“Mi davo alla depravazione solitariamente”


Loquor
Ryad si è presa i Mondiali del 2034

PARIS, FRANCE - JUNE 16: Saudi Arabia's Crown Prince Mohammed bin Salman (MBS) poses prior to a working lunch with French President Emmanuel Macron at the Elysee Presidential Palace on June 16, 2023 in Paris, France. The last visit of the Saudi crown prince to France, in July 2022, was controversial. The reception at the Elysée of "MBS", pointed by American intelligence as responsible for the assassination of journalist Jamal Khashoggi, had outraged human rights defenders. (Photo by Chesnot/Getty Images)
Fedor Dostoevskij
“E’ meglio fare una fine orrenda che sopportare orrori senza fine”, scriveva Arthur Bloch nel 1977, davanti ad un mondo che stava abbandonando la modernità del 900 per avventurarsi in una post modernità di cui ancora oggi facciamo fatica a trovare un orientamento. Tutto, nelle analisi a volte al limite del caricaturale, viene giustificato con la necessità del progresso del cambiare le carte in tavola, anche quando questo progresso fa fare dei passi che volgono con decisione verso la fine. E’ curiosa la voglia distruttiva in voga da circa la metà degli anni 90 di distruggere le tradizioni affinché non resti traccia del passato, un passato che non riusciamo più a reggere e quindi abbruttisce fino a distruggere persino ogni malinconia positiva. Del gioco, di qualunque gioco, vogliamo lo scheletro e non il contenuto antico deflagrato sotto i colpi dei nuovi ricchi che chiedono spazio, e si illudono di poter contare nella storia solo perché nel sottosuolo hanno trovato l’Eldorado. Penso a “Memorie del Sottosuolo” di Fedor Dostoevskij, dove il grande scrittore russo relega l’impotenza degli uomini nel “sotterraneo” nel quale c’è sempre qualcosa di spaventoso. Bisogna avere coraggio per scendere nei sotterranei, per mettere gli occhi davanti a quello “spaventoso” che non vogliamo vedere mentre restiamo nei piani alti. Non vogliamo essere consapevoli perché questa “è l’unica causa della consapevolezza”. L’anima rode di rabbia, che spero non si trasformerà in rancore, allorché torno a rileggere più volte la notizia dell’assegnazione dei Mondiali di Calcio del 1934 all’Arabia Saudita.
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Rode perché dal mio personalissimo sottosuolo lo intravedo come un manifesto di una ennesima corruzione della Fifa e di un calcio messo nelle mani di chi proprio è impossibilitato dal capirne lo spirito. Nel pensare al calcio disperso tra dune feroci e suggestioni dell’Islam nemmeno lontani parenti con lo sport moderno, si ripete la macchietta dei mondiali qatarini, un abbaglio regalato ad una famiglia spadroneggiante, quella degli Al Thani, disinvolta nell’usare la magia popolare dello sport più seguito al mondo un po’ come “sportwashing” e un po’ come antidoto alla noia. Parlare di calcio con gli arabi, parlarne sul serio, da la stessa sensazione di parlare di democrazia nascente in Siria con Abu Mohammad Al Jolani, uno laureato in “Sharia” e con una visione della vita che va esattamente nella direzione opposta di un mondo liberale e coltivato con il dubbio della filosofia. Mi hanno insegnato come la libertà si acquisti con la consapevolezza, abile in genere nel far vedere più o meno chiare le conseguenze delle azioni degli uomini, nonché delle tue. Esercitare la libertà vuol dire cercare di ipotizzare cosa mai potrà essere il mondo, nel caso di specie quello occidentale, tra dieci anni, ossia quando le kermesse calcistica iridata sbarcherà nelle lande di uno dei regimi più feroci e antiliberali del pianeta. E non è fuoco fatuo o sbadiglio da salotto questo ipotizzare, perché il calcio non è mai stato un gioco bensì un avvenimento ad influenzare cultura e antropologia. Ma a Gianni Infantino, padre padrone della Fifa(l’organizzazione mondiale del calcio è sempre stata una “satrapia”, un padronato verticistico da fare pena, sostenuto da Paesi in genere ai margini del mondo e da ciclici interessi di qualche Paese forte), non importa cosa sarà il futuro, ha un presente abbastanza florido e trafficato(da interessi vari) da gestire. Il Presidente della Fifa è quel tipo di persona nata per essere un vaso da riempire, purché ci sia il suo tornaconto; un relativista della parola e della cerimonia che deve aver trovato perfettamente normale, dopo il suo matrimonio con Leena Al AShqar, una libanese di fede musulmana, traghettare “idealmente” negli stilemi arabi, considerato come tutto sia stato fortemente corroborato dai soldi di Doha e Ryad. I soldi possono tutto e comprano, per poi modificarle, anche culture ben radicate nei popoli, che a volte sono talmente immersi nel principio della “Rana Bollita” di Noam Chomsky da non rendersi conto di quanto stia accadendo attorno a loro. Al netto degli Stati Uniti, i soldi in Occidente scarseggiano e costringono all’arretramento quell’Europa totalmente incapace a reagire ai cambiamenti in atto nei commerci e negli avvenimenti del pianeta. Dalle nostre parti siamo in una fase di annichilimento sorprendente, e i soldi arabi sono il classico piatto di lenticchie biblico attraverso il quale stiamo svendendo ogni cosa e ogni nostra consuetudine.
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Presi da un orgasmo infantile vogliamo che gli altri ci paghino il giochino sport, fatto lievitare nei costi da una elite senza scrupoli lesta nell’arraffare quanto più possibile dai forzieri arabi messi a disposizione di un disegno geopolitico di cui a noi contemporanei importa meno di un fico. Blateriamo di società laica quando si tratta di questioni cristiane, e poi nel 2034 il calcio si dovrà piegare alle esigenze del “Ramadan” che a quell’epoca comincerà l’undici novembre, e la qual cosa procurerà importanti ripercussioni sul calendario della manifestazione iridata. I soldi, quando sono tanti, riescono a mettere in sospensione laicismi e “wokismi” vari, e facciamo finta di non accorgerci di quanto si sia in vendita molto di più della più cinica meretrice di un postribolo. Ma la copia senza capelli di “Mr Bean” intanto siede felice alla cassa, e come un qualunque “Zio Paperone” dei tempi moderni apre bocca solo per comunicare quanto siano sempre più fiorenti gli introiti del calcio mondiale. In fondo il mitico Gordon Gekko lo ha detto nel celebre film “Wall Street” di Oliver Stone: “la cosa più importante è il denaro, tutto il resto è conversazione”. Nel mentre rifiutiamo di guardarci nella nostra oscurità, e come dannati incartapecoriti di qualche girone infernale descritto da Dante Alighieri nella “Divina Commedia”, vogliamo che gli arabi acquistino qualche nostro club. Non vediamo l’ora che lo facciano, incuranti del fatto che non esistono pasti gratis in questa vita, e prima o poi bisogna passare alla cassa per pagare con qualcosa di nostro. Siamo nel sottosuolo di Dostoevskij, vili, rancorosi e depravati, impossibilitati ad avere qualsiasi possibilità di redenzione. “Senza dubbio c’è una forma di senso di colpa occidentale, di volontà di scomparire, di pulsione suicida”, ha dichiarato di recente Michel Houellebecq al “Corriere della Sera”, e nell’appropriazione del calcio da parte degli arabi e, nel caso italiano, dei fondi speculativi americani di medio livello, è facile notare, per chi vuol realmente vedere l’evoluzione dello stato delle cose, la depravazione incline a favorire proprio tale propensione suicida. Forse siamo fortunati dalle nostre parti dato che almeno gli arabi, a meno che non serva per appropriarsi di qualcosa di molto importante, non avranno mai interesse ad accollarsi la proprietà di un club italiano. Bisogna essere grati alla sorte quando la depravazione diventata per noi ingestibile, viene controllata da qualcosa al di fuori delle nostre possibilità. La depravazione è la versione più sordida del nichilismo, e sopraggiunge quando si crea la convinzione di non avere più vie d’uscita rispetto a provare ad avere una vita più decente.
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Diveniamo così una ridotta del sottosuolo, e in questa condizione siamo disposti a qualsiasi trattamento pur di continuare a sopravvivere. La ragione smette di funzionare, perché la depravazione non ha bisogno di logica ma solo di istinti da soddisfare. Allora si arriva a credere come sia un investimento il detenere il 15% di un club calcistico, quando invece si è davanti ad una profilassi da faccendieri. C’è depravazione, c’è ignoranza, c’è paura nel sottosuolo, e chi ha la fortuna di camminarvi sopra ciò lo sa bene e facilmente se ne approfitta. C’è una burla drammatica alla fine di tutti questi investimenti arabi nello sport, una visione che da qui a venti/trent’anni procurerà sconvolgimenti importanti nel Vecchio Continente. Basterebbe sfogliare qualche pagina dei “Racconti delle Mille e Una notte” accoppiate a qualche rudimento dell’Islam, per capire a chi e a cosa ci si sta consegnando. Stiamo lasciando una eredità pesante a chi verrà dopo di noi, e probabilmente i nostri figli e i nostri nipoti ci malediranno. Ma di quest’ultima cosa, sorprendentemente, pare non importarci molto. Un saluto dal sottosuolo.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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