‘Calcio e razzismo’, intervista a Doudou

Da tre settimane dibattiamo sul forum “Razzismo Fuorigioco” sul problema del razzismo nel mondo del calcio, grazie alla campagna del CISV nell’ambito di Stand up Speak up. Finalmente ora ci aiuta la voce di un diretto interessato, Diaw Doudou, che ci racconta come vive in Italia da calciatore e da cittadino. Doudou, che ha contribuito -non dimentichiamolo- a riportare la nostra squadra in Serie A, si rivela difensore grintoso…

di Redazione Toro News

Da tre settimane dibattiamo sul forum “Razzismo Fuorigioco” sul problema del razzismo nel mondo del calcio, grazie alla campagna del CISV nell’ambito di Stand up Speak up. Finalmente ora ci aiuta la voce di un diretto interessato, Diaw Doudou, che ci racconta come vive in Italia da calciatore e da cittadino. Doudou, che ha contribuito -non dimentichiamolo- a riportare la nostra squadra in Serie A, si rivela difensore grintoso anche nel campo dei diritti. Se è vero che le grandi squadre non si fanno solo con ottimi giocatori, ma anche con persone umanamente ricche e portatrici di valori, la presenza di Doudou nel Torino va ben oltre l’apporto di calciatore professionista, cosa che Doudou non può dimostrare ora sul campo. Ci resta quindi la sua presenza e il suo impegno. Per lui sarà una magra consolazione, per noi un grande insegnamento, con la consapevolezza che le squadre diventano forti e grandi non solo per le gesta sportive.

È possibile commentare le idee di Doudou nel forum “Razzismo fuorigioco” dove, ancora per dieci giorni, vi invitiamo a lasciare il vostro slogan di tifosi del Toro contro il razzismo. Il migliore verrà premiato e stampato su magliette e striscioni.
Partecipate!

Diaw, nella tua esperienza nel calcio italiano, hai mai avuto problemi legati al colore delle pelle e alle tue origini con tifosi, avversari o compagni di squadra?

In passato anche nelle categorie minori dove ho iniziato a giocare ho avuto offese di tipo razzista, poi crescendo, facendo strada e carriera, mi sono reso conto che la categoria conta poco, perché purtroppo la mentalità è sempre quella. L’anno scorso in serie B, ad esempio, ho avuto questi problemi, che sono delle vere e proprie idiozie.
Fuori dal campo da gioco, quando la gente non ti riconosce come calciatore, avverti un trattamento diverso nei tuoi confronti?
Prima prestavo più attenzione alle reazioni degli altri, ora quando vado in giro non è che mi preoccupo molto di guardare chi mi sta intorno. All’inizio, quando uscivo le prime volte con una donna bianca, si capiva che chi incontravo aveva pregiudizi o pensieri strani, si vedeva chiaramente dagli sguardi, ma non potevo entrare nella testa di queste persone per capire veramente o immaginare il loro pensiero. Penso che questo dipenda dalla cultura che c’è in Italia, che non è mai stato un paese misto come l’Olanda, la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti. Non c’è stato un popolo multirazziale.
Quando ero ad Ancona, il team manager mi raccontò la storia del brasiliano Jair, (Inter e Roma). Era innamorato di un’italiana di una nobile famiglia genovese, e successe la fine del mondo, dovette abbandonare l’Italia. Sono passati da allora quarant’anni, ma resta troppa diffidenza. Questa è la dimostrazione che è una questione di cultura, di mentalità, di civiltà.
Sei un tipo distinto ed elegante. Certi italiani si sorprendono nel vedere una persona di colore che mostra una certa agiatezza?
Loro collegano al fatto che sono un calciatore, che sono ben pagato. Quelli che non mi riconoscono, se mi vedono ben vestito la prima cosa che viene loro in mente è: che lavoro fa? Penseranno o che sono uno che fa sport o che vende la droga, perché la mentalità comune è quella, un nero con la macchina grossa, ben vestito, ci si chiede: ma che fa questo? Ma chi cavolo è? Me ne accorgo molto quando mi capita di andare fuori Torino, arrivo e sento la gente che mormora tra di loro queste cose: chi è, cosa fa…
Molti tifosi pensano che gridare insulti legati al colore della pelle o alle origini del giocatore non significhi assumere un comportamento razzista, ma semplicemente dar sfogo alla propria passione calcistica. Cosa ne pensi, e cosa vorresti dire a queste persone?
Sì, i tifosi sono intelligenti e le cose che fan comodo le girano dalla loro parte. È vero che si sfogano e dicono certe cose, ma io non ho mai sentito sfogare dicendo “bianco di m…”. Allora se tra noi giocatori qualcuno mi chiama nero, sono nero e gli rispondo, qualcun’altro mi chiama biondo e ovviamente in questi casi anche dal tono si capisce che c’è simpatia, è un segno affettivo, però se un giocatore, un compagno di squadra, un avversario o un tifoso mi dicono negro di merda, lì è un’altra cosa, se dice così vuol dire che vuole fare il furbo, perché quando una persona è intelligente sa distinguere cosa è una battuta o cosa è un’offesa, e chiamare qualcuno negro di m…., anche allo stadio, è un’offesa.
Credi che iniziative come quella promossa dal CISV con i tifosi del Torino possano essere utili per debellare la piaga del razzismo nello sport?
L’ho già detto l’anno scorso, in occasione degli episodi che riguardavano Zoro, intervenendo a “Quelli che il calcio”. Fa piacere e sono gradite tutte le iniziative che possono combattere il razzismo, ma ritardare le partite, fermarsi cinque minuti, parlarne… e poi? Ritorniamo al punto di prima. È importante parlarne, non stancarsi mai di parlarne, ma cerchiamo innanzi tutto di educare i bambini. Se un bambino sentirà dire in famiglia da genitori stupidi negro di merda, quando incontrerà persone di colore per lui saranno tutti negri di merda e crescerà con questa convinzione. Ma se dentro casa o a scuola si parlerà di persone come persone e basta, i bambini cresceranno trattando tutti allo stesso modo. Sapendo che potrà avere un compagno di classe o un amico di colore o mulatto e che queste sono persone come tutti gli altri, un bambino non avrà problemi e non penserà di essere superiore solo perché bianco.
Si diceva prima che ci sono Paesi in cui la società è più integrata, ma, notizia di qualche giorno fa, in Francia hanno minacciato di bloccare le partite in caso di ululati razzisti…
In Francia è differente rispetto all’Italia. Ultimamente l’ascesa politica di Nicolas Sarkozy e la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica nel 2007, ha destabilizzato la convivenza multietnica. Questa persona, un ministro, ci appare come dichiaratamente razzista. Da quando si è affacciato sulla scena politica la convivenza pacifica non è stata più possibile. Vi immaginate un razzista che guida un paese multietnico? Ovviamente la parte nera è insorta, per difendere la propria sopravvivenza e ostacolare il cammino politico di questo individuo, ed è successo di tutto. La riuscita politica di Sarkozy significherebbe una vita difficile per tutti i Francesi di colore.Finalmente Sarkozy stesso si è reso conto che non potrà essere presidente solo dei Francesi bianchi, se sarà eletto, deve anche pensare agli altri, magari anche solo per avere più voti, e sta ora cercando di raddrizzare la sua politica.
Il Toro compie cent’anni…
Penso di essere fortunato di essere in questo periodo al Torino, perché un giorno potrò dire: al Centenario c’ero anch’io.

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