avvisato il Piccolo Lord, poco prima che i Corridoi impazzissero.

 

Trascorremmo ore in Comune, poi all’anagrafe, tra ombre che un tempo erano state persone.
Camminammo lentamente al ritorno, sotto il peso di una verità dura e difficile da sopportare.
Perché eravamo stati noi, dopo tanti anni a scoprire quella storia? Cosa potevamo fare di tale tragedia?
Arrivammo al Campo con gli altri. Il sole splendeva ed io sentivo di amare quella ragazza, compagna di un tempo irripetibile. E non avrei mai immaginato di poterla perdere.

 

Pendevano tutti dalle nostre labbra. E noi, presi come eravamo da quella soluzione, non ci accorgemmo di una cosa che proprio non quadrava, e che avrebbe condizionato la nostra vita, o quello che ne rimaneva, in quell’ultimo giorno.
Il 21 di agosto.

 

– Siamo alla soluzione del mistero. O quasi – sapevo bene che troppe tessere del puzzle mancavano ancora, per essere trionfante. Ma tant’era Dissi quanto sapevo con gli altri seduti in circolo, intorno.
– Gli anni sono quelli che vanno dal 1942, al 1944, quando il 21 agosto si chiude questa storia. Se volete sapere il nome della famiglia che abitava con i Benedicenti, allora il nome è Borla. Non che dica molto, è un nome diffuso come il pane in questa zona., ma. prima di parlare di quello che successe in quei giorni, vale la pena dire che sappiamo… – sospirai – che sappiamo che fine hanno fatto quei ragazzi.
Nessuno osò chiedere una sola parola, e non c’era teatralità che tagliasse il silenzio di quegli istanti.
Presi il coraggio.
– Sono morti ragazzi. Sono morti, si suppone ad Auschwitz-Birkenau…  Tutti… tranne uno.
Tutti tranne chi li tradì.

 

Credo che molti avessero ormai capito da tempo, anche se non era facile giurarlo con se stessi.
– Il 24 aprile del 1944, una brigata tedesca fu sterminata da un attacco partigiano, poco sopra queste alture. I Borla erano lavoratori, ma avevano, come è stato poi dimostrato, contatti con la brigata partigiana di zona. Non so se furono proprio loro a far parte del commando, o meno. Fatto sta che il comando tedesco di zona, che aveva sede in paese, organizzò una retata.
I Benedicenti invece, erano di origine ebraica. Un anno prima i genitori avevano nascosto i loro figli nei Passaggi, che soltanto loro conoscevano, prima di venire intercettati, lungo la strada del mercato da una pattuglia tedesca, e deportati. Dopo il 24 aprile, i bambini Benedicenti ospitarono i Borla all’interno di quei cunicoli segreti, dove giocavano amici inseparabili da anni, mentre il Padre e la madre caddero probabilmente vittime della prima retata.
Restava l’ultima famiglia, con un unico figlio…, il loro amico, che conosceva i Passaggi.
Sospirai. Non era una storia facile.
Quello stesso giorno, il ragazzino si recò al comando tedesco, per dire che sapeva dove si nascondevano ebrei e partigiani. Fu lui a guidarli attraverso i Passaggi. Almeno… questa è la nostra ricostruzione…
Jenny, la dura Jenny deglutì. Ogni tassello della vita passata che avevamo incontrato, andava a posto.
Le grida in tedesco, i dobermann lanciati su per le scale, l’anticipazione del loro timore del convoglio che li avrebbe portati via…
I pensieri si erano annidati lungo quei Passaggi, confusi nel tempo di quel luogo magico.
Fabrizio mi guardò negli occhi.
– Chi?
Feci finta di non capire.
– Chi è stato a tradire? E perché?
Allargai le braccia. Non c’era traccia del nome di quella famiglia nei documenti di archivio. Qualcuno molto abile, aveva fatto sparire la pagina incriminata molto tempo prima.
– Una persona che oggi dovrebbe avere una cinquantina d’anni, forse.
– Ma perché? – insistette Gabriella – Perché tradire i propri amici…? Perché mandarli a morte?
– Non lo so, ragazzi. Forse per un dispetto. O forse perché quel libro sul passato aveva portato a galla qualcosa di scomodo sulla sua famiglia…
– Ma.. Allora… chi sono i ragazzi che si suppone abbiamo vissuto ancora più nel passato?
Scossi la testa. Negli anni ‘20 le Case Gemelle erano state case di contadini. Non c’era traccia di undici ragazzi.
– Bisognerebbe controllare da capo il diario. Lord, che ne dici? – domandai senza ricevere risposta.
– Lord? – lo cercai con lo sguardo.
– Ma… Dov’è?
– Non era vicino a te?
– Non scherzare, io credevo che fosse laggiù…
Il Piccolo Lord non c’era.
Tanto eravamo presi dal racconto che non ci eravamo accorti che lui non era tra di noi.
Le ore, per quanto lunghe fossero, cominciarono a scorrere inesorabili. Ci dividemmo in gruppi per cercarlo, al Campo sportivo, nei Prati, sulle rive del laghetto, lungo la Provinciale e addirittura in paese.
Alla fine, quando le ombre della note eterna ci stavano ormai avvolgendo, non rimaneva che una spiegazione, per quanto terribile fosse.
– Andrò soltanto io. Credo che voglia parlare con me. Troppo rischioso per voi.
Luciana protestò con tutta la sua forza e io la presi per le braccia – Ascoltami. Ti aspetto in camera, alla solita ora. Non ci vorrà molto, lo ritroverò in fretta, fidati di me.
– Ti aspetteremo nel patio – disse a malincuore Franco il ciclista – Abbi cura di te.
Mi salutarono come se non dovessero vedermi mai più.
Avrei giurato che quello sarebbe stato il mio ultimo viaggio nei Passaggi. Ma non fu così.

 

L’impianto elettrico era saltato, con mia grande disperazione.
Corsi in quelli che erano i corridoi che ormai conoscevo troppo bene, temendo di trovarmi di fronte le materializzazioni delle mie paure da un momento all’altro. Il mio respiro affannoso faceva compagnia al cono di luce della torcia che ballava sulle vecchie mura.
Quando uscii a riveder le stelle, presi una boccata di quell’aria che non saziava i polmoni come se fosse nettare.
Lo trovai seduto sul terrazzo, come mi ero aspettato dall’inizio, lo sguardo perso nel cielo, l’espressione beata, le gambe raccolte tra le braccia.
Mi sedetti accanto a lui, contemplando il cielo stellato –
– Felice notte, amico mio! – disse con una risatina triste.
– felice notte a te – dissi mettendogli una mano sulla spalla – Allora, che cosa fai quassù?
Si mise a ridere indicando le stelle.
– Amico mio, che spettacolo essere di fronte all’universo. Pensa quanto impiega la luce ad andare e venire, e chissà perché immaginiamo arrivi sempre e soltanto dal passato…
Risi, stranamente spiazzato da quanto aveva detto.
– Non ti offendi se ti dico che la tua ricostruzione sulla scrittura del romanzo, da parte dello Scrittore, faceva acqua da tutte le parti, vero?
– No, non mi offendo – dissi sincero – Me ne sono accorto oggi, quando ci pensavo. C’era una incongruenza di base, correggimi se sbaglio. Come faceva lo scrittore ad aver narrato la storia, convogliando la luce di una stella lontana? Cosa c’entrava una stella nello spazio con una storia ambientata qui, sulla terra? Ho detto bene?
– Chiarissimo, promosso – disse spavaldo. Ora era lui il maestro e io l’allievo.
– Vedi – mi disse – la prima volta che siamo saliti quassù… io sono rimasto estasiato, amico mio. C’era qualcosa di strano al di là della semplice storia pazzesca. E me ne sono accorto ieri, mentre tu scrivevi, folgorato.
Sospirò a lungo. Parlò come un adulto.
– io non conosco queste stelle. Oddio, ne riconosco vagamente qualcuna, per la posizione di altre stelle tra di loro… ma io non ho mai visto questo cielo… Questo non è il nostro cielo.
Rabbrividii. Non c’era vento in quel luogo che potesse congelarmi così.
– Vedi laggiù… Quel puntino tra mille, poco a destra, vicino a quelle stelle che sembrano formare una “U”? riesci a vederlo? Quello, se ho calcolato bene è il nostro sole… e noi dobbiamo essere poco distanti, forse un millimetro…
Avevo gli occhi spalancati. Trattenni il respiro, ma per la paura, non per l’emozione.
– Lord… – dissi piano – Dove siamo, …ora?
Il Piccolo Lord rise istericamente scuotendo il capo.
– E vuoi che io lo sappia? Ah ah ah, diavolo di un Olivero… sì, credo proprio che quello là sia il sole. Siamo stati degli sciocchi. Le ghiere, prima che tu le muovessi, erano fisse su una posizione ben precisa. Non è stato facile ritrovare i segni dell’usura del tempo e ripristinarne la posizione originale… sì, sono riuscito a puntare le lenti proprio sulla luce proveniente dalla Terra… e quanto ho scritto oggi, amico mio!!!
Mi voltai di scatto. Il tavolo era pieno di fogli miniati con la stessa calligrafia del diario, la stessa con la quale avevo scritto io.
– Tu hai…
– Io ho raccolto la luce della Terra… e sai quanto dista la Terra da questo luogo? 40 anni luce. Così credevo di scrivere la storia di un passato simile a quello degli anni ‘40… Ed invece sai cosa ho trovato nei fogli, quando mi sono risvegliato?
Si voltò lentamente verso di me. Aveva la faccia seria, distorta dal terrore e dal peso di quello che aveva scoperto. Mi venne da urlare.
– Ho scritto la storia di un uomo di 49 anni, che conosco bene. Su quei fogli è comparsa la storia di me stesso nel futuro… capisci?
Non volevo capire.
– Oh, si certo. Farò una bella carriera e mi laureerò, metterò su famiglia e mi separerò. Ma la mia vita resterà sempre segnata da questa esperienza, lo sai? Per quanto io, piccolo genio maledetto cercherò di riprodurre senza riuscirci questa diavoleria di macchinario!
– Io… io non capisco… Mormorai indietreggiando.
– Io capisco eccome! – gridò lui mezzo allucinato – Non riesci a vedere? Olivero non aveva bisogno di un luogo per guardare nel passato, ma viceversa… In questo luogo, povero amico mio, la luce delle stelle arriva dal futuro…! Ma sai cosa vuol dire poter mettere gli occhi su quello che capiterà? Guardati attorno, amico, non hai che da scegliere. Tra quarant’anni vedrai ricchezza che oggi non sai che esistano. Pensa agli inizi del secolo! Lo credo bene che si è trasferito di corsa in Sud America, ah ah ah… mi sarebbe piaciuto conoscerlo, il vecchio mago.
Mi feci serio.
Soltanto ora capivo il pericolo che dall’inizio della storia incombeva su di noi, e che non ero stato capace di vedere.
Avevo gli occhi spalancati e mi mancava il fiato.
– Proprio così, mio caro… – continuò – Stai vedendo giusto. Ecco perché non trovavamo traccia dei ragazzi degli anni Venti. Perché guardavamo nella direzione sbagliata! Lo scrittore scrisse la sua storia vedendola in questa luce che veniva dal futuro! Ora, fai un piccolo calcolo. 1942 più 40, che risultato dà? Bingo! Hai vinto una bambolina! I ragazzi di cui parlava quella storia… siamo noi.

 

Potevo essere in qualsiasi punto dell’universo. Ovunque.
Ma niente avrebbe potuto trattenermi. Presi il Piccolo Lord per la maglietta, tirandolo a me.
Due omicidi. La storia si chiudeva con due omicidi.
– Parla, dimmi quello che sai. Subito! Non abbiamo tempo da perdere…
Il Piccolo Lord tentò invano di liberarsi dalla presa …, poi sibilò – Ricordi l’undicesimo ragazzo? Nel libro lo Scrittore vide che il figlio di costui, quarant’anni più tardi sarebbe divenuto un maniaco omicida. Capisci? L’undicesimo si ribellò, non voleva credere a una cosa del genere. E forse gli altri dieci volevano fare qualcosa contro di lui, avvisare qualcuno… per quanto incredibile potesse essere. A quell’epoca i manicomi erano pieni di potenziali matti… te en sei scordato?
Così lui li fece catturare…. Quell’uomo.. Quell’uomo è ancora viìvo oggi. E suo figlio è il maniaco che ha ucciso le due ragazze qui nei boschi… ho capito tutto soltanto poco fa.
– Come? – strinsi più forte… – come avvengono gli omicidi?
– Non lo so!!! – gridava – Non c’è scritto. Muoiono un ragazzo e una ragazza, lei dopo essere stata violentata, lui prima di lei…
– Quando??!!!!
– Non lo so…
– Vieni con me – gridai.
Lo presi per un polso e lo trascinai lontano da quel terrazzo incantato e maledetto.
– Aspetta… quel macchinario è prezioso…
– Idiota! Sulla Terra non funzionerebbe. Ora muoviti.
Protestò debolemnte, quindi scappammo senza meta per i corridoi, senza più paura delle nostre materializzazioni inconsce.
– Dimmi, sii sincero, Genietto. Si può modificare il futuro?
– Io… io non lo so – ansimava mentre correvamo nel buio.
– Io invece spero di sì.
La nostra scena quasi si sovrappose a quella dello scrittore, mentre veniva portato via dai tedeschi e lasciava cadere i fogli a poco a poco.
Ero convinto che avesse scritto quella storia per noi. Per salvarci.

 

– Dunque adesso cosa facciamo. Sono le due di notte…
Mi guardai attorno dubbioso. Il buio attorno alla tenuta rappresentava un rischio sicuro e avrei scommesso che il colpevole, che oramai conoscevamo tutti, ci stesse tenendo d’occhio e stesse aspettando il momento buono per colpirci e portare a termine il suo obbiettivo.
Era il 21 agosto, come 40 anni prima, non dovevo dimenticarlo.
Luciana sembrava tranquilla, mentre Marta tremava. Mancavano soltanto poche ore all’alba che avrebbe visto probabilmente la nostra salvezza. Ma fino a quel momento dovevamo fare molta attenzione.
– Qui all’interno siamo al sicuro – mormorai… ci troviamo domattina alle 7:00, qui davanti. Abbiamo indizi sufficienti a farlo fermare…. Ok?
Tutti annuirono. Dormiamo con un occhio aperto, mi raccomando. Sempre che si voglia dormire. Questa notte non sarà eterna…
Qualcosa mi tormentava tuttavia. Un ragazzo e una ragazza… chi potevano essere…? Avevo paura per Luciana ma lei rispose alla mia strizzata d’occhi, che sottintendeva il nostro appuntamento.
– Tranquillo, so badare a me stessa… disse.
– E Marta – dissi a bassa voce? – Forse è meglio che non stia sola stanotte…
Fece un sorrisetto furbo – Provvederò… disse sorridendomi.
Credo che quella fu l’ultima volta in cui la vidi sorridere.

 

Neanche mezz’ora dopo la porta dei Passaggi si spalancò per l’ultima volta e vidi il profilo scuro di Luciana contro il chiarore delle mura dei Passaggi, come tante volte.
Si spogliò e si infilò sotto le lenzuola.
Non parlammo, la sentii piena di tensione, nonostante quello che affermava.
Restammo a lungo insieme, benché io fossi tormentato da una frase ricorrente, riguardante il futuro che dovevamo modificare..

Il mostro colpiva senza pietà ancora una volta.
Trascina la ragazza nelle viscere del male, dove già il sangue è stato versato.

 

Il mostro colpiva ancora una volta. Dove si trovavano le viscere del male, dove già una volta il sangue era stato versato?
Rabbrividii.
Che stupido ero stato.
Non eravamo al sicuro.
Nessuno di noi era al sicuro.
Se il padre aveva conosciuto i Passaggi, allora anche lui…
Non ebbi il tempo di pensarlo.
Un urlo straziante, di ragazza, provenne dai corridoi.
E poi un altro.
Balzai fuori dal letto con la sensazione, egoistica e istintiva, che Luciana, comunque fossero andate le cose, si trovava al sicuro con me.
E che chiunque avesse gridato disperata non fosse stata lei.
In un istante, pensai questo in un attimo.
Prima che la ragazza che era con me gridasse disperata – Luciana!!!
Trovai l’interruttore raggelato.
Ma quando le lampadine si accesero, scoprii con terrore profondo, che la ragazza che avevo tenuto abbracciata fino a pochi istanti prima, era Marta.

 

– Perché??? Perché???? – gridai scuotendole le spalle.
Lei piangeva disperata.
– Avevo… avevo paura… non volevo stare da sola…
La scossi ancora di più.
– Da quando??? Da quando????
Piangeva a dirotto – E’… è la seconda volta… Io… Io ti voglio bene e lei mi ha lasciato… poi andavo via quando tu dormivi.
Le urla proseguirono.
Mi portai le mani al capo, disperato.
Sapevo che Marta mi amava e che Luciana mi amasse.
Ma amava anche la sorella gemella, al punto di non volerla vedere soffrire.
– Vai a chiamare gli altri tu… veloce!!!
Io mi infilai qualcosa addosso e mi gettai giù per i Passaggi.
Sentivo le sue grida sempre più vicine e mi maledissi per essere stato così stupido.
C’era un solo posto dove il sangue era già stato versato.
La casa del custode.

 

Non avevo nulla, ero al buio.
Luciana gridava il mio nome, pregai Iddio o chi per lui che non fosse già ferita.
La porta grigiastra che dava sulla Casa del Custode, si profilò semiaperta, parzialmente rischiarata dalla luce della luna, nel bosco.
Entrai senza neanche pensare a quello che avrei potuto trovare.
Improvvisamente udii la voce di Luciana alla mia destra.
– Attento… è una…
Poi provai una forte nausea.
Annaspai in cerca d’aria, mentre la bocca mi si riempiva di qualcosa che pensai molto simile al sangue.
Riuscii ancora a sentire Luciana gridare disperata, mentre piombavo a terra, sfracellandomi contro un vecchio tavolo colmo di stoviglie sudicie.
Il cielo della casa abbandonata vorticava e me ne sentivo inghiotto.
Poi vidi la sua figura, mentre bramavo aria con occhi spalancati, che si chinava per vibrare il colpo finale.
Era il postino arruffone.

 

Tra gli spasmi della vita che se ne andava, lo vidi alzare una seconda volta il coltello, che lampeggiò nella luce della luna, mentre le urla di Luciana, immobilizzata, che chiamava il mio nome, si facevano disperate.
Sentii un colpo secco e intravidi una fiammata.
Qualcosa si schiantò contro il muro, alla mia destra, formando un ampio ventaglio di sangue e viscere.
Il postino abbassò lo sguardo verso le proprie interiora, quasi pulsanti, che fuoriuscivano dal torace.
Non so se ne fui investito. Non ricordo, non posso ricordare.
Ricordo soltanto che si guardò il ventre stupito, con un’espressione incredula.
Sentivo le grida di Luciana, sempre più forti.
Il Postino guardò il muro ancora per un istante, fissandolo incredulo.
Poi crollò a terra, di fianco a me.
Dietro di lui, il vecchio impugnava il fucile, ancora fumante.
Poi fu nebbia.
Udii soltanto le mani di Luciana sul mio volto, che mi diceva di resistere, che tutto sarebbe andato bene, mentre chinavo la testa di lato, in tempo per vedere il vecchio, che, sempre col fucile sotto il braccio, ritornava nella camera.
Più su, il soffitto che lentamente si apriva su di me, mostrava tante piccole stelle, che probabilmente erano state pronte ad accogliermi da tanti, tantissimi anni luce.
Due vite se ne erano andate, ma non erano quelle di un ragazzo e una ragazza.
Erano quelle di due ragazzi. Avevo cambiato il futuro forse, ma non abbastanza.

 

Quando aprii gli occhi dopo qualche giorno, all’ospedale del paese, mi resi conto di avercela fatta.
Accanto al letto avevo i miei genitori.
Mia madre scoppiò a piangere quando aprii gli occhi.
Non li vedevo da una vita.
Cercai di parlare, ma non riuscii a proferire parola. Occorsero tre settimane prima di essere in grado di uscire da quel luogo sulle mie gambe.
Luciana venne a trovarmi una volta soltanto durante quel periodo, assieme a Marta.
Ma, come mi accorsi con amara sorpresa… non era più lei.
Era cambiata, non solo nel modo di fare, ma anche nel fisico.
Non era più la ragazza che era stata e nemmeno credo avesse mai pensato di essere la mia ragazza.
Non rimaneva niente delle notti di luglio e agosto trascorsi abbracciati.
Mi domandai a lungo come mai. Era lo shock per la ferita quasi mortale?
Ricevetti la visita anche degli altri ragazzi, ma anche loro erano diventati diversi.
Nei lineamenti come nel carattere.
Nessuno ricordava nulla dei Passaggi e di quella pazzesca vicenda che avevamo vissuto insieme.
Mi spiegarono che il maniaco aveva rapito Luciana ed io ero corso al suo salvataggio passando dall’esterno della casa, poco prima che la polizia, da tempo sulle sue tracce, facesse irruzione, in tempo per uccidere il criminale.
Pensai ad uno scherzo, ma era così. Nessuno ricordava più nulla, di quanto era capitato e persino i miei lineamenti ormai sembravano diversi da quelli che ricordavo.
Chiusi gli occhi spesso, durante le giornate trascorse con la sola compagnia del ricordo dell’amore perduto. I medici pensavano che fosse per il dolore.
Ma era un dolore profondo, che si perdeva in un passato appena vissuto e così lontano.

 

Quando uscii dall’ospedale, buona parte dei ragazzi era già tornata a Torino.
Non vidi mai più le gemelle e neanche oggi hanno risposto a questo appello su Facebook. Ho passato la vita a chiedermi dove fosse finito l’amore dei miei giorni migliori.
Ogni volta che ci penso, durante le mie fredde notti, credo che sia ancora abbracciata a me.
E quando mi sveglio, invece che la sensazione della sua pelle, trovo solo il ghiaccio delle lenzuola a farmi compagnia.

 

Dicevo, appena a casa, corsi in camera e, con molta fatica spinsi via l’armadio dalla porta nascosta.
La aprii affamato di certezze, ma dall’altra parte trovai, come avevo temuto, il corridoio sul quale la porta si affacciava realmente. Più nessun Passaggio che portasse nel mio inconscio.

 

Ad uno ad uno, gli amici con i quali avevo condiviso l’estate dei Prati se ne andarono, irriconoscibili. Io fui l’ultimo, perso ad ammirare la tristezza di un bosco o i colori freddi di un laghetto che non sarebbero più stati gli stessi.
Poco prima di me se ne andò il Pirata.
Anche lui era diverso, e soltanto negli ultimi momenti mi accorsi che vedeva bene da entrambi gli occhi.
Mi abbracciò silenzioso. Forse sapevamo entrambi che non ci saremmo più rivisti e che ognuno dei ragazzi, per qualche strana ragione, non sarebbe più tornato nelle Ville Gemelle.
Un’overdose se lo portò via due anni più tardi.
Lo venni a sapere dai giornali. Alla fine la strada lo aveva voluto con sé, come avevo spesso temuto.
– La vita prende, la vita dà – mi disse quel giorno.
– Cosa vuoi dire?
Mi fece l’occhilino. Hai visto cosa succede a voler cambiare il futuro? Che alla fine la realtà si adatta al suo nuovo cambiamento… e si modifica.
Gli piantai gli occhi in faccia.
– Tu ricordi…!
– Avevo un solo occhio per vedere, amico mio… ma ho visto bene….
Ci abbracciammo ancora, poi lo vidi scomparire lungo la provinciale.

 

Così finì la mia estate dei Prati.
La nostra estate più bella.
Tornai a Torino per dimenticare, ma non fui mai in grado di dimenticare i volti persi per sempre nella magia dell’incoscienza.
E anche se dovessimo incontrarci di nuovo, saremmo comunque distorti dal tempo e da una voglia di vivere sepolta nell’inconscio di un corridoio che chissà mai se esistette davvero.
Le stelle, da questo pavimento della mia casa, sono reali quasi come quelle di quell’estate.
Chissà se un giorno, quando arriverà per me il momento di guardare sull’altro lato del mondo, potrò ricevere la luce da una stella, sulla quale si sta vivendo la nostra estate dei prati.
E…

 

… e li sento lungo le scale.
Tra un attimo saranno qui.
I loro cani ringhiano, gli altri sono già nel camion, probabilmente.
Ho sentito le raffiche di mitra.
Vorrei non pensare che siano papà e i miei fratelli più grandi.
Ho finito appena in tempo.
Se fossi uno scrittore professionista probabilmente sarei soddisfatto di quanto ho scritto.
Ma non ho il tempo di compiacermi, sono esausto e sono rimasto a fissare questa lente per troppo tempo.
Mi portano via.
Le stelle non mentono e mi hanno parlato di un’estate dei prati.
Chissà se capiterà così.
Già. Chissà.

 

Mauro Saglietti

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