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Granata dall'Europa

Incanto e disincanto

Michele Cercone Columnist 
Torna "Granata dall'Europa", di Michele Cercone: "La vergognosa lezione rimediata a Como - per quanto imputabile ad un allenatore nel pallone e a una squadra di giocatori e uomini mediocri..:"

La vergognosa lezione rimediata a Como - per quanto imputabile ad un allenatore nel pallone e a una squadra di giocatori e uomini mediocri - mette soprattutto a nudo gli enormi problemi di gestione del Torino FC, ed è il punto di caduta inevitabile di una società che da oltre vent'anni continua ad avvitarsi in una spirale fatta di pressappochismo, mancanza di qualità e incapacità di capire il mondo del Toro. Imprenditore di successo in altri ambiti, Cairo ha trovato nel calcio la sua kriptonite.  Per quanto provi a far avanzare il carrozzone sbilenco che ha messo insieme, il risultato è un affannoso girotondo in un labirinto costruito su due decenni di approcci e scelte sbagliati. Le figuracce di Baroni e compagni sono solo la punta di un iceberg minaccioso, che alla base fa intravedere tempi ancora più cupi, con pochi soldi mal spesi, nessuna plusvalenza con cui sanare i bilanci e l'ombra della retrocessione che si fa sempre più minacciosa. In fondo si tratta di uno scenario già tracciato da tempo, che è la conseguenza diretta delle scelte disincantate fatta a monte. Piaccia o meno, il mondo-Toro è fatto di tifosi, di storia e di simboli. Il vero errore di fondo è stato pensare di gestire come un normale business la società che dovrebbe incarnare questo mondo impalpabile, ma reale e concreto nella fede di centinaia di migliaia di persone. C'è un elemento di fondo che unisce tutte le società calcistiche professionistiche di successo: la celebrazione del proprio epos, ossia del proprio racconto solenne. I musei della squadra, i documentari, i campioni storici, le celebrazioni delle ricorrenze, la presenza mediatica, sono tutti elementi che costruiscono il tessuto epico e l'insieme di valori di cui i tifosi hanno bisogno per celebrare la comunione di fede che fa della loro squadra del cuore un elemento mitico (ossia simbolico) e mistico (ossia iniziatico). Il calcio è una strana forma di religione, da intendere nel senso latino di cura del sacro e rispetto dei riti.

Come tutte le forme religiose la fede calcistica lega  (non a caso la radice è ''re-ligo'') il tifoso alla propria squadra attraverso il solenne racconto epico, il mito fondante e la mistica dell'appartenenza. Per chi tifa Toro questi elementi si riassumono abbastanza facilmente: il mito fondante è il Grande Torino, il solenne racconto epico è la tragedia di Superga, la mistica dell'appartenenza si snoda attraverso gli uomini-Toro e i valori-Toro. Valentino, Pupi, Ferrini, la sedia di Mondonico, il quarto d'ora granata, le giovanili di Vatta, indiani contro cow-boys: tutti questi (e molti altri) elementi rappresentano le radici fondanti dell'epopea e della tradizione granata. Diversamente da tutte le altre squadra, il Toro presenta poi una caratteristica unica: la lotta ingaggiata con il destino avverso che ne mette costantemente in pericolo l'esistenza e che fa dei tifosi granata una sorta di templari il cui compito è quello di tenere accesa la fiaccola contro tutto e tutti. Di fronte a questa sorta di delirio filosofico-religioso si possono scegliere due strade: l'incanto o il disincanto. Chi è benedetto dall'incanto della fede granata accetta il suo ruolo di custode del sacro contro tutto e tutti, e sa che i suoi criteri di vittoria o sconfitta non potranno mai essere quelli soliti. La vittoria della Fenice non è volare più in alto, ma perpetuare la propria esistenza. Chi sceglie il disincanto invece vive il distacco con cui un ateo osserva una funzione religiosa, chiedendosi come mai esseri raziocinanti perdano tempo in cose tanto sciocche. Così come un ateo non dovrebbe entrare in chiesa, chi non conosce l'incanto granata dovrebbe astenersi dal giudicarlo, figuriamoci dal provare a diventarne parte. Il peccato originale del Torino FC e del suo presidente sta proprio in questo: pensare di poter possedere e gestire con disincanto un bene tanto impalpabile e prezioso di cui non si riesce a capire la vera natura.

Dopo il fallimento la priorità non erano i giocatori, i palloni o la rosa, e neanche la discontinuità aziendale o gli investimenti. Quello che davvero contava era l'incanto, il perpetuare l'esistenza di un'idea fragile, riannodando il filo spezzato con la storia attraverso la leggenda granata. Si è assistito invece ad una dicotomia lacerante: storia, valori e leggenda sono rimasti nei cuori dei tifosi, mentre il loro simulacro ha preso la forma del Torino FC, il cui destino non può essere che quello di diventare sempre più un involucro senz'anima. Quello a cui assistiamo oggi non è che il compimento di una storia già scritta, in cui incanto e disincanto viaggiano lungo rette parallele destinate a non incontrarsi. Non è la prima volta che succede nella storia del Toro, e probabilmente non sarà l'ultima. Sulla resilienza e sulla resistenza abbiamo fondato la nostra leggenda, dimostrando che alla fine il disincanto finisce con l'implodere su se stesso, mentre anche nei momenti più  bui l'incanto non smette di generare nuove scintille granata.

Il Toro, il giornalismo e l'Europa da sempre nel cuore. Degli ultimi due ho fatto la mia professione principale; il primo rimane la mia grande passione. Inviato, corrispondente, poi portavoce e manager della comunicazione per Commissione e Parlamento Ue, mi occupo soprattutto di politica e affari europei. Da sempre appassionato di sport, mi sono concesso anche qualche interessante esperienza professionale nel mondo del calcio da responsabile della comunicazione di Casa Azzurri. Osservo con curiosità il mondo da Bruxelles, con il Toro nel cuore. Mi esprimo a titolo esclusivamente personale e totalmente gratuito.