Una Squadra, un Paese

Una Squadra, un Paese

di Walter Panero

 

Oggi ripropongo un racconto già pubblicato nel novembre del 2009, dedicato ad un Paese fantastico, ad uno sport meraviglioso e a dei personaggi incredibili. Buona lettura!

 

Dicembre 1989: dall’Africa al Toro.

 

Nelson ha diciannove anni e proviene dalla…

di Walter Panero

 

Oggi ripropongo un racconto già pubblicato nel novembre del 2009, dedicato ad un Paese fantastico, ad uno sport meraviglioso e a dei personaggi incredibili. Buona lettura!

 

Dicembre 1989: dall’Africa al Toro.

 

Nelson ha diciannove anni e proviene dalla township di Soweto in Sudafrica. Da qualche anno, è fuggito dal suo Paese con uno zio ed una sorella; i suoi genitori, invece, sono rimasti laggiù con gli altri loro due figli più piccoli.
L’ho conosciuto a scuola qualche anno fa. Quando è venuto in Italia parlava soltanto la lingua Zulu ed un po’ di Inglese. Ora si è diplomato e si è iscritto ad ingegneria. Sogna di laurearsi qui a Torino e poi di tornare al suo Paese. Gli mancano molto casa sua e la sua famiglia, ma non sa se e quando riuscirà a riabbracciarli. Adora il calcio e tifa Toro perché dice che sarebbe troppo facile tenere per una squadra che vince sempre. Le squadre che vincono tanto sono come i bianchi. Un nero come lui, per giunta con un nome come il suo, non può fare altro che tifare per il Toro.
Quest’anno viene spesso con noi allo stadio ed abbiamo stabilito che porta fortuna, visto che quando c’è lui vinciamo sempre. La partita di oggi con la Triestina finisce 1 a 1, con gol di Catalano su rigore e pareggio quasi immediato di Skoro. E’ un match piuttosto noioso. Così, abbiamo la possibilità di parlare tanto. O meglio: il mio amico racconta ed io rimango estasiato ad ascoltarlo. Lo sentirei per ore quando mi parla del suo Paese.
Nelson dice che il Sudafrica è un Paese bellissimo. Dice che a Nord trovi i tipici paesaggi africani e che ti sembra, spesso, di essere immerso in un documentario con animali di tutti i tipi: dai leoni alle zebre, dagli elefanti ai rinoceronti, dalle giraffe ai ghepardi. Dice anche che, man mano che ti spingi verso Sud, il paesaggio ed il clima cambiano: la savana dai colori che vanno dal giallo ocra al marrone chiaro lascia spazio al verde dei pascoli. Se vai verso Città del Capo, arrivi nel punto in cui l’Oceano Indiano e l’Atlantico si incontrano dando vita ad un gioco di correnti; da lì, sporgendoti verso il mare, puoi vedere i pinguini, le foche e le balene quasi che la Natura ti volesse avvisare che il Polo Sud non è poi così lontano come potresti pensare, visto che, nonostante tutto, ti trovi ancora in Africa.
Il mio amico dice anche che il Sudafrica è un paese ricchissimo e poverissimo al tempo stesso. Ricchissimo tra i pochi bianchi che detengono la maggior parte delle immense risorse naturali che lo caratterizzano; poverissimo se ti aggiri per le township di una delle sue grandi città: viste da lì Johannesburg, Pretoria, Cape Town sembrano un’unica grande, immensa metropoli.
Da alcuni decenni, il Sudafrica è l’unico paese del mondo in cui è costituzionalmente sancita la cosiddetta Apartheid, ovvero la separazione totale dell’umanità in tre diverse etnie che non possono aver alcun contatto tra loro. I bianchi, discendenti dai coloni inglesi e soprattutto dai Boeri originari dell’Olanda, detengono il potere politico ed economico. I neri sono per definizione poveri e, come tali, non hanno alcun diritto. I coloured, ovvero i sangue misto, sono una via di mezzo: odiati dai bianchi perché troppo neri, e disprezzati dai neri perché troppo simili ai bianchi. In Sudafrica, un po’ come accadeva in America fino a qualche anno fa, ci sono scuole per bianchi e per neri. Ci sono autobus su cui i neri non si possono sedere. Ci sono ospedali per bianchi in cui circolano solo provette bianche di sangue dei bianchi per i bianchi, ed altri per neri in cui circolano solo provette nere con sangue dei neri. In Sudafrica si susseguono presidenti bianchi tutti uguali che fanno solo gli interessi dei bianchi e che continuano a tenere in prigione il leader dei neri Nelson Mandela, di cui il mio amico porta il nome. Tutto ciò, nonostante gli appelli provenienti da tutto il mondo. Nonostante le squadre sportive sudafricane, compresi i mitici Springboks del rugby, non possano giocare (se non clandestinamente) contro le migliori squadre europee e del resto del mondo australe. Nonostante tutti i paesi del mondo critichino la politica sudafricana, salvo poi acquistare di nascosto diamanti e metalli estratti in quel Paese.
Il mio amico è convinto che presto o tardi qualcosa dovrà per forza mutare. Sostiene che i neri sono una bomba inesplosa che prima o poi scoppierà seppellendo i bianchi. Dice anche che il nuovo presidente De Klerk è un moderato che gli stessi estremisti boeri vedono in modo negativo. Avrà ragione lui, non so. A me sembra già strano che un paese africano abbia un Presidente bianco che lo rappresenta. E che la squadra di rugby che dovrebbe dare lustro a quella nazione sia interamente costituita da bravissimi ragazzoni i cui cognomi denotano una lontana origine olandese. Qualcosa non mi torna, ma magari lo capirò crescendo.

 

Ritorno in Sudafrica. Una partita entrata nel mito.

Il mio amico aveva visto giusto: le cose a casa sua stavano effettivamente cambiando. Nel febbraio del 1990, Mandela venne liberato dopo quasi trent’anni di prigionia e, nel maggio del 1994, nelle prime elezioni libere del Sudafrica, fu scelto come Presidente da una schiacciante maggioranza. Era il primo Presidente nero nella storia di quel grande Paese in cui, fino a qualche anno prima, gli uomini di colore erano relegati ai margini della società.
Nelson si laureò a pieni voti al Politecnico di Torino e fece in tempo a festeggiare con me la vittoria in Coppa Italia nel 1993 prima di salutare tutti e tornarsene in Sudafrica a riabbracciare la sua famiglia ed i suoi vecchi amici.
Abbiamo continuato a scriverci spesso. Io gli parlavo dell’Italia e dell’inesorabile declino del nostro Toro. Lui mi raccontava di quanto fosse ancora dura la vita nel suo Paese in cui, malgrado la fine dell’Apartheid, le opportunità per i neri rimanevano comunque scarse.
C’era anche lui quel 24 giugno del 1995 all’Ellis Park di Johannesburg. Come quasi tutti i neri non aveva mai amato il rugby, quello strano sport inventato dai bianchi e giocato soprattutto dai bianchi. Ma Hannelore, una ragazza boera che gli piaceva molto, riuscì a convincerlo ad andare alla partita con lei. Nelson non conosceva neanche bene le regole. Forse si sarebbe annoiato. Ma era pur sempre una finale di un campionato del mondo. Un evento comunque storico per il suo Paese che, dopo anni di isolamento, proprio grazie al rugby si stava aprendo al mondo. Sicuramente i favoritissimi All Blacks neozelandesi avrebbero distrutto la squadra di casa, e, tutto sommato, a Nelson questo non sarebbe dispiaciuto: lo avevano cresciuto inculcandogli l’idea che la maglia verde degli Springboks fosse il simbolo del dominio bianco e dell’Apartheid.

Quel giorno Nelson pensava semplicemente di assistere ad un’importante partita di rugby. Non poteva certo immaginare che sarebbe stato testimone di una serie di eventi che avrebbero cambiato per sempre la storia del suo meraviglioso Paese.
Un’ora prima dell’inizio della partita, ci fu un primo momento di grande emozione: Dan Molane, giornalista radiofonico e cantante di colore, già esiliato ai tempi dell’Apartheid, entrò in campo con un microfono in mano. Chiese silenzio ai sessantaduemila spettatori presenti. Lo stadio, prima rumoroso e festante, improvvisamente zittì. A quel punto Molane prese la parola e disse: “canteremo per scacciare gli All Blacks fuori dallo stadio!”. Dal pubblico si alzò un boato enorme.
A quel punto, Molane iniziò a intonare le parole della canzone Shosholoza. Si trattava di un canto popolare in lingua zulu che veniva cantato dai manovali delle miniere d’oro di Johannesburg e dai prigionieri politici costretti ai lavori forzati nelle cave di Robben Island. Nelson conosceva bene quella canzone e si fece catturare dal ritmo della stessa. Ma rimase stupito quando vide che tutto lo stadio intorno a lui stava cantando. Sessantamila ragazzoni boeri stavano intonando una canzone di cui forse ignoravano il senso in una lingua a loro assolutamente sconosciuta.
Ma le emozioni non erano finite. Nelson si commosse quando vide le due squadre entrare in campo. Cantò a squarciagola Nkosi Sikelel’iAfrica, il nuovo inno nazionale che aveva affiancato, senza sostituirlo, il vecchio inno boero Die Stem. Anche in questo caso notò che tutto lo stadio cantava sventolando le nuove bandiere nazionali dai molteplici colori. Anche i giocatori in campo cantavano quello che, fino a qualche anno prima, era il canto intonato nelle manifestazioni di protesta dei neri. Erano tutti bianchi tranne uno e non sapevano una parola di Xhosa, la lingua in cui era stato scritto l’inno. Tuttavia cantavano tutti all’unisono e a squarciagola. Nelson non sapeva che la federazione aveva assunto un’insegnante con lo scopo di far digerire a quei ragazzoni bianchi la pronuncia dei suoni di una lingua ostica e nemica. Era impressionante vedere colossi come Du Randt (centodiciassette chili per un metro e novanta) e Wiese, Swart e Kruger intonare quell’inno con le lacrime agli occhi. Solo François Pienaar, il capitano, se ne stava zitto mordendosi le labbra. Non perché non conoscesse l’inno, ma per la troppa emozione. L’emozione per la storica partita. L’emozione per l’incontro che aveva appena fatto negli spogliatoi e che si sarebbe ripetuto di lì a poco davanti a tutto lo stadio.
Quello fu in assoluto il momento più sconvolgente di quella giornata storica. Tutti sapevano che, in qualità di Presidente, Nelson Mandela sarebbe stato presente a quella partita. Tuttavia, nessuno avrebbe osato pensare che sarebbe sceso in campo a fare gli onori di casa. E soprattutto nessuno immaginava quello che sarebbe stato il suo abbigliamento. Niente giacca e cravatta. Niente costume tradizionale. In testa portava il cappellino degli Springboks. Addosso portava la maglia verde della squadra un tempo considerata il simbolo dell’oppressione. E non una maglia qualsiasi, ma quella col numero sei: la maglia di capitan François Pienaar.
Gli spettatori dapprima ammutolirono. Non credevano ai loro occhi. Poi, dagli spalti si levò un coro, prima sommesso, poi sempre più intenso: “Nel-son!Nel-son! Nel-son!”, urlava la maggioranza bianca presente sugli spalti. Era un momento magico e meraviglioso. Mandela salutava il pubblico sorridendo e sventolando il suo cappellino. Era come se, in quell’istante, stesse perdonando i bianchi sugli spalti per le angherie subite in passato. Era come se, con quel grido, i bianchi volessero farsi perdonare dal Presidente a nome di tutti gli altri neri.
Tutti i dubbi del mio amico a quel punto erano svaniti. Avrebbe sostenuto quei quindici ragazzi con tutte le sue forze. Da quel momento, in campo non c’erano più bianchi o neri, ma semplicemente Sudafricani. Esattamente come lui e la sua amica.
L’atmosfera era elettrizzante. Tutto sembrava perfetto. C’era un solo grande problema: l’avversario. Tra il Sudafrica e la Coppa del Mondo c’erano i mitici All Blacks. Gli All Blacks di Jonah Lomu, forse il più grande giocatore di sempre. Gli All Blacks che, in semifinale, avevano letteralmente umiliato l’Inghilterra seppellendola sotto una valanga di mete, mentre i Sudafricani avevano faticato a piegare la Francia. Il mio amico Nelson guardava i neo zelandesi impegnati nell’Haka, la danza tribale maori che gli All Blacks utilizzano per caricarsi e spaventare gli avversari. Sullo stadio era calato un silenzio irreale: un misto di rispetto e di paura. Sarebbe stata davvero durissima.
Il match era iniziato. Nelson non era un grande esperto di rugby, ma capiva che gli Springboks si stavano difendendo molto bene. Lomu non riusciva a scatenare tutta la sua potenza e la sua velocità, braccato da James Small, Jepie Mulder e Johan Le Roux. Ci si aspettava di vedere tante mete, ma in realtà il punteggio si sbloccò soltanto grazie a tre calci piazzati di Joel Stransky per il Sudafrica e di Andrew Merthens per gli All Blacks che fissarono il risultato sul 9 a 9. Non bastarono gli ottanta minuti regolamentari per risolvere la partita. Per la prima volta nella storia dei mondiali, la finale si sarebbe risolta ai tempi supplementari. Il mio amico Nelson soffriva e sperava. Aveva capito che i ragazzi avrebbero potuto davvero farcela. Guardava capitan Pienaar che incitava i suoi a tirar fuori le ultime energie per vincere e rendere felice un intero Paese. Non sarebbe stato per niente facile, anche perché gli All Blacks si portarono sul 12 a 9 grazie ad una punizione del solito Merthens. Il pubblico si era ammutolito, vedeva il sogno infrangersi, ma gli Springboks si riportarono all’attacco conquistandosi a loro volta un calcio di punizione. Ancora Stransky. Ancora tre punti e pareggio: 12 a 12.
Sei minuti alla fine di quella interminabile partita. La palla uscì all’indietro dal pacchetto di mischia. Il mediano Van der Westhuisen la servì al numero dieci Stransky il quale ricevette, alzò lo sguardo e calciò senza esitazione. L’ovale si alzò ed andò dritto verso i pali. Gioia e tripudio in campo. Gioia e tripudio sugli spalti. Gli Springboks erano ancora in vantaggio. Nelson abbracciava tutti i suoi vicini, non gli importava se fossero bianchi o neri. Guardava in continuazione l’orologio. Il tempo sembrava non passare mai. Tre minuti. Due. Un minuto alla fine. Capitan Pienaar recuperò l’ovale e si mise ad esultare a braccia alzate. Abbracci in campo. Abbracci sugli spalti. Abbracci in tutto il Paese. Era finita! Gli Springboks avevano fatto il miracolo! Il Sudafrica era campione del mondo!

Mandela scese nuovamente in campo con la maglia verde ed il berretto degli Springboks in testa. Consegnò la coppa a Pienaar ringraziandolo a nome di tutta la Nazione. Il capitano prese il microfono e urlò “Grazie a lei Presidente per tutto ciò che ha fatto per il nostro Paese!”. La folla riprese ad urlare: “Nel-son! Nel-son!”. Erano quasi tutti bianchi. Era come se, in quel momento, tutti dicessero: “Ecco la nostra Squadra! Ecco il nostro Paese! Ecco il nostro Presidente!”
Fu una serata di grandissima festa in tutto il Paese. Dai piccoli villaggi sugli altipiani, alle  città del Transvaal; dai ranch persi in mezzo alla campagna, ai sobborghi di Città del Capo. Per la prima volta bianchi e neri si abbracciavano felici festeggiando in strada la vittoria di quegli omoni che non erano più bianchi o neri, ma semplicemente Sudafricani. Il corrispondente di un giornale australiano cominciò il suo resoconto su quella partita in questo modo: “Ieri il Sudafrica è gloriosamente diventato una squadra ed un Paese”.

 

2009. Squadre speciali per persone speciali.

Da allora, Nelson ed io non abbiamo mai smesso di scriverci. Qualche anno fa sono anche stato a trovarlo scoprendo, pur tra i tanti problemi ancora irrisolti, un Paese di incredibile bellezza.
Quella sera ad Ellis Park non cambiò soltanto la storia del Sudafrica, ma anche la vita del mio amico. Forse per l’euforia del momento, forse per l’effetto di tutta la birra che aveva ingurgitato, Nelson trovò il coraggio di baciare la bella ragazza boera che lo aveva voluto accanto alla partita. Da quell’istante non si sarebbero lasciati più.
Nelson ed Hannelore si sono sposati alcuni anni fa ed ora vivono in una cascina non lontana da Città del Capo, dove gestiscono insieme una grande e fiorente azienda vinicola. Hanno due figli maschi. Il più grande, Nelson Joel, ha undici anni e gioca a rugby; il più piccolo, François Thabo, ne ha nove e preferisce giocare a calcio. Entrambi hanno sofferto e festeggiato per la vittoria degli Springboks ai mondiali di Francia del 2007. Entrambi aspettano con ansia che arrivi il prossimo giugno, quando il padre li porterà sicuramente a vedere qualche partita dei mondiali di calcio.
Ogni volta che gioca il Toro, Nelson si informa con un messaggio del risultato della partita. Spesso mi chiede del Filadelfia, che, quando viveva a Torino, era ancora in piedi. Gli dico solo mezze verità per non deluderlo. Lui che vive in un Paese in cui si cerca di ricostruire non capirebbe perché noi siamo stati così bravi a permettere che ciò che avevamo venisse distrutto.
Prima o poi i miei amici verranno a trovarmi in Italia e li porterò a vedere il Toro. Prima o poi anche i loro figli si innamoreranno del Toro. Perché, per gente che ha lottato tra mille difficoltà per conquistare il sogno della libertà mettendo però da parte l’odio quando si è trattato di far rinascere un Paese, non sarebbe possibile tifare per una squadra diversa dal Toro.
Perché il Toro è una squadra con una storia speciale. E loro sono persone speciali.

 

da Nkosi Sikelel’ iAfrika

Nkosi sikelel’ iAfrika       (xhosa e zulu)        
Maluphakanyisw’ uphondo lwayo,
Yizwa imithandazo yethu,
Nkosi sikelela, thina lusapho lwayo.

                                              Dio benedica l’Africa
                                              possa la sua gloria innalzarsi
                                              ascolta la nostra richiesta
                                              Dio, benedici noi, i tuoi bambini.

Morena boloka setjhaba sa heso, (sesotho)
O fedise dintwa le matshwenyeho,
O se boloke, O se boloke setjhaba sa heso,
Setjhaba sa South Afrika – South Afrika.

                                               Dio, ti chiediamo di proteggere il nostro Paese
                                               intervieni e poni fine a tutti i conflitti
                                               proteggici, proteggi il nostro paese,
                                               proteggi il Sudafrica, Sudafrica

da Die Stem:

Uit die blou van onse hemel,   (Afrikaans)
Uit die diepte van ons see,
Oor ons ewige gebergtes,
Waar die kranse antwoord gee,

                                               Dal blu dei nostri cieli
                                               dalle profondità dei nostri oceani
                                               sulle nostre eterne montagne
                                               dove risuona l’eco fra le rocce

Sounds the call to come together, (Inglese)
And united we shall stand,
Let us live and strive for freedom,
In South Africa our land.

                                               risuona il richiamo a unirci
                                               e uniti saremo forti
                                               lasciaci vivere e combattere per la libertà
                                               in Sudafrica, nella nostra terra

 

Per ascoltare l’inno:

http://www.youtube.com/watch?v=1pVfhd1tLdU&feature=player_embedded

http://www.youtube.com/watch?v=N_AdfRYMWSI&feature=player_embedded

http://www.youtube.com/watch?v=qXKur2FAN7g&feature=player_embedded

Per acoltare la canzone Shosholoza:

http://www.youtube.com/watch?v=IszBOXGRe7w&feature=player_embedded

 

Johannesburg, Ellis Park, 24 giugno 1995

Sud Africa 15              Nuova Zelanda 12

Stransky 3 piazzati      Mehrtens 3 piazzati
Stransky 2 drop          Mehtens 1 drop

Sud Africa: du Randt, Rossouw, Swart, Wiese, Strydom, Pienaar, Kruger, Andrei, van der   Westhuisen, Stransky, Williams, Le Roux, Mulder, Small, Joubert.
Allenatore: Kitch Christie

Nuova Zelanda: Dowd, Fitzpatrick, Brown, Jones, R. Brooke, Brewer, Kronfeld, Z. Brooke, Bachop, Mehrtens, Lomu, Little, Bunce, Wilson, Osborne.
Allenatore: Laurie Mains

 

Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, può consultare il seguente testo:

John Carlin: “Ama il tuo nemico“,Ed. Sperling & Kupfler, pg. 287, euro 18,50

Da tale volume è stato tratto il film Invictus di Clint Eastwood con Morgan Freeman nella parte di Mandela e Matt Damon in quella di Pienaar uscito in Italia nel febbraio del 2010.

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