De Biasi: “Dopo Mazzarri? Avrei detto sì, ma dal Torino nessuna chiamata”

Esclusiva TN / Le parole dell’ex commissario tecnico dell’Albania: “Cairo nel corso degli anni ha perso la sua smania di cambiare gli allenatori”

di Andrea Calderoni
De Biasi

“Nessuno mi ha contattato da Torino. Solo i media hanno fatto il mio nome dopo la fine dell’esperienza di Mazzarri”. Gianni De Biasi chiarisce immediatamente quanto successo nella settimana dopo Lecce. Dal presidente granata Urbano Cairo il 63enne ex commissario tecnico dell’Albania non ha ricevuto alcuna chiamata, segno che la società ha lavorato in un’unica direzione: Moreno Longo. De Biasi conosce come pochi il Torino nell’era di Cairo. Il rapporto professionale tra il numero uno granata e il tecnico è stato di amore e odio. Una promozione, tre esoneri, un paio di richiami in quattro stagioni tra il settembre 2005 e il dicembre 2008. In totale 80 panchine nei campionati nazionali con il Torino.

Buongiorno mister, dunque nessuna chiamata?

“No, lo confermo”.

Ma se ci fosse stata cosa avrebbe risposto?

“Avrei risposto presente, come nelle altre circostanze in cui mi ha chiamato Cairo”.

Niente Toro, perciò, ma ci sono altri progetti che bollono in pentola?

Spero che ci sia qualcosa la prossima settimana”.

Staremo a vedere naturalmente. Intanto parliamo un po’ del momento del Torino. Si aspettava una stagione così in salita per i granata?

“La risposta è banale: no, non mi aspettavo simili difficoltà. Credo che le motivazioni non siano collegate alla preparazione anticipata per i preliminari di Europa League. Per intenderci non penso che i problemi siano dettati dalla deficitaria condizione fisica. Ritengo, invece, che le difficoltà del Torino siano rintracciabili nello spogliatoio. Non vedo unità d’intenti e coesione”.

Era divenuta inevitabile la separazione da Walter Mazzarri?

“Considerando l’andamento in campionato del Torino, penso che l’avvicendamento in panchina fosse necessario, sebbene la mentalità presidenziale a Torino sia cambiata rispetto al passato. Cairo nel corso degli anni ha perso la sua smania di cambiare gli allenatori, come avveniva nei suoi primi anni da presidente. Ultimamente, invece, il Torino ha goduto di ottima stabilità tecnica, soprattutto con Ventura e Mazzarri. Per tali ragioni credo che la decisione di Cairo di separarsi da Mazzarri sia stata dettata da ragioni più profonde rispetto a quelle che possono apparire all’esterno”.

Secondo lei, il Cairo dei giorni nostri è simile a quello che ha conosciuto tra il 2005 e il 2008?

“No, ritengo che Cairo dopo 15 anni di presidenza sa fare dei ragionamenti che all’inizio della sua esperienza nel mondo del calcio non riusciva a fare. Oggi conosce meglio le dinamiche del mondo del pallone, quindi si fida delle persone che stanno gestendo il club a suo conto. Però, attenzione perché, se le cose non funzionano al meglio, prima o poi si devono tirare le somme e non sempre sono piacevoli”.

Abbiamo parlato di coesione e unità d’intenti, quanto può aver inciso il caso Nkoulou sul Torino?

“Il caso Nkoulou ha inciso sicuramente sulla stabilità dell’ambiente. È meglio che non nascano problemi simili, ma una volta che si scatenano è importante arrivare al nocciolo della questione. Dall’esterno non so se sia stato gestito nel migliore dei modi il problema”.

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Oggi il Torino è in lotta per salvarsi. Come si approccia questa situazione inattesa ad inizio stagione?

“Devo essere sincero: non è semplice maneggiare certe situazioni, dipende dall’esperienza che si ha. Io credo di aver maturato molta esperienza in situazioni complicate. Longo è giovane, ma è preparato. Avrà, però, bisogno di tempo e soprattutto del supporto da parte di tutto l’ambiente”.

Tecnicamente si è tanto parlato delle lacune difensive del Torino. Possono essere dettate anche da mancanze sulla mediana granata o in qualche altro reparto?

“Può darsi, ma io preferisco non segmentare mai un corpo e men che meno lo faccio con una squadra. Bisogna sempre ragionare sull’insieme. I giocatori e lo staff devono necessariamente condividere un’idea comune. L’allenatore deve convincere i ragazzi a svolgere certi compiti e deve lavorare sul gruppo, perché in uno spogliatoio esiste soltanto il pronome personale noi. L’io dev’essere messo da parte, anche se oggi giorno è sempre più complicato”.

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