Toro, quando arrivó la Serie A

Vej Turin/ Chi indossava la maglia granata nel 29-30?

di Redazione Toro News

Alla fine arrivò il girone unico, la Serie A: dopo anni di tentativi e di discussioni in seno alla Federazione la varò Arpinati, al termine di un campionato di transizione. Comparsa in Italia con la stagione 1929-30, la Serie A accompagnerà tifosi e squadre di calcio fino ai giorni. Assumendo uno sguardo retrospettivo potremmo quindi definire la stagione 1929-30 come quella dello spartiacque: la Serie A può essere letta come il compimento delle trasformazioni in atto durante gli anni ’20, il momento in cui il calcio assunse la fisionomia attuale. In dieci anni, infatti, si passò da gruppi di squadre amatoriali divise in gironi regionali a società moderne, con giocatori professionisti (o quasi) messi a libro paga. Anche gli stadi degli anni ’30 erano diventati molto simili – per capienza e per strutture – agli attuali (e in molti casi sono gli stessi in cui si gioca oggi).

Il primo campionato a girone unico venne vinto dall’Ambrosiana, che vide esplodere tra le sue fila uno dei più grandi calciatori italiani di sempre: Giuseppe Meazza. Il Toro si classificò quarto, presentandosi – comunque – in Serie A da grande protagonista. Dagli anni della fondazione (sembra siano passati secoli ma si tratta di soli 23 anni) i granata avevano partecipato stabilmente a tutti i campionati di massima serie, sfiorando il titolo in più occasioni e conquistando stabilmente piazzamenti importanti. Per affrontare questa stagione “particolare” il Toro si affidò al suo gruppo “storico”, la generazione dello scudetto.

A difendere la porta, dal 1926, “Censin” Bosia. Biondino e fragile all’apparenza, il portiere granata mise più volte il proprio sigillo in partite fondamentali. Stipendio mensile di 600 lire, nel 1929 venne portato in trionfo – durante una serie di partite amichevoli in argentina – dai tifosi del Boca Junior, ammirati dalla sua bravura.

In difesa, con Monti IIII, comandava “Cesarino” Martin II. Granata dal 1919, Martin II collezionò più di 350 partite nel Toro, piazzandosi – ancora oggi – al sesto posto nella classifica dei calciatori con il maggior numero di presenze in maglia granata. Terzo di quattro fratelli (tutti calciatori del Torino) si ricorda un suo solo gol in maglia granata, il 25 marzo 1923 contro la Virtus Bologna. Ben dotato nel gioco aereo “Cesarino” era riuscito, tra un allenamento e l’altro, a laurearsi avvocato.

A centrocampo, oltre all’inossidabile Janni, giganteggiavano Sperone e Colombari. Uno, Mario Sperone, era nato a Priocca e risedeva in borgo San Paolo. Oltre all’agonismo in campo e alla carriera da allenatore è da ricordare anche per il fiuto di talenti con cui, battendo i campi di provincia e di periferia, riuscì ad assicurare alle giovanili del Toro ottimi talenti. L’altro, Enrico Colombari, fu invece ceduto al termine del campionato al Napoli, dove divenne una delle bandiere del club partenopeo.

Davanti due ali velocissime come Vezzani e Franzoni sorreggevano il trio Baloncieri-Libonatti-Rossetti. Luciano Vezzani, modenese, andando a segno nella prima di campionato contro la Triestina, divenne il primo marcatore del Toro in Serie A. Dal temperamento aggressivo e tormentato, in molti ricordano il suo amore per il cibo e per le bevute in compagnia; terminata la carriera gestì per molti anni il bar dello stadio di Modena.

Gino Rossetti, il più giovane del Trio, era originario di La Spezia e arrivò al Toro in modo quantomeno singolare. In trattativa con Marone Cinzano, lo Spezia decise (a un passo dalla vendita) di fare dietrofront. Saltato l’accordo con i granata, Gino decise di cambiare vita raggiungendo Genova con tutta l’intenzione di imbarcarsi verso il Cile, destinazione Valparaiso, dove avrebbe giocato nella squadra locale allenata dal fratello. A quel punto, davanti alla minaccia di perdere il giocatore senza incassare neppure una lira, lo Spezia acconsentì all’acquisto da parte del Toro. Partì una corsa contro il tempo: bisognava far firmare Rossetti prima che si imbarcasse. Nicolino Latella, spezzino e portiere del Toro, andò a cercare il calciatore in ogni angolo di Genova finché non lo scovò, alle tre del mattino, in una locanda del porto. Iniziò da lì la grande leggenda di Rossetti: scudetto e gol a raffica (è ancora oggi tra i bomber granata di sempre).

Un’anzianità infinita, la sua. Dopo una vita sui campi di calcio un’attività da gommista (a 65 anni) e poi la pensione, le bocce, le carte e i pranzi con gli amici. La domenica lo si poteva trovare facilmente allo stadio – in tribuna d’onore – per vedere il suo Toro. E non solo: da grande innamorato di calcio Rossetti non disdegnava, la domenica successiva, di tornare in quello stesso stadio per seguire anche le partite della Juventus. Presidente onorario dell’associazione ex calciatori granata (sorta, la prima in Italia, nel 1959 con l’intento di aiutare gli ex calciatori caduti in disgrazia), un anno prima della morte gli svaligiarono la casa, portandosi via medaglie, ricordi e lasciando nei cassetti solo le foto di una vita di trionfi.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy