Pazite, snajper: benvenuti a Sarajevo

Pazite, snajper: benvenuti a Sarajevo

Granata in viaggio / Tre giorni a Sarajevo, capitale della Bosnia, per cercare di capire qualcosa in più su quella guerra che si è consumata venti anni fa e alla quale l’Occidente, e l’Italia in primis, ha assistito impotente

di Federico Lanza, @LanzaFederico

Per andare da Dubrovnik, in Croazia, a Sarajevo, l’autobus della Eurolines compie un percorso inusuale. Invece di puntare direttamente verso est come vorrebbe la logica, l’autista piega a nord, e comincia a risalire la costa dalmata per circa 100 km. Da queste parti non c’è autostrada, solo una lunga e tortuosa strada statale (spesso e volentieri in salita) che da Rijeka porta, verosimilmente, fino a Tirana, in Albania. Per circa venti giorni, quindi, abbiamo pedalato su un’unica direttrice, a picco sul mare ma con le montagne alla nostra sinistra, mentre il traffico si divideva in chi ci incitava e chi ci diceva di stare un metro più a destra. Tanto il mondo, noi ciclisti della domenica, possiamo solo illuderci di salvarlo.

Dopo aver letto alcuni libri (tra cui “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz che, con l’occhio critico di chi ha vissuto quei giorni, spiega la falsità, la programmazione e l’inutilità di quella guerra fratricida) e divorato documentari su documentari (spesso in contrasto tra di loro), per me un viaggio nella capitale bosniaca è stata un’inevitabile conseguenza, una femme fatale che mi ha attirato e fatto innamorare perdutamente. Passiamo il confine a Metkovic, cittadina sulle rive della Neretva, il fiume che il 9 novembre 1993 vide cadere nella sue acque (le più fredde al mondo) il meraviglioso Stari Most, il ponte ottomano di Mostar costruito nel XVI secolo e distrutto dalle granate delle forze croato-bosniache. Simbolo dell’unificazione culturale e religiosa ma, allo stesso tempo, anche della fatica e del sacrificio dei cristiani per costuirlo, oppressi dall’avanzata ottomana, come descritto meravigliosamente da Ivo Andric nel suo capolavoro “Il Ponte sulla Drina”. La Drina; perché la Bosnia è piena di fiumi.

Che cos’è l’Erzegovina? Una regione montuosa, fatta di rocce e circondata da altre rocce. Sembra impossibile che fino a venti anni fa c’era gente pronta ad imbracciare il fucile, schivare mine antiuomo (o finirci sopra) e fare del nazionalismo un’ideologia, per una terra del genere che all’apparenza non ha nulla da offrire.

La regione centrale della Bosnia si presenta subito in tutto il suo drammatico splendore: pioggerellina leggera, una nebbiolina irlandese, prati verde smeraldo e colline lambite da nuvole bassissime cariche di acqua. E poi, dopo 8 ore di viaggio, Sarajevo. Percorrere il Viale dei Cecchini – il lungo viale alberato che dall’aeroporto porta al centro città – durante l’assedio equivaleva a morire. I serbi, tra una birra e l’altra, puntavano il mitra e sbam….Se camminavi veloce portavi a casa la pelle ma facevi irritare gli assedianti, se eri lento saresti finito presto in uno dei cimiteri che circondano la città. Il segreto, come dice Rumiz nel suo libro, era una via di mezzo; camminare con un piede sull’acceleratore e l’altro sul freno. Ma chi era più forte in quel conflitto? I serbi, rozzi e vigliacchi, che per cinque anni sono rimasti arroccati sui monti intorno alla città, oppure i coraggiosi abitanti di Sarajevo, per i quali la vita – seppur in mezzo a mille difficoltà – è andata avanti ugualmente? Il pericolo di uscire di casa alla mattina e non fare ritorno alla sera era altissimo, ma piegarsi alla forza del nemico avrebbe avuto il significato della resa. La tristezza della guerra e la dignità della vita. Paradossalmente, la posizione di Sarajevo – incastonata come una pietra preziosa al centro di questa enorme valle – si è trasformata, da condanna, a principale punto di forza (almeno dal punto di vista psicologico) degli assediati.

A Sarajevo rimaniamo tre giorni; il nostro ostello è cinque minuti a piede dalla  Baš?aršija, il quartiere turco della città. Mi fermo ad un bar a prendere un çay, il thè servito in bicchierini di vetro a forma di tulipano, il fiore nazionale della Turchia. Siamo in Bosnia, ma l’impronta degli invasori di sei secoli fa è ancora evidente. Dalla lingua (sempre di serbo-croato parliamo, ma i dominatori ottomani hanno lasciato in eredità alcune parole) alla religione: un viaggio a Sarajevo, come ha detto una mia amica innamorato di questa terra tormentata, ti fa capire come molti pregiudizi sull’Islam siano sbagliati. Non ci si ammazza per questo o quel Dio: la “Gerusalemme d’Europa” era un posto per tutti, cristiani, musulmani ed ebrei, un porto franco dove ognuno era libero di professare la propria religione. Ed è stato questa caratteristica unica al mondo a far incazzare i serbi. Come scrive Rumiz: “Sarajevo è stata bombardata non perché stava diventando islamica, ma al contrario perché era troppo tollerante e complessa per essere accettata da un mondo sparato verso il pensiero unico, monolitico.

La storia ha prodotto a Sarajevo un miscuglio davvero interessante: donne dal sapor mediorientale con gli occhi blu, bionde ragazze serbe, bimbi che chiedono l’elemosina dai lineamenti caucasici. In nessun altro luogo ho trovato tanta diversità. In nessun altro luogo ho visto così tante chiese, moschee e sinagoghe una dopo l’altra. Andiamo a dormire, il viaggio è stato lungo e c’è molto altro da vedere. Alle 3 di notte sentiamo dei rumori: il tram rosso che sferraglia sulla via principale e poi dei colpi improvvisi. E’ la pistola di Gavrilo Princip che uccide l’arciduca Francesco Ferdinando? La mia mente fa un salto all’indietro: è il 28 giugno 1914. Un mese dopo l’Austria avrebbe dichiarato guerra alla Serbia. E’ il casus belli della Prima Guerra Mondiale. Da Sarajevo a Sarajevo; il XX secolo è nato e morto in questa città. E l’uomo ha dimostrato, ancora una volta, la sua ignoranza. Ma sono solo i fuochi d’artificio per la fine del Ramadan.

Mi addormento. Alle 5 mi sveglia il dolce canto del muezzin. E volevano distruggere tutto questo?

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