C’era una volta il Toro che arrancava e faticava, si arrabattava come poteva, ma almeno davanti ai suoi tifosi ci metteva quella determinazione e quella voglia che rendevano il campo granata difficile da espugnare. Insieme ai valori, alla storia e all’epos di una delle squadre più gloriose d’Italia, la società attuale ha cancellato anche quella caratteristica, normalizzando e livellando la qualità e il senso di appartenenza dei giocatori al punto che perdere cinque delle ultime sei gare in casa non provoca un disperato senso di vergogna e di amarezza nei pedatori e nel mister, ma viene derubricato a una serie di coincidenze che ''fanno girare le scatole'' (sic). La causa prima di questo vuoto pneumatico va cercata nelle scelte degranatizzanti dell’ultimo ventennio. Ormai quasi nessuno in società si interessa della storia e dell’epica granata perché nessuno la conosce o l’ha vissuta, e - ancor peggio - perché a nessuno interessa davvero. A fronte di qualche sporadico episodio - le visite di Simeone a Superga - non si ricordano gesti o parole da Toro da parte di giocatori che (indegnamente) indossano le maglie che furono di Valentino, Pupi e Ferrini, o più prosaicamente senza scomodare le leggende, di uomini dalla profonda vis granata come Bruno, Policano, Annoni, Ferrante e Rolando Bianchi. Il senso di appartenenza è un concetto inutile: che si giochi in casa o fuori, ormai, in fondo si tratta solo di lavoro, no? Detto delle responsabilità colossali della società, causa prima di vent’anni di navigazione a vista senza un briciolo di ambizione e di amor proprio, è giusto anche analizzare le colpe di chi guida (o dovrebbe farlo) l’attuale bella compagnia di modesti pedatori e onesti mestieranti che sembra si divertano ad avvelenare i week end dei tifosi allo stadio. Nell’osservare (con distacco, che l’avrebbe mai potuto immaginare?) la scontata sconfitta casalinga con la Roma, una constatazione inevitabile è piano piano venuta a galla, e si è confermata dopo un breve giro di telefonate esplorative con altri malati di tifo granata: il Torino di Baroni gioca un calcio bruttissimo.

Granata dall'Europa
Il brutto calcio di Baroni
Non è solo questione di scarsa qualità degli interpreti: le tante sconfitte e i tantissimi gol subiti sono principalmente il risultato di una bruttezza etica ed estetica della squadra guidata dal mister. La bruttezza etica (dal greco ethos, che si riferisce al comportamento, ma anche al carattere) deriva chiaramente dall’assenza di istruzioni sui comportamenti da tenere - in campo quanto fuori - che siano condivisi o introiettati da chi deve mettere in pratica le indicazioni ricevute. La difesa ballerina, il centrocampo che non filtra e non costruisce, l’attacco che funziona a sprazzi, sono tutti elementi che comprovano come i giocatori in campo facciano male cose in cui non credono fino in fondo e di cui non sono interamente convinti. Come insegna il principio del rasoio di Occam la spiegazione più semplice è molto spesso quella reale, e l’assenza di polso, di capacità gestionale e di un chiaro progetto calcistico spiegano bene gli strani balletti, le giravolte e gli inspiegabili cambi di marcia a cui assistiamo sin dal ritiro estivo. Si gioca 4-2-4 o 4-2-3-1 e quindi in quella direzione si indirizza il mercato e la preparazione. Contrordine: si gioca 5-3-2 fino a quando i giocatori non saranno pronti per un modulo più offensivo. Nuova svolta: si gioca tutta la stagione con il 5-3-2 anche se non ci sono gli interpreti necessari. Il gioco va adattato ai giocatori, anzi no, scusate, sono i giocatori che devono adattarsi al modulo. Che dire poi dell’ossimorica titolarità provvisoria tanto granitica quanto evanescente che è diventata il marchio di fabbrica di Baroni? Da indispensabile Asslani è improvvisamente diventato uno scarto da mercato; da oggetto misterioso Aboukhlal è stato repentinamente promosso a titolare inamovibile; Maripan è il centrale titolare nei giorni pari, in quelli dispari non si sa; Ngonge appare ogni tanto, ma neanche lui sa bene perché gioca; Ilkhan ha dovuto disfare in fretta le valigie per prendere le chiavi del centrocampo; l’ineffabile Israel al contrario le deve preparare insieme a Nkounkou e Biraghi. Certo a generare questa confusione totale ha contribuito tanto Vagnati, con le sue scelte di mercato scriteriate, ma la responsabilità di arrivare a fine gennaio senza una quadra, senza una squadra e senza certezze è principalmente dell’allenatore. Questa bruttezza etica, che zavorra e affossa ogni ambizione, non può non riflettersi in una bruttezza estetica (dal greco aistetikhòs, ossia che riguarda la percezione attraverso i sensi) che i tifosi sperimentano con chiarezza.
Il gioco della squadra è slegato, scombinato, frammentato. Non si notano geometrie, fluidità e consistenza e soprattutto in nessuna parte del campo si può vedere quell’armonia che della bruttezza è l’opposto diametrale. L’armonia è una ''concordia di sentimenti e di opinioni'' di cui questa squadra sembra ignara, mentre resta avviluppata da troppi equivoci tecnici e tattici e fatica a trovare un modus vivendi e operandi che garantisca un minimo di stabilità e coerenza di gestione e di scelte. Il problema è che a furia di fare giri di valzer e giocare alle poltrone musicali, nel cuore della stagione la zona retrocessione è sempre più vicina, mentre come al solito il mercato di gennaio sta per diventare quello di febbraio e di veri rinforzi non se ne vedono. Si assiste invece ad un susseguirsi di rassicurazioni e tranquillizzanti dichiarazioni che sembrano tanto un velo pietoso per nascondere una situazione pericolante e caotica. Chi si industria tanto per vendere fumo e spacciare paccottiglia per oro dovrebbe dare ascolto a Platone: ''la bellezza è lo splendore del vero; l'armonia è il ritmo dell'universo che si oppone al caos''. Chissà che un poco di filosofia non possa tornare utile a questo sgangherato assemblaggio che ci si ostina a chiamare Torino.
Il Toro, il giornalismo e l'Europa da sempre nel cuore. Degli ultimi due ho fatto la mia professione principale; il primo rimane la mia grande passione. Inviato, corrispondente, poi portavoce e manager della comunicazione per Commissione e Parlamento Ue, mi occupo soprattutto di politica e affari europei. Da sempre appassionato di sport, mi sono concesso anche qualche interessante esperienza professionale nel mondo del calcio da responsabile della comunicazione di Casa Azzurri. Osservo con curiosità il mondo da Bruxelles, con il Toro nel cuore. Mi esprimo a titolo esclusivamente personale e totalmente gratuito.
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