Quale calcio dopo il Covid-19?

Quale calcio dopo il Covid-19?

Loquor / Torna l’appuntamento con la rubrica di Anthony Weatherill: “Al momento nello sport il caos regna sovrano, e non si vedono all’orizzonte tracce di giustizia/virtù, ma solo precarietà diffuse di pensiero e azione”

di Anthony Weatherill

“Cadi a faccia in giù, e comunque
ti stai muovendo in avanti”.
Robert C. Gallagher

In questi giorni estranianti per la naturale propensione alla socialità degli esseri umani, improvvisamente mi è venuto in mente un dettaglio della mia vita quotidiana: il canone mensile di Sky. Ammetto di aver provato grande disappunto quando ho scoperto di aver continuato a pagare tutti i servizi di Sky Calcio e tutti i servizi di Sky Sport. Servizi promessi al momento della sottoscrizione dell’abbonamento, interrotti da quasi due mesi, e di cui allo stato attuale risulta impossibile ipotizzare una data del loro ripristino. Questo perché, come è noto, tutte le manifestazioni sportive (Olimpiadi, Formula 1, ecc…) e campionati di calcio sono al momento congelate sull’altare delle esigenze del Covid-19. Il disappunto è aumentato allorché la realtà mi ha messo davanti una sgradita verità fattuale: in mancanza di un intervento legislativo del governo italiano, Sky ha tutto il diritto di continuare a pretendere soldi per un servizio, in tutta evidenza, non fornito.

Scegliere

Questo piccolo dettaglio dello scorrere della mia vita, ha avuto il potere di incunearmi in una serie di riflessioni e domande che, in verità, mi sto ponendo da qualche tempo. Esiste ancora il diritto in Italia? E se ancora esiste, provvede alla sua naturale missione di distribuire giustizia? Abbiamo coscienza di quanto sia importante il diritto, al fine di riportare armonia nel quotidiano ed evitare abusi? San Tommaso d’Aquino, nell’elaborazione della dottrina tomista, sostiene come i movimenti degli esseri viventi ubbidiscano ognuno alle leggi della propria natura, che li indirizza verso un certo fine, verso la pienezza dell’essere. Gli animali obbediscono a quest’ordine istintivamente, mentre gli uomini, anche se i loro stessi movimenti seguono le leggi dell’istinto, ubbidiscono alla loro natura razionalmente, ovvero con la libertà. Seguendo il filo del ragionamento di colui che è stato uno dei più grandi teologi e filosofi di ogni tempo, ne discende come gli uomini per ottenere la propria realizzazione personale, debbano necessariamente essere messi nella condizione di poter scegliere, di poter determinare liberamente il proprio futuro. Per poter liberamente deliberare sulla propria esistenza, le persone hanno bisogno che le autorità indichino dei percorsi possibili dentro quale agire. E sottolineo la parola agire, perché ormai sono settimane che in Italia si impedisce alla gente qualsiasi tipo d’azione.

Il gioco è nostro

In palese contrasto con il primo articolo della Costituzione (l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo… ecc…), si è ritenuto per motivi di sicurezza sanitaria (art.16 della Costituzione) di poter impedire ad una parte rilevante degli italiani di procacciarsi un sostentamento tramite il proprio lavoro. Ciò sta provocando la rovina economica di molte partite Iva e piccole e medie imprese, che probabilmente saranno impossibilitate a riprendere l’attività alla fine del lockdown. Non sta a me giudicare se l’emergenza sanitaria potesse essere gestita, rispetto ai processi economici, in modo diverso. Non ne ho la competenza medica e, soprattutto, al momento nessuno conosce esattamente tutti i dati che hanno spinto il governo italiano a prendere la decisione di spegnere la macchina del lavoro sul territorio italiano. Ma alcune riflessioni, alla luce del risultato sempre più emergente, forse si potrebbero provare a farle. Quando in democrazia si limitano fortemente le libertà personali e addirittura il fondamentale diritto al lavoro (senza il quale la gente è ridotta nella condizione di elemosinare o, nel peggiore dei casi, nella condizione di schiavitù verso il più forte), bisogna avere ben chiaro quali obiettivi si perseguono. E deve essere altrettanto chiaro come il diritto alla salute non possa e non debba essere l’unico orizzonte di un’azione politica governativa.

Cosa ci sarà dopo il Covid-19?

Rimanendo nel recinto del calcio, qualche giorno fa il quotidiano “Libero” ha pubblicato un’interessante inchiesta sui fallimenti a catena, a causa del blocco dei campionati, di molte società di serie D e dell’Eccellenza, solo a livello nominalistico da potersi considerare serie dilettantistiche. Fuori dall’ipocrisia, è noto come per tutto il personale tecnico sportivo di queste due leghe, il calcio sia un vero e proprio lavoro. Gabriele Gravina, il Giuseppe Conte del calcio, non ha speso nessuna parola per il dramma di persone che, probabilmente, alla fine del lockdown dovranno mettersi alla ricerca di un altro lavoro fuori dal calcio, e non sarà agevole trovarlo in un Paese avviatosi ad avere un meno 15% di Pil (fonte Unicredit), ovvero un crollo economico stile dopoguerra. Molti piccoli centri vedranno sparire dal loro quotidiano la loro squadra di calcio, sovente segno di tradizioni antiche tramandate da generazione in generazione. Il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha annunciato “cento milioni di euro di finanziamenti a tasso zero” (quindi si tratta di prestiti da restituire. Le parole sono importanti, specie in questo momento, e un “prestito” non può essere rubricato come un “finanziamento”), ma permettetemi di essere scettico sia sulla reale entità della cifra menzionata da Spadafora, sia sulla reale possibilità che società ufficialmente dilettanti e con problemi bancari evidenti possano accedere ad un prestito. Aristotele e Platone sostengono come la giustizia sia quella virtù il cui specifico oggetto consiste nel dare a ciascuno la parte che gli spetta, delineando così lo scopo principale del diritto. Al momento nello sport il caos regna sovrano, e non si vedono all’orizzonte tracce di giustizia/virtù, ma solo precarietà diffuse di pensiero e azione.

Il grido di Pep Guardiola

Nicola Porro, in un suo articolo vergato per “Il Giornale”, è giunto a paragonare la realtà attuale disegnata dalle esigenze del Covid-19 a quella prefigurata da George Orwell nel suo romanzo “1984”, giungendo così ad ipotizzare derive autoritarie da parte del governo di Giuseppe Conte. Infatti nel celebre racconto dello scrittore inglese, considerato uno dei cento migliori libri mai scritti, si parla di un “Grande Fratello”, una specie di capo, che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini. Al “Grande Fratello”, mai visto da nessuno, l’unica cosa ad importare è il cercare di canalizzare l’emotività individuale nelle sole direzioni utilizzabili per la riproduzione dell’ordine sociale. “Dubitate dell’efficacia del contenimento – scrive Porro – e siete degli untori”. Il giornalista pugliese esagera un po’ a paragonare l’Italia di Giuseppe Conte a quella totalitaria del mondo distopico raccontato da Orwell, ma quando viene impedita persino una breve passeggiata in perfetta solitudine, qualche interrogativo su cosa sia o meno un abuso di potere o di autorità si pone. A voler essere onesti, però, non possiamo sul serio pensare ad un Conte preso da velleità autoritarie, e forse si dovrebbe pensare solo ad una classe dirigente che, spaventata da un’emergenza sanitaria dai contorni sconosciuti, semplicemente non si sta mostrando all’altezza della situazione. “Se la libertà di stampa significa qualcosa – ha scritto Orwell -, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”, e questo, più che mai, oggi dovrebbe essere il compito dell’informazione, che non deve solo puntellare continuamente il teorema del “dobbiamo restare tutti a casa, per il bene della nostra salute”. La libera stampa deve cominciare ad aprire un dibattito serio e approfondito sulle conseguenze dell’aver fermato il lavoro in un intero Paese. Deve far ritornare i cittadini diventare soggetti di azioni attive e non solo passive, perché non si è mai vista la paura essere foriera di un futuro migliore.

La granata di Marcelo Bielsa

“Tutto è in prestito”, furono le ultime parole pronunciate da Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia, sul letto di morte. Questa donna volitiva, piena di fede e innamorata tenacemente dell’Italia, ha voluto indicare nel momento supremo di ogni esistenza la cosa più importante alla quale dovremmo rivolgere la nostra attenzione: conservare bene il deposito del presente da consegnare al futuro. L’Italia non è nostra, ci è stata consegnata dalla sorte in comodato d’uso. Dobbiamo avere cura, quindi, di consegnarla in buone condizioni a chi verrà dopo di noi. E considero ciò, anche se molti non saranno d’accordo, molto più importante della nostra vita. Il calcio, a volerlo prendere come esempio, è uno degli architravi portanti della storia esistenziale italiana. Esso è memoria nazionale e scrigno di sentimenti insondabili, e segno dell’ingegno e del vigore italico. Gabriele Gravina ha tutto ciò in prestito. Tutti noi tifosi lo abbiamo in prestito. Riusciremo, alla fine di questa battaglia contro il Covid-19, a tramandarlo integro a chi verrà dopo di noi? Provando a rispondere a tale domanda scopriremo noi stessi, e forse le ragioni del nostro futuro.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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