Mazzola, 2 – 5 – 9 – 3

Mazzola, 2 – 5 – 9 – 3

MAURO SAGLIETTI

– Mazzola… Mazzola… 2… 5… 9… Mazzola… 2… 5… Mazzola… Mazzola… 2…5…9…3… Mazzola…Mazzola sul tram… Ho messo lì Mazzola! … 2…5…9…3

Ferruccio sporse la testa nella camera quel tanto che bastava per vedere l’amico, il suo amico Valentino

di Redazione Toro News

MAURO SAGLIETTI

– Mazzola… Mazzola… 2… 5… 9… Mazzola… 2… 5… Mazzola… Mazzola… 2…5…9…3… Mazzola…Mazzola sul tram… Ho messo lì Mazzola! … 2…5…9…3

Ferruccio sporse la testa nella camera quel tanto che bastava per vedere l’amico, il suo amico Valentino steso nel letto, scosso da tremori che non lasciavano speranze.
Anche Valentino era vicino al traguardo, come dicevano loro vecchietti nella casa di riposo, a metà tra spenta rassegnazione e amara ironia.
Uno ad uno, i suoi amici arrivavano silenziosamente alla stazione finale, al loro traguardo.
Ferruccio ne aveva visti tanti lungo tutti gli anni nei quali era stato lì ospite.
Stava diventando uno dei più anziani ed aveva già dovuto salutare molti amici.
Entrò silenziosamente nella stanza e si accostò all’amico dal respiro sofferto.
Quanto era avvizzita la pelle, su ciò che restava di quell’uomo.
Quanta volontà c’era ancora, nel restare aggrappato alla vita.
Ferruccio si chiese se anche per lui sarebbe stato così.
Se lo domandava sovente, augurandosi che fosse una cosa rapida e lieve, temendo e alle volte desiderando quel momento.
– Valentino? Te ‘m sente? Mi senti?
– Mazzola… Mazzola sul tram… C’è Mazzola… 2…5…9… Ho messo Mazzola lì, proprio lì. Cerca… 2…5…9…3… Cerca… c’è Mazzola!
Povero Valentino. Da anni aveva perso coscienza delle cose reali che capitavano intorno a lui.
Ripeteva la frase su Mazzola in modo quasi ossessivo, mentre i suoi occhietti vispi cercavano di convincere l’interlocutore.
Mazzola! Il mito di tutti loro tanti anni prima; sembrava appartenere ad un altro mondo o ad un’altra dimensione tanti anni erano trascorsi.
Mazzola, che si chiamava Valentino, come il suo amico, che stava morendo di fronte a lui.
– Ferruccio! – una voce ben nota lo fece trasalire. – Che cosa fa lei qui? Quante volte glielo devo dire?
Era la voce della Megera.

Tutti odiavano Gabriella, la Megera della casa di riposo. Doveva aver passato la sessantina o giù di lì, probabilmente la pensione non era troppo distante. Era diventata capo delle infermiere che lì lavoravano da un paio d’anni. I suoi modi erano bruschi, sgarbati e talvolta grossolani. Tutti gli anziani la temevano, si sentivano indifesi di fronte a lei.
Ferruccio No. Si era più volte ripromesso di darle una bella lezione e c’è da giurare che prima o poi l’avrebbe fatto, nonostante i novanta anni suonati.

– Come sta? – chiese Guglielmo.
– Come volete che stia? – il traguardo sta arrivando anche per lui. Continua a ripetere la frase su Mazzola e quei numeri… Chissà cosa vuol dire? Dice che “ha messo Mazzola” da qualche parte… parla di un tram… Dice di cercare… Quale tram? Cosa dobbiamo cercare?  Non lo so, amici. Proprio non lo so. Ce lo siamo già chiesti tante di quelle volte. Se non siamo riusciti a cambiare il mondo in 90 anni, non ci riusciremo adesso…
Gli anziani della casa di riposo si erano nuovamente seduti in circolo nel salone e aspettavano. Aspettavano che arrivasse la sera.
E poi la mattina dopo.
E poi il traguardo finale.
Ferruccio non si sedeva mai in quel modo. Non voleva arrendersi, si sentiva un ragazzino con un fisico un po’ invecchiato, che non si sentiva ancora pronto per scendere dalla carrozza della vita.
In quel momento si stava domandando il significato della frase di Valentino e gli sarebbe piaciuto aiutare il suo amico, se solo ne fosse stato in grado.
Guglielmo era uno dei suoi due amici, alto e un po’ curvo, doveva essere stato un atleta da giovane, anche se nemmeno lui lo ricordava più.
Valerio invece era l’amico più caro di Valentino, i due si conoscevano ben prima di entrare nell’ospizio camuffato da casa di riposo.
Era taciturno e soprattutto sordo come una campana, benché in buone condizioni di salute.
– Allora, nessuno ha idea di cosa significhi questa frase? Valentino ce la sta mettendo tutta…
Mi sai nen – fece spallucce Guglielmo.
– Sarà rivolta alla figlia… quando era lucido ne parlava sempre. – intervenne Valerio – So che quando era giovane, Valentino aveva lasciato la moglie, per andare a vivere con un’altra donna. Aveva una bambina piccola, che da allora non poté più vedere. La madre gli negò sempre il permesso. Valentino ha passato la vita a cercarla, credo anche sia riuscito a contattarla, ma lei provava un odio feroce per suo padre. – Valerio fece una triste pausa.
– E so anche che Valentino che aveva conosciuto Mazzola… Si erano incontrati su un tram…
– E lo dici solo ora?
– Non lo ricordavo più…. Valentino è… è sempre stato sfegatato per il Toro…
– Come tutti noi del resto – puntualizzò Guglielmo.
– Ma allora cosa vuol dire che ha “messo Mazzola sul tram? Quale tram? Ce ne saranno stati centinaia a Torino…
– Chi lo sa? – continuò Valerio – forse quello che guidava lui.
– Quello che guidava lui? – risposero all’unisono gli altri due anziani.
Sì… faceva il tranviere… oddio… non ve l’ho mai detto?
Ferruccio fulminò l’amico con gli occhi, prima di cominciare a rimuginare tra sé, andando su e giù a piccoli passi nel salone.
Si chiese se fosse il caso di mettersi a giocare alla caccia al tesoro novanta anni.
Si rispose di sì. Poteva essere l’ultima per davvero, tanto valeva giocarla.

-Senti Paolino, ho bisogno che tu mi faccia un piacere…tu conosci “Internèt”, o cuma ‘s ciama? Quella diavoleria?
– Certo nonno…
Ferruccio abbassò il tono della voce, guardandosi attorno furtivo.
– Avrei bisogno di guardare una cosa… la capo-infermiera è fuori oggi e di là c’è il computer…
– Ho capito nonno, ho capito tutto…
– Come “ho capito”?
– Dai, vieni, ti faccio vedere subito, andiamo!
– Ma… – Ferruccio seguì stupito il nipote

Paolino era il più giovane dei suoi tre nipoti, anche se aveva già superato da qualche anno la ventina.
Il suo preferito, quello più estroverso. Quello che più gli assomigliava e che non mancava mai la visita del venerdì sera. Gli altri nipoti invece avevano preso tutto dalla freddezza del padre, che non aveva mai compreso la sua voglia di andare sempre oltre i limiti, il piacere dello scherzo, il desiderio di essere bambino, anche quando gli anni riducono tutti a più miti consigli.
l nipote si accompagnava ad una graziosa giovinetta di nome Barbara, perennemente in abiti corti. A Ferruccio era stata immediatamente simpatica.
Assomigliava quasi per magia ad una ragazzina della quale serbava soltanto un confuso ricordo. Un sorriso che lo aspettava in una sera di festa… solo questo ricordava nelle difficoltà della mente.
Paolino prese possesso in un attimo del computer nell’ufficio dell’infermiera.
– Ecco qui, scommetto che era questo che volevi vedere!
Mah…! Chi ca l’è cula lì cun le püpe gröse da fora?
– E’ Pamela Anderson nonno. Non era questa roba che volevi vedere?
Ma fate furb, gadan! –Ferruccio si adirò, mentre il nipote abbassava la finestra del sito.
– Ma… allora non avevo capito… cosa volevi sapere?
– Qualcosa che parli di tram. Dei tram vecchi di Torino!
– Certo… non è un problema. A cosa ti serve? Uno dei tuoi scherzi?
– Nessuno scherzo. C’è un amico che se ne sta andando qui e vorrei cercare di dargli una mano, prima che lui tagli il traguardo finale.
Paolino era abituato alle stranezze e all’eccentricità del nonno, Barbara no, eppure tra i due si era creata una simpatia istantanea.
– Ecco nonno, guarda qui. Qui c’è tutta la storia dei tram di Torino… mamma mia, com’erano una volta! Io non me li ricordo. Mi ricordo solo quelli arancioni!
Il vecchio fissò quella diavoleria che aveva di fronte al naso. Chissà da dove venivano quelle immagini e come faceva il computer a tirarle fuori? Gli sarebbe piaciuto imparare ad usare quella scatola magica. Sembrava una miniera di cose interessanti e divertenti.
Il nipote scorse le pagine con le immagini dei vecchi tram.
Vecchie foto in bianco e nero si alternavano a vecchi ricordi mai cancellati, zone di Torino nelle quali le scatole verdi di metallo erano regine…
– Cosa cerchi di preciso, nonno?
Ferruccio rispose con lo sguardo furbo di un ragazzino che scopre il mondo:
– Non lo so di preciso, fammi vedere…
Comparvero altre foto, rigorosamente divise in modelli e anni di costruzione.
I tram corti verdi dalle forme morbide, che erano stati ristrutturati negli anni ’80 ed erano diventati arancioni.
I tram lunghi della serie 2700, della quale restavano soltanto due esemplari e quelli della serie 2800.
Le forme spigolose della serie 2500 in vecchie foto in bianco e nero.
Una di queste carrozze in primo piano di fronte alla Gran Madre…
2-5-9-3 boia faus! Ades l’hai capì tut! Ora ho capito!
– Che dici nonno?
– Guarda, guarda quella foto, ce l’hai davanti al naso!
– Quale foto?
– Questa! Quella del tram.
– Io vedo solo un tram verde…
– Sei giovane, sei sveglio come un grillo, ma non trovi neanche l’acqua in Po. Guarda qui, sul davanti del tram… vedi questi numeri? Valentino non ha mai detto numeri a caso. Non ha mai delirato! 2-5-9-3 sono i numeri di una carrozza. La sigla di un vecchio tram! 2593.
Paolino guardò Barbara stupito e fissò il nonno orgoglioso. Chissà come doveva essere stato da giovane!

Era buio nella casa di riposo, dormivano tutti da tempo.
Non Ferruccio però, né gli altri della combriccola.
La sigla “2593” continuava ad essere un faro ed un obbiettivo.
Sentiva che il tempo scarseggiava. Era quello di Valentino ma poteva benissimo essere il suo, o quelli di Valerio o Guglielmo.
Poteva essere l’ultimo tratto di divertimento che il tempo aveva deciso di regalare al loro gruppo di amici…
Alle 23.03 bussò alla porta della camera di Valerio e Guglielmo e si introdusse dentro.

– Ti ha sentito la megera?
Speruma mac ‘d no! Ci manca solo più quella lì questa sera!
– Alura?
– Allora… ho scritto qualche cosa per non dimenticare… I numeri 2-5-9-3 sono quelli del numero di serie di un tram. Può darsi che Valentino stesse guidando proprio il numero 2593 quando conobbe Mazzola?

C’è Mazzola 2-5-9-3
Un ricordo?
O qualcos’altro?
C’è Mazzola 2-5-9-3
Cosa voleva dire?

Ferruccio spiegò quello che aveva imparato, cercando di comprendere i suoi incerti appunti.
Gli altri cercavano di non perdere una parola, nonostante la sordità rendesse arduo il compito di Valerio.
La serie di tram denominata “2500” era stata costruita negli anni ’30 e ristrutturata poi negli anni ‘40. Era a passo corto e spigolosa, con i caratteristici “duomi” in alto, che indicavano il numero di linea, in fronte e sul retro del tram. Ne erano state costruite un centinaio di esemplari, che avevano circolato fino alla fine degli anni ’70.

– E poi? Che fine hanno fatto? – chiese Guglielmo
– Qui viene il bello e il brutto. Vi ricordate i tram lunghi e arancioni? Non erano nuovi! Per costruirli erano state impiegate due delle vetture 2500 alla volta, le avevano ristrutturate e le avevano unite. 80 vecchie carrozze sono state utilizzate per cerare 40 nuovi tram
Suma a post!
Speta ‘n mument! 80 sono state riconvertite, due sono state restaurate e tutte le altre sono state cedute a demolitori.
Suma a post! – insistette Guglielmo
Speta ‘n mument, l’hai dite! La 2593 c’è ancora. Da un demolitore. Ho visto la foto su internét.
– E dov’è questo demolitore?
– Già… dov’è? Non me lo ricordo più… non l’ho scritto.

Paolino… Paolino, mi senti?
– Sì nonno, ma sei matto a telefonarmi a quest’ora? Non sei a dormire?
Sì, cioè no… puoi passare da me domani?
– Eh?
Il demolitore! Dobbiamo andarci domani assolutamente!
– Ma dove sei nonno? Perché sussurri?
Sto telefonando dall’ufficio della Megera…
– Nonno, sono con Barbara…
Aaaaaaa! Parla-pà, i giu-u, i giovani! Allora, ti aspetto domani! Anche se è domenica. Ciao!
CLICK
– Ma…
Paolino posò il ricevitore e si coprì il viso con le mani.
– Cosa capita? – disse Barbara dolcemente
Mio nonno – sospirò Paolino – E’ un pericolo pubblico. Nessuno riesce a fermare i suoi disastri. Mio padre me l’aveva detto…
– Però a te piace tanto, vero?
I due giovani ripresero a baciarsi.

Il giorno seguente, a metà mattinata, Paolino e Barbara stavano facendo una corsa in macchina con Ferruccio, Guglielmo e Valerio.
Non era stato facile escogitare un escamotage per farli uscire tutti insieme e sicuramente avrebbero pagato cara e salata quella bravata.
Paolino era passato a prendere il nonno senza problemi, Barbara si era camuffata in modo da sembrare la nipote di Guglielmo ed infine il silenzioso Valerio era riuscito a sgattaiolare fino all’uscita posteriore, dove era stato prelevato dagli altri.
Un volta che la Megera avesse scoperto l’inganno, sarebbero stati dolori, ma la serata era lontana e in mezzo c’era una giornata di libertà.

Il demolitore dove la carrozza 2593 era stata dimessa, non era molto distante dalla casa di riposo.
Paolino fermò la macchina in un largo piazzale prospiciente ad un recinto, oltre il quale s’intravedevano rottami vari ed un vecchio pullman arancione, al quale era stato asportato il motore.
Un uomo grande, grosso e riccioluto stava pulendo il cancello d’ingresso, accanto al quale era piazzata una vecchia roulotte, probabile sua dimora.
Si rivolse ai nuovi arrivati senza neanche guardarli.
– Siete venuti per il tram?
– …Sì… – disse Paolino – Come fa a saperlo?
– Siete una bella comitiva… di solito la gente viene per quello, da quando si è saputo che lo hanno restaurato. Non è più qui. Lo hanno portato via.
– Ma… come…?
– Ho detto che lo hanno portato via. Qualche mese fa’ è arrivato uno che diceva di essere un collezionista e lo ha comprato. Ed io sono stato ben contento di cedergli quella ferraglia. Volete sapere dove lo ha portato?
I cinque si guardarono stupiti e presi in contropiede.
Valerio invece guardò gli altri perché non era riuscito a sentire una sola parola.

– Se il proprietario scopre che vi ho fatto entrare senza di lui, rischio di perdere il posto…. Eppure il sabato vengono così tanti appassionati ultimamente. Da quando si è saputo su internet poi… Non credevo che ci potesse essere così tanta gente interessata a questo tipo di storia. I signori sono dei veri appassionati, sbaglio?
Ferruccio diede un’occhiata strana a Guglielmo. Paolino e Barbara sogghignarono.
Il custode della villa, alla quale avevano suonato, forse abituato a quell’andirivieni, forse intenerito dalla presenza di tre anziani, aveva acconsentito ad accompagnarli al capannone nel quale era stato trasportato il vecchio tram, prima del restauro.
Il suo passo era troppo veloce e i tre anziani, che cominciavano ad essere provati dalla giornata e dal lungo viaggio di trasferimento, dovettero fermarsi più volte a rifiatare.
Non fu difficile individuare l’oggetto della caccia al tesoro, una volta all’interno del capannone.
Il restauro non era ancora stato completato, ma la carrozza risplendeva di un intenso verde bitonale come ai tempi andati, gli infissi erano stati cambiati, il trolley riposizionato. Soltanto i vetri dei finestrini non erano stati ancora applicati.
Gli uomini girarono ammirati intorno al veicolo tornato in vita.
– Verrà portata in un museo – disse il custode. Il proprietario ne farà dono, anche se ha investito molti sodi…
Ferruccio si rivolse agli altri:
– Amici miei, qui finisce la nostra corsa. Qualsiasi cosa Valentino avesse nascosto in questa carrozza, o è andata perduta col tempo, oppure è stata gettata via durante il restauro. Mi spiace ragazzi, ma temo che non saremo di alcuna utilità al nostro amico…
Proprio mentre tutti stavano per allontanarsi, però, la voce di Barbara fermò il gruppetto:
Fermi!
L’uditorio si voltò improvvisamente.
– … I numeri… guardate i numeri! Sono sbagliati! 2-5-9-4…2594, non è la carrozza giusta! E
– State parlando dell’altra? – chiese il custode, incuriosito.
– Quale altra?
Quella che è rimasta dal demolitore. Il proprietario ha scelto questa perché era quella in condizioni migliori, ma ce n’è ancora un’altra quasi uguale laggiù.

Il tempo quel giorno era volato, tra viaggi, pranzi ed una cena frugale.
Era buio oramai ed erano tornati di fronte al demolitore.
La notte rendeva tutto più spettrale. Una luna velata proiettava deboli luci ed ombre sull’ammasso di auto abbandonate e lamiere contorte.
Il gabbiotto del proprietario era vuoto e chiuso a chiave.
Il pullman arancione, baciato dal sole di quella giornata, era una massa scura, che sembrava potersi mettere in moto da un momento all’altro.
E adesso cosa facciamo? – disse Paolino – Mi sa che dovrò scavalcare. Cosa devo cercare esattamente? Dov’è il tram?
– Aspetta fiol, lascia fare a me. – Guglielmo si avvicinò lentamente al portone di lamiera ondulata, i cui battenti erano tenuti insieme da una catena e da un pesante lucchetto.
– Aiutatemi, puntate la pila qui! – disse l’anziano.
– Tutta questa è una pazzia! – Esclamò Paolino improvvisamente. Stava diventando complice di un effrazione compiuta da un gruppo di arzilli scassinatori novantenni.
Si girò verso Barbara. La intravide nel cono di luce proiettato dal lampione poco distante. La sua espressione sembrava accigliata.
– Ecco, fatto! – disse Guglielmo, con soddisfazione – Nonostante le mani che tremano sono ancora in gamba a fare saltare i lucchetti!
Uno dei battenti della porta si mosse sui cardini.
Paolino boccheggiava e prese Barbara per mano.
La ragazza si chiese che cosa avesse fatto davvero quell’uomo nel corso della vita.
Il gruppetto decise di lasciare Valerio, che avvertiva i maggiori problemi nel camminare, nella vettura in moto.
Paolino prese una torcia dal bagagliaio e fu il primo ad introdursi nel recinto.

– Non potevamo aspettare fino a domani, nonno?
– Valentino non può aspettare. Forse non ha tutto questo tempo.
– E adesso dove cerchiamo?
I due ragazzi seguirono le sagome cure e lente dei vecchietti.
Sfilarono accanto a cumuli di gomme, che ricoprivano quasi interamente un vecchio furgoncino Pick-up Volkswagen Westfalia, sfilarono accanto a rottami d’auto vecchie e recenti. A Ferruccio sembrò addirittura di riconoscere una Lancia Aurelia, che aveva posseduto molti anni prima.
Pensò a quanto gli sarebbe piaciuto guidare ancora per qualche metro. Avrebbe pagato per farlo.
Sfilarono vecchi pullman, un filobus numero 34 e proprio quando sembrava che non ci fosse traccia del vecchio tramvai, Paolino esclamò:
– Là, guardate!
Una massa lunga e scura, si parava di fronte a loro.
– Venite! -disse il ragazzo
– Aiutatemi, io non vedo bene… – disse Ferruccio…
Barbara si avvicinò alla carcassa.
– E’ lui! E’ il tram. E’ il 2593, il tram di Valentino.

Si accostarono timorosamente alla carrozza scura, con la torcia che puntava il suo cono di luce nell’oscurità dell’interno.
Barbara prese coraggio e torcia e si avvicinò alla porta anteriore, quella che era di salita, che si ripiegava su se stessa. Era stata lasciata aperta. L’interno era scuro e probabilmente ingombro di macerie.
Quello che una volta era stato un tram splendente, giaceva abbandonato da molti anni, attaccato da ruggine e sporcizia.
Barbara scrutò l’interno.
– E’ pieno di roba vecchia qui dentro! E’ stato adibito a magazzino…
La luce penetrò lungo la carrozza. Dove un tempo c’erano stati sedili, pensieri, preoccupazioni, emozioni, ora c’erano assi, pneumatici e probabilmente qualche strano animale, a giudicare dai fruscii sospetti provenienti dal fondo della carrozza.
Il posto del guidatore, sul frontale era mezzo divelto e la barra direzionale era stata rimossa.
Anche Paolino e Ferruccio penetrarono all’interno di quel mondo dimenticato.
– Cosa dobbiamo cercare, nonno?
– Non lo so… dopo tutti questi anni… Come può esserci ancora qualcosa lasciato chissà quanto tempo fa? Non lo so… non esiste un bagagliaio.
Per la prima volta i quattro si resero conto dell’inutilità e della follia di quella che era una ricerca nel tempo. La luce spaziava dove possibile tra le lamiere e i vetri rotti, lo spazio una volta assegnato al bigliettaio, il posto guida…
Ferruccio aveva nuovamente lo sguardo da bambino furbo: – Aspettate…! Lui era un tranviere, guidava. Quella era la sua zona, quella! – Ed indicò il posto guida.

Valerio si chiese quando ci avrebbero messo ancora.
Era stanco, tanto stanco. Questo era troppo per lui. Si appoggiò con la mano sul volante della vettura, per sostenersi meglio.

– Questo potrebbe essere l’unico posto… – Ferruccio indicò la piccola botola ai piedi di quello che era stato il sedile del conducente.
– Potrebbe anche non esserci nulla… Paolino, aiutami, che mi sun vej. Porta qui la torcia… Cerca qualcosa che faccia leva. Io da solo non ce la faccio.
Il nipote tornò con un lungo pezzo di ferro appuntito, che utilizzò per fare leva. Sulla piccola botola. Improvvisamente il coperchio si sollevò e Paolino puntò la luce verso l’interno del doppiofondo.
Ferruccio si chinò con fatica e allungò un braccio all’interno.
– Fai attenzione nonno, ci possono essere dei topi! –
– C’è qualcosa… – ansimò il vecchio.
Ma proprio su quelle parole, il clacson della macchina di Paolino, fuori del cancello, cominciò a suonare all’impazzata.
– Valerio! L’abbiamo lasciato là…
– Presto, corriamo, magari sta male…!
‘nduma!
– Aspettate! – Disse Ferruccio, che camminava con fatica.
Impiegarono più di due minuti per arrivare al cancello e alla macchina, il cui clacson continuava a suonare incessantemente.
Valerio li guardò dall’interno in modo interrogativo.
Si era appoggiato stanco al clacson e, sordo com’era, non aveva sentito il suono continuo dell’avvisatore acustico.
Falabrac! – Esclamò Guglielmo massaggiandosi il cuore.
– Potevi svegliare tutti quanti…
– Oh… oh… – osservò Barbara – Dobbiamo andarcene da qui
Osservava la roulotte accanto all’ingresso, nella quale si era accesa una luce.

– Via, dentro! – Ferruccio entrò nella macchina e si sedette inavvertitamente al posto guida.
– Nonno! Che fai! – Urlò Paolino al nonno, che stava già facendo partire la macchina.
– Era una vita che volevo guidare tutti dentro!
– Nonno, non vedi un accidente…
– Andiamo, sta arrivando qualcuno…
– Chi va là…? – urlò un uomo. L’omone del pomeriggio, dalla soglia della roulotte.
Paolino spinse gli altri dentro la vettura e vi si catapultò dentro, mentre il nonno partiva in uno stridio di gomme.

– Nonno! Per l’amor del cielo! Abbiamo la polizia alle calcagna! Fermati, ti prego!
– Sai nen ‘n dua! Non so dove!
– Nonno! Nonno! Siamo contromano… Aiut…
La macchina sbandò vistosamente da una parte all’altra della carreggiata e proseguì contromano, evitando un paio di bidoni della spazzatura. All’interno dell’abitacolo tutti erano raggelati, illuminati dal lampeggiante della vettura della polizia, che li tallonava ululando.
– Nonno! Il cancello! Il cancello! Il Canc…

La sala della questura
Dunque… dunque… dunque… – disse il figlio di Ferruccio, un importante avvocato quasi sessantenne, che nascondeva la propria rabbia dietro gli occhialini. – cosa abbiamo qua? Ah! Una denuncia per effrazione, violazione di proprietà privata, tentato furto, una serie di infrazioni del codice della strada da far paura, neanche avesse guidato Stewie Wonder, la denuncia per circonvenzione di tre ultra-novantenni, distruzione di cancello e giardino di proprietà privata, comprese sette statuine di nanetti, falciate dalla macchina, guida con patente scaduta da 25 anni, e perché no?, schiamazzi notturni.
Davvero, sembrerebbe tutto fatto da una banda di delinquenti, e invece no! Mi chiamano nel cuore della notte e mi dicono che mio figlio è in questura. Ho subito pensato che una sola persona non potesse combinare da sola tutto questo disastro. C’era un solo uomo al mondo capace di generare un pasticcio simile! Uno solo! Ma lo credevo al sicuro in una casa di riposo! Invece no! Era lungo le strade della città che scorrazzava su un auto sportiva, tentando di seminare la polizia. Potevate bombardare il tutto col Napalm, già che c’eravate…
La dirò tutta Paolino. Faremo i conti a casa, anche se non sei più un ragazzino. Come hai potuto farti coinvolgere nell’ennesimo trambusto generato da questo vecchio pazzo? Non ti avevo messo sul chi va la? Non ti avevo detto di stare attento? – Spostò lo sguardo sul padre e l’espressione si fece, se possibile, più cupa ancora.
– In quanto a te papà… mi rendo conto che sperare che questa casa di soggiorno potesse farti finalmente farti mettere la testa a posto, sia stata una pia illusione.
Bè, con quello che pago per farti soggiornare vorrei almeno che prestassero attenzione al non farti uscire! Non è bello sapere che c’è una banda di novantenni che imperversa nella zona!
Ferruccio non sapeva se ridere o provare pena per la rigida compostezza del figlio.
Era sempre stato così e i due non si erano mai capiti.
Il figlio aveva preso al balzo, qualche anno prima, lo stato di convalescenza nel quale Ferruccio giaceva, dopo un’importante operazione, per fargli firmare non si sa quali carte. E liberarsi di lui.
– Ti chiedo solo di lasciare in pace Paolino… lo so che voi due siete simili… – fece una pausa. Nonno e nipote si scambiarono uno sguardo complice.
– Ma già so che non sarà possibile… – aggiunse l’avvocato. – Userò tutta la mia influenza per tirare fuori mio figlio da questo pasticcio… e per te, papà… userò la stessa influenza perché chi di dovere non calchi la mano, commosso da una banda di poveri vecchi pazzi. Ma è l’ultima volta davvero! Paolino, ora vedrai tuo nonno soltanto più quando ci sarò io!
Ferruccio si alzò sbuffando e disse al figlio:
– Ti te smije prope ‘d la juve.

Erano le tre di mattina.
Gli agenti li avevano riaccompagnati personalmente alla Casa di riposo.
Non si reggevano più in piedi, gli arti erano indolenziti ed il fisico cominciava a sentire la mancanza dei medicinali necessari.
Si erano aspettati che fosse Gabriella in persona a d attenderli, per una ramanzina degna di questo nome. Si erano immaginati l’intera casa di riposo in subbuglio, con tutti gli anziani in piedi svegli.
Invece c’era solo uno degli inservienti ad attenderli.
Capirono quello che era successo ancora prima che qualcuno glielo dicesse.
Improvvisamente la stanchezza divenne soltanto un ricordo.
L’uomo si rivolse sottovoce a Ferruccio, nonostante nell’ingresso non ci fosse nessuno.
Erano parole che pesavano come macigni.

Ferruccio si girò verso i compagni.
Per la prima volta in vita loro lo videro affaticato.
Un uomo anziano che non riusciva più a nascondersi dietro la propria spavalderia.
– Siamo arrivati tardi… siamo arrivati troppo tardi… – disse –
– Valentino si è fermato al capolinea. Ieri sera. Siamo arrivati tardi.

Tutti si erano dimenticati di chiedergli se avesse recuperato qualcosa dalla botola del tram, nel trambusto che era seguito al pasticcio combinato da Valerio con il clacson.
Invece lui aveva messo le mani su una vecchia busta di nylon. E l’aveva nascosta sotto la camicia, senza dire niente a nessuno.
Ora, col cuore che sembrava non dargli la possibilità di respirare oltre, mentre l’orologio del salone suonava i tre rintocchi, Ferruccio scorreva e leggeva quello che aveva trovato all’interno.
Due lettere, una foto.
Conosceva così bene quella foto…

Si alzò.
Non pregava di solito, ma quella volta chiese aiuto al signore, perché lo aiutasse ad arrivare fino alla camera di Valentino.
Aveva visto la luce accesa dal corridoio.
Sapeva che qualcuno lo stava vegliando.

Gabriella, la Megera, non fece tempo a dire nulla.
Valentino era steso nel suo letto, l’espressione triste e distesa.
Ferruccio lo osservò.
Dunque era questo il capolinea?
Era questa stana serenità che si sarebbe provata?
Forse lo avrebbe saputo presto.
Le rotaie sembravano al termine anche per lui.
Ultima corsa signori, alla prossima si scende.
La Megera doveva sapere tutto, ma Ferruccio la anticipò.
– Si sieda signora.
– Ma…Lei..
– Niente ma. Sono stanco signora. E questa notte è una notte triste. – Indicò Valentino.
– Si sieda. Voglio leggere con lei quello che ho trovato questa notte in un vecchio tram. L’ho trovato, ma troppo tardi…
Ferruccio sforzò la vista come se fosse l’ultima cosa che faceva, e cominciò a leggere.

Non so se leggerai mai queste righe e se troverai questa lettera.
Sta arrivando anche il mio turno di rimanere da solo, e forse è giusto così.
Forse è questo il mio destino.
Sarò costretto a ritirarmi, ormai non ce la faccio più e la mente ogni tanto comincia a sragionare. Quando sei solo, non hai nessuno che ti possa abbandonare, questa è l’unica consolazione.
Ti ho cercato ovunque, ho cercato di parlarti, di spiegarti, di farmi capire, almeno fino a quando sono riuscito a seguire le tue tracce.
Sapevo che non volevi sentirmi né vedermi.
Quante volte quella cornetta mi è stata sbattuta in faccia, dopo il mio “Pronto?”. Quante volte.
Poi ti ho perso, non ho più saputo nulla della tua vita e di te mi è rimasta soltanto questa fotografia di te bambina, ricordo di tempi felici.
Persi la testa per quella donna, non voglio nascondermi. Con lei ho avuto un’altra vita, a tratti anche felice, perché negarlo? Perché mentire proprio ora a te, che non leggerai mai queste righe?
Erano anni particolari e queste cose non capitavano molto spesso.
Avrei voluto spiegarti, parlare, ma le porte mi furono chiuse in faccia, per sempre.
Anche gli amici più cari mi voltarono le spalle.
Tutti tranne una persona, che conobbi per caso, che aveva vissuto un’esperienza simile e che mi regalò la sua amicizia in quegli anni lontani.
Si chiamava come me.
Si chiamava Valentino Mazzola.
Era il capitano del Grande Torino.

Tanti anni fa, quando tu eri ancora una bambina, percorrevo Torino scampanellando con questo stesso tram, che ora giace nell’angolo di questa rimessa.
Com’era splendente questa carrozza, lucida nelle sue tonalità di verde.
La guerra era finita da poco ed i tram erano sempre pieni. Quel giorno, un sabato mattina, invece stranamente no.
Fu quel sabato, in Piazza Castello, che salì sul tram Mazzola. Proprio lui. Lo riconobbi immediatamente perché era circondato da un capannello di persone. Di solito circolava con la sua vettura, ma quel giorno, per qualche strano motivo decise di salire proprio sul mio tram.
Ero emozionato come se fosse la prima volta che guidavo per le strade di Torino.
Lui non era pratico e venne a chiedermi un’informazione sul tragitto, invece di domandarla al bigliettaio.
Tutto nacque così, fu così che diventammo amici.
C’incontrammo altre volte, sempre sul “mio tram”. Andavo a vedere le partite, certo, ma lì c’era troppo assembramento. Così, talvolta passava a trovarmi sotto il mio piccolo alloggio di Corso San Maurizio. Mi fece persino guidare la sua macchina! Fu la prima vettura che guidai che non fosse un tram. Non so come mai diventammo amici, strane alchimie della vita, ma capimmo di esserlo ancora di più quando scoprimmo di aver vissuto delle esperienze comuni.
Mi diceva spesso “Ciao Conducente!”, e a me quel nome metteva davvero di buon umore.
L’ultima volta che lo vidi mi regalò questa foto con dedica.
Era un dono prezioso per l’epoca. Più grande dono ancora era la sua amicizia.
Anche questa, però, mi fu portata via.

Non è passato giorno senza che ti abbia pensato, non sono parole retoriche, non è una frase fatta.
Non sono stato uno stinco di santo, e avrei voluto vederti di persona, prima di andare via.
Ma capisco che la mia punizione, se questa deve essere, sia abbandonare questo pensiero alle lamiere dell’unico amico che mi è rimasto.
Questo vecchio e caro tram.
So che mi porteranno in un posto dove finirò i miei giorni e dove non potrò tenere nulla di mio.
Preferisco lasciare qui la mia lettera, piuttosto che vada persa in cassetti anonimi, dei quali non conosco l’esistenza
Non c’è posto al mondo più sicuro di questo vecchio amico, che conosco come le mie tasche, al quale affidare queste parole. E chissà mai se qualcuno le troverà.
Mi sarebbe piaciuto lasciarti questa foto e la dedica, non so che valore possa avere, magari ti sarebbe stata utile, ed è tutto quello che ho.
Perdonami per il male che ti ho fatto.

Ciao Gabriella.
Tuo papà Valentino

Ferruccio fece una pausa e cercò di respirare nel modo più lento possibile.
– C’è ancora un’altra lettera, questa volta più breve. lA data è quella del maggio 1949:

Caro Conducente,
sei stata una delle poche persone che hanno capito questo momento difficile della mia vita.
Pochi e semplici, sono i valorosi compagni di viaggio.
Non è facile, in un mondo come questo.
Ti è piaciuto il giro in automobile? Ti faccio una promessa. Quando il campionato sarà finito una sera passerò a prenderti e faremo un giro per la città.
Grazie per le tue parole, che non dimenticherò.
Ti regalo la foto che mi hai chiesto, con il mio autografo.
Con stima e amicizia.
Valentino Mazzola

Ferruccio si strofinò gli occhi, dopo essersi tolto gli occhiali.
Quando li rimise addosso si accorse che la donna guardava in un’altra direzione e nascondeva lo sguardo.

– Signora… io sono molto vecchio ormai e il mio capolinea può essere dietro l’angolo. E forse troverò proprio Valentino ad aspettarmi a quella fermata. Chissà se Valentino ha trovato il suo amico omonimo, sulla pensilina…? Mi sembra incredibile, alle volte mi sento ancora un diciottenne pieno di voglia di vivere, mentre va a prendere la ragazzina sul tram…
Ferruccio chiuse gli occhi per un attimo e accarezzò i contorni del ricordo della sua Fiammetta, prima di riprendere:
– Sono vecchio, ma sono sognatore e lo sono sempre stato. Mi sono sempre piaciute le storie, anche se non sono mai riuscito a scriverle. Storie che rimanevano nella mia mente. Ora che gli anni sono passati, le fantasie si sono addolcite. C’è una storia che non è mai stata scritta ma che mi è venuta alla mente leggendo le parole di Valentino… Potrebbe essere una storia bellissima, ambientata in una casa di riposo come questa…Parla di una persona da tutti ritenuta Megera e cuore di pietra, che in realtà ha vegliato il padre negli ultimi istanti di vita, probabilmente sapendo benissimo che quello era suo padre…
Ferruccio si fermò ancora, la voce traballava per le ore senza sonno e per l’emozione. Provò ad alzarsi ancora in piedi.
– Ci si è spesso chiesti chi fosse il vero proprietario di questa clinica. Pensi se in questa storia, fosse proprio lei, la proprietaria, la donna dal finto cuore di pietra. Una persona che è andata alla ricerca del padre per non vederlo morire lungo una strada. Nonostante lo odiasse per quello che aveva fatto. Una persona che si è sempre trincerata dietro un’apparente crudezza, per nascondere le sue vere emozioni. Pensi che storia fantastica sarebbe!
Gabriella si girò lentamente. Ferruccio quasi non riconobbe quel tono incerto della voce.
– Se così fosse, sarebbe una storia con un finale triste. Purtroppo lui non ha mai saputo che la “Megera” era sua figlia… Questa sarebbe… questa è una storia triste.
…Certo… io però credo che Valentino avesse capito chi fosse lei veramente. Che l’avesse riconosciuta. Non mi chieda come.
Gabriella sussultò di spalle.
Perché ripetere ossessivamente quella frase. Mazzola 2-5-9-3? Perché continuare a dirla ossessivamente? In fondo le lettere erano state per anni al sicuro. Perché allora? Io credo che lui volesse comunicare, volesse che qualcuno trovasse quelle lettere e le portasse a lei. A sua figlia. E’ stato tutto quello che è riuscito a dire in questi anni. E alla fine ce l’ha fatta. Voleva chiedere perdono e la sua mente non riusciva più a farlo. Credo che questo sia stato il suo ultimo desiderio…
La stanza piombò nel silenzio, rotto solo da l respiro pesante di Gabriella, che sapeva di lacrime trattenute a stento, il viso sempre girato contro il muro.
– Ma queste, come le ho detto, sono solo le fantasie di un povero vecchio. Un povero vecchio stanco. Pensi che storia bellissima sarebbe. Sarebbe proprio una storia bellissima… Ora vado…. Buona notte, signora.
Ferruccio si allontanò e riuscì a malapena ad arrivare in camera sua.
Si lasciò cadere come un macigno, dimenticando le medicine e di togliersi i vestiti.
Poi tutto fu nero.

– Non fare così, magari viene ancora…
– No, non è venuto neanche stavolta. Non verrà più
– Non dire così…
Neanche Guglielmo credeva in quelle parole di conforto.
Erano passate tre settimane da quando Valentino era arrivato al capolinea e da allora Paolino non era più tornato a trovarlo.
Neanche quel sabato.
Probabilmente suo padre aveva mantenuto la promessa di inibirgli le visite al nonno.
Ferruccio si andò a sedere stanco nelle sedie disposte in circolo e cominciò a fissare il vuoto, perdendo i pensieri nel nulla.
Era la prima volta che lo faceva.
Gabriella gli si avvicinò.
Dalla loro conversazione, la notte in cui Valentino se ne era andato, non avevano quasi parlato.
Lei non aveva perso il suo tono burbero, ma lui ora sapeva bene quanto fosse di facciata il suo atteggiamento.
La donna gli si avvicinò e gli porse la giacca.
Rispose al suo sguardo interrogativo dicendo:
– Fuori fa freddo oggi.
Un secondo dopo la porta che dava sul salone si spalancò.
Sorpresa! – esclamò Paolino, accompagnato come sempre da Barbara.
Non ci fu tempo per essere stupiti.
– Forza, forza brava gente! Si va in gita!
In men che non si dica Ferruccio, Guglielmo e Valerio furono fatti salire sulla vettura di Paolino, gli sguardi preoccupati e timorosi.
Ferruccio, lungo il tragitto non si chiese dove fossero diretti.
“Era una sorpresa”, una gradita sorpresa e tale doveva restare.
Guardò a lungo il nipote alla guida.
Gli ricordava sempre di più qualcuno che lui conosceva molto bene…

Demolitore atto terzo.
Il cancello era aperto. Le ombre della notte se n’erano andate e tutto era tornato alla triste tranquillità di sempre.
Paolino introdusse la vettura all’interno e guidò fino allo scheletro della vettura 2593, protagonista della nostra storia, che comparve dietro la carcassa di un camion.
Qualcosa era cambiato da quella notte.
Il tram era stato sgomberato dal materiale che occupava l’interno e ora poteva essere ammirato in tutta la sua lunghezza.
Trovarono tre uomini ad attenderli.

Questi signori – spiegò Paolino – una volta scesi dalla macchina – sono degli appassionati di tram. Sono venuti a sapere della storia di Valentino e.. hanno acquistato la carc… il tram….
I tre vecchietti guardarono gli uomini con sguardo stupito, Valerio probabilmente non aveva afferrato nulla del discorso.
L’interno era ora percorribile ed era stata data una prima parziale ripulita agli infissi in legno.
Ferruccio e gli altri vi salirono a fatica.
– Stavo dicendo che questi signori vogliono ristrutturare il tram…
Paolino parlava guardando fisso il nonno, con la gioia di chi sta per rivelare qualcosa di bello.
– … e avrebbero bisogno di aiuto. Non nel fare i lavori, ovvio. Aiuto di qualcuno che abbia memoria, ricordi, esperienza.  Alle volte i disegni tecnici non bastano… Allora, cosa dite?
– Ma noi siamo… – accennò Guglielmo.
– Ovviamente non tutti i giorni, diciamo due volte la settimana? Tempo passato fuori della casa di riposo. Vi interessa?
I tre anziani si guardarono.
– Credo che dovremo spiegare il tutto a Valerio – osservò ancora Guglielmo.
Tutti scoppiarono a ridere.

Ferruccio non riuscì a dire niente.
La corsa non era ancora finita. A quanto pareva c’erano ancora rotaie da percorrere.
Che importava, se quella sarebbe stata l’ultima fermata prima del capolinea, o se ce ne sarebbero state ancora altre?
Che importava se sarebbero stati cinque minuti o cinque anni?
Ferruccio si guardò attorno e vide gli occhi sorridenti di Paolino e Barbara.
Quasi sentì dentro di sé la voglia di vivere dei due giovani.
Rivide per un attimo Fiammetta negli occhi di Barbara e ricordò la gioia che gli aveva procurato il  vederla salire sul tram, la sera del ballo pubblico in un mondo passato e lontano.
Come spesso avviene, gli sembrò di rivivere tutta la sua vita in un attimo, quasi fosse stata un soffio di vento.
E in quei pochi secondi quasi si commosse e si senti così felice e fiero di averla vissuta.

I personaggi protagonisti di questo racconto sono frutto di fantasia.
La storia delle motrici, in particolare delle 2593 e 2594, è reale.
Reale e affascinante.
Desidero ringraziare di cuore il “Museo virtuale del tram di Torino”, per la fotografia fornita e per la gentilezza e la disponibilità dimostrate.
Consiglio veramente a tutti di visitare il loro sito (
http://www.museodeltram.org), non solo perché ben fatto e interessante, ma anche e soprattutto per fare un salto in quella che era la “Torino dei tram verdi”, con storie, dettagli tecnici e curiosità, ma soprattutto tanta passione per il mondo delle rotaie.
Un viaggio affascinante nel tempo che merita davvero la visita.

Cari amici,
dalla prossima settimana la rubrica “Istantanee” andrà in vacanza per tutto il mese di agosto.
Verrà comunque sostituita da “Istantanee estate”, rubrica nella quale verranno pubblicati alcuni racconti che mi avete gentilmente spedito lungo tutti questi mesi e che, secondo me, meritano visibilità.

Per quanto mi riguarda ci rivediamo a settembre.
Spero davvero che questa serie di testimonianze e di raccontini sia stata di vostro gradimento.
Desidero davvero ringraziarvi tutti per le vostre tante mail, sempre graditissime, generose e appassionate, con le quali mi avete fatto sentire meno solo, dall’altra parte del monitor.
Speriamo davvero di poter proseguire a scrivere e sognare nei dintorni di quella parola così bella dal nome TORO!
Ciao, buone vacanze a tutti, anche e soprattutto a chi rimane in città!

 

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