Toro: Aldo Olivieri e la parata come opera d’arte

Toro: Aldo Olivieri e la parata come opera d’arte

Vej Turin / Storia di un portiere dal tuffo facile

di Redazione Toro News

“Gatto magico” o, meno spesso, “ragno nero”. Questi i due soprannomi che i tifosi affibbiarono ad Aldo Olivieri. Due soprannomi che non furono coniati per lui: “gatto magico” era già Mario Gianni, portiere del Bologna negli anni ’20 e ’30. “Ragno nero” fu anche Cudicini (padre) e Lev Jasin, portiere sovietico tra i più forti mai visti. Soprannomi che esprimono che portiere fosse Olivieri: uno dal tuffo facile, dalle grandi doti atletiche e di salto, uno dei pionieri di una certa estetica “portieristica” oggi assolutamente normalizzata ma che allora sottintendeva una dignità nuova dell’estremo difensore, chiamato a essere atleta a sé. Non più un calciatore che aveva barattato la possibilità schiaffeggiare goffamente la palla con la paralisi sulla linea di porta ma un ruolo autonomo (con le proprie regole e con i propri movimenti) quanto necessario all’organizzazione della squadra. Il paradosso del portiere.

Aldo Olivieri nacque a San Michele Extra, vicino Verona, nel 1910. Figlio di un calzolaio, nei primi anni ’20 si dedica alla bicicletta, sport ben più popolare del calcio nell’Italia di allora, e segue da vicino le corse e i campioni leggendari che ravvivavano le strade di allora. L’incontro con il football avvenne ben più tardi, nel 1927, quando prende parte a un torneino tra amici. Sei contro sei, Olivieri vorrebbe per sé il ruolo di ala ma, inesperto, lo mandano in porta. Prende quattro gol, ma non ci sta. L’orgoglio, la curiosità e, forse, il piacere per quel ruolo pensato per teste matte lo muovono a spiare gli allenamenti dell’Hellas Verona, per capire cosa sia e come si muova un portiere. Qui osserva Masetti, futuro portiere della Roma testaccina, allenarsi, muoversi colpendo una palla contro un muro e tuffarsi per agguantarla in rimbalzo. Olivieri ripete l’operazione, dall’altra parte del muro. “Agilità e coraggio” definì lui stesso il suo modo di intendere il ruolo, e fu quanto apprese empiricamente in quel solitario esercizio. Divenne bravo, veramente, tanto da trovarsi a breve dall’altra parte del muro, con l’Hellas Verona con cui esordisce in serie B e dove resta fino al 1934 segnalandosi, oltre che per l’abilità tra i pali, anche per il coraggio nelle uscite.

Trasferitosi al Padova, durante una partita contro la Fiumana, Olivieri va in uscita bassa cercando la palla ma trova il calcio, violentissimo, di un avversario. Frattura al cranio e si va in sala operatoria, dove con un trapano i medici tentano di sistemare il danno. Sarà uno stop lungo, sette mesi lontano dai campi, con i medici che consigliano la fine di ogni attività agonistica e la madre a pregare la grazia a Sant’Antonio.
Erbstein, allenatore della Lucchese, lo chiama con sé e Olivieri, senza pensarci troppo, riprese a giocare nonostante l’incidente gli avesse scavato un buco in testa che lo faceva alzare, ogni mattina, con forti emicranie ma che gli permise, durante tutta l’attività agonistica, di prevedere cambiamenti repentini del tempo. Erbstein non lo rimise solo in campo: diede disposizione a Olivieri di seguire le sue due figlie a danza classica, imparando passetti e mosse che gli consentissero di avere una totale padronanza dell’equilibrio. L’allenatore ungherese raffinò il portiere perché potesse far esplodere, in piena padronanza, le proprie attitudini atletiche e il proprio stile di gioco.

E fu proprio Olivieri a seguire dalla Toscana, nel 1938, Erbstein nell’avventura granata. Fu un trasferimento importante: Olivieri arrivò al Torino come portiere titolare della nazionale azzurra campione del Mondo 1938. Già, perché Pozzo scelse proprio lui, portiere provinciale, come estremo difensore successore di Combi. E Olivieri ripagò la fiducia salvando la nazionale nella prima partita del mondiale, contro la Norvegia, quando si superò parando di tutto (a un certo punto l’attaccante Brynhildsen chiese all’arbitro di sospendere il gioco per stringere la mano al portiere azzurro) tanto da meritarsi, nei giorni successivi alla vittoria, una menzione particolare da parte del duce. Prima della kermesse francese Pozzo aveva voluto che Olivieri si preparasse con Arturo Maffei, campione di salto in lungo, per potenziare ulteriormente le doti atletiche del suo ultimo difensore.

Arrivato in granata, fu grande l’interesse dei tifosi e della stampa per il portiere della nazionale. I tifosi accorrevano agli allenamenti per vederlo saltare e raggiungere la traversa con la spalla, mentre i fotografi immortalavano i gesti del portiere per poi dedicargli ampi spazi nelle pagine sportive. Il 18 settembre 1938, al Filadelfia, l’esordio. Torino Triestina, una partita bloccata e decisa da tre decisioni arbitrali, tre calci di rigore assegnati. Prima uno al Torino, realizzato da Allasio, poi due per gli ospiti. Va sul dischetto Trevisan, che batte una palla alta, fortissima ma non angolata. Olivieri devia in angolo e il Filadelfia ruggisce come se si fosse segnato. A metà secondo tempo ancora penalty, accordato dall’arbitro Soliani tra le proteste del popolo granata. Ancora sul dischetto Trevisan. Il tiro, questa volta basso ma centrale. Olivieri para, con noncuranza, abbassandosi e fermando la palla tra le ginocchia. E ancora il Filadelfia ad applaudire. Esordio migliore Olivieri non poteva sperare: saranno quattro stagioni, con il Torino, che nel 1942 lo venderà al Brescia, in B, per far spazio a Bodoira, “la pinza”. Altro soprannome e altro portiere.

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