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Fa un po’ male
L’incipit di Fa un po’ male, un racconto di Niccolò Ammaniti, dice che se al protagonista fosse stata fatta una certa cosa (che non riporto perché v.m. 18) non si sarebbe scatenata la sequenza di eventi che lo porterà a un incredibile finale. Parafrasando, potrei dire che se non mi fossi chiuso il dito nella portiera come un coglione, questa non sarebbe l’ultima puntata di Culto. Invece me lo sono chiuso e quindi questo è il mio saluto.
Mercoledì scorso ho impiegato un sacco di tempo per scrivere e rifinire la puntata visto che volevo fosse perfetta. Si è accumulato ritardo, sono uscito (di corsa) a fare le commissioni, nel pomeriggio ho lavorato e alle 19.30, stanco morto, mi sono ricordato che mi ero dimenticato di mettere il telo antighiaccio sui vetri dell’auto. Scendo e, per pizzicarlo nella portiera della macchina prima che scivolasse via, chiudo con tutta la mia forza... tanto mica avrò lasciato il dito in mezzo, no? L’avevo lasciato. Sangue ovunque, corsa al Pronto Soccorso, quattro punti di sutura. Per fortuna nulla di rotto e va beh, c’è di peggio.
Nella sala di attesa dell’ospedale di Rivoli attendendo l’esito dei raggi, apro internet e vedo la rubrica nella home di TN. Vediamo se è piaciuta: 35 commenti. La maggior parte sono di un utente solo, che si chiama come una splendida canzone degli Ac/Dc che parla di quando Bon Scott prese la gonorrea (giuro). Il commentatore dice che l’articolo è stato messo nel momento sbagliato, che si parla del passato e non di Cairo, ironie varie tipo “parliamo di Selvaggi, Mariani, Pusceddu, Polster e Pato Hernandez” (già fatto amico mio, già fatto) e così via. Un altro (anonimo) ha scritto che si parla del passato per sviare dal mercato che non decolla. Per fortuna ci sono altri che commentano in maniera normale, perché questa è una rubrica che parla di passato e se non lo si è capito dopo quasi 270 puntate rimango sempre di stucco (0vviamente è legittimo che Culto non sia il primo pensiero delle mattine di tutti noi, ma allora cosa commenti così? Mi ricorda uno che ha commentato un pezzo a pagamento dell’Ultimo Uomo che aveva lasciato libero solo l’inizio. Quando gli hanno fatto notare la cosa ha ribattuto “Me lo paghi tu l’abbonamento?”. Fratello in Cristo, certo che no, ma allora perché commenti con un pippone un articolo che non leggi?). A quel punto ho messo il telefono in tasca, ho aspettato che mi chiamassero per dimettermi e sono tornato a casa, con un male cane al dito. Ho pensato che era ora di chiudere la rubrica, almeno in questa forma.
Le critiche costruttive sono la cosa più bella che ci sia, ti aiutano a migliorare, ne ho avute e sono servite così come le correzioni che, in un paio dei casi, mi hanno aiutare a togliere delle imprecisioni ai pezzi. Quelle di mercoledì scorso e altre similari in precedenza non lo sono: è l’equivalente di cagare su uno zerbino, di entrare a casa di qualcuno e buttare le suppellettili per terra, è come la storia del giocare a scacchi con un piccione. Roba che alla lunga fa passare la voglia. Tante volte ho rinunciato a scrivere di certe cose perché non avevo voglia di pupparmi le solite reazioni, soprattutto su Facebook (che alla fine ho smesso di guardare per sanità mentale), perché fa male mettere dentro impegno, tempo, cuore e anche un certo rigore per poi vedere l’uomo col cappello di benniana memoria che commenta senza aver approfondito ciò contro cui si scaglia, giusto per amor di sarcasmo o con accuse a caso.
Altre volte me ne sono allegramente sbattuto, ma non sempre si riesce, se, come detto, ti beccano nel momento sbagliato. Allora uno pensa che la risorsa più preziosa che ha (il tempo) può spenderlo in altri modi. La cosa bella è che, contrariamente a quanto credono i teorici del complotto, la redazione mi ha sempre dato carta bianca e non ha mai censurato nulla di ciò che ho scritto, anche nei pochi pezzi che la mia rubrica ha dedicato all’attualità come quando si smascheravano le fasulle auto-celebrazioni di Cairo o dopo che i giocatori ci diedero delle teste di c… salendo a Superga ai tempi di Mister poco Amuore.
Per questo posso solo ringraziare tutti, ma in primis Gianluca Sartori che una sera del 2020, quando la pandemia mordeva e la sanità mentale di molti era appesa a un filo, mi chiese un pezzo su Marinelli, dandomi una grande fonte di distrazione. Da lì viene l’idea della rubrica e abbiamo iniziato a raccontare passando dall’alto al basso, da Claudio Bonomi che fa tregol al Cagliari a Pupi che segna contro la Fiorentina e si prende la stretta di mano di Mazzone. Cose note e cose meno, ma sempre ricordi che per chi c’era hanno fatto riaffiorare momenti vissuti vicino a qualche persona importante e chi non c’era ancora forse ha avuto voglia di approfondire. Sono contento di avervi riportati lì.
L’unica stella polare sono sempre stati i tifosi del Toro, l’amore che ho per loro, il sentirli miei fratelli. Il più grande dolore dato dalla pessima presidenza Cairo è come sia stato ridotto, per fortuna non in modo così massiccio comunque, il rapporto tra di noi. Mi fa male ammettere che forse qualcuno gode pure a fare la battuta più stronza verso quella che giudica l’altra fazione (e parliamo di gente della stessa squadra e no, evitiamo la cosa di “uh uh sono del Toro, non della Cairese per cortesia”) e alla fine forse quello che fa non è colpa della società, ma sua. Ce lo siamo lasciati fare, o meglio se lo sono lasciati fare. La maggior parte di noi non è così, lo vedo negli occhi allo stadio, in giro, perché possono farci di tutto, però Torino è granata, non ci sono cazzi. Siamo sempre stati una famiglia rumorosa che discute, ma che alla fine si vuole bene e che sa che può contare su tutti.
Il tifoso del Toro per me sarà sempre qualcuno da abbracciare, come quando ho conosciuto il mio primo compagno delle superiori e ci siamo detti di essere granata per rompere il ghiaccio, come col mio migliore amico in curva, come tutti noi quelle volte in cui il Toro segna e zompiamo tutti per aria senza capire più niente. Per questo i commenti di mercoledì sera sotto un mio pezzo sono stati fuoco amico e non sono riuscito ad alzare le spalle. Mi sono detto che era finita qui, forse una fine non definitiva, ma comunque una fine. Per chi ha voluto bene a questa rubrica, ci si vede in giro. Cose da raccontare ce ne sono sempre nella nostra intensa storia. Come cantavano i Soul Asylum, “I did my best for you”. E comunque ha ragione Ammaniti: fa un po’ male.
Ps: il mio cuore è tutto con le famiglie e le persone che hanno voluto bene a Davide Borgione e a Simone Stara.
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