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tor columnist Lavagnetta Granata: Toro, non sarà il tuo anno…

Lavagnetta Granata

Lavagnetta Granata: Toro, non sarà il tuo anno…

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“Nuovo anno nuovi inizi”, o almeno così dicono. Ma in casa granata seppur sia iniziato un nuovo anno il copione rimane sempre lo stesso, con il rischio che la delusione lasci spazio a qualcosa di peggio: l’indifferenza.
Riccardo Levi

Entzauberung der Welt: queste le parole con cui il filosofo tedesco Max Weber, nel 1919, descrive il disincantamento del mondo. Per riassumere il concetto in poche parole, ciò che Weber intendeva era il fatto che nel mondo moderno non ci fosse più posto per la magia, ma solamente per la razionalità. Ed è infatti attraverso il gioco del calcio che, almeno per 90 minuti, le persone si scordano tali teorie e tornano a sognare come fossero bambini. Ciò che sta accadendo oggi al popolo granata non può essere infatti fatto passare come una semplice fase negativa. Perché a poco più di cento anni dalle riflessioni di Weber, il disincanto sembra aver raggiunto anche ciò che per sua natura dovrebbe esserne immune: il Torino. Una realtà che, per definizione, non è mai stata razionale. Un toro non calcola, non pianifica, non attende: si scaraventa contro l’ostacolo, incarna un’emotività pura, viscerale, fatta di forza, appartenenza e istinto. Ed è forse proprio in questa irrazionalità che vive quello che da anni i tifosi chiamano a gran voce come “Spirito Toro”, quel vecchio cuore granata da risvegliare. Il problema è che oggi, tutto questo, sembra sgretolarsi prima ancora di fare i conti con la realtà. Non si tratta solo di risultati o classifiche, ma di qualcosa di più profondo: della progressiva perdita dell’identità emotiva che da sempre ha contraddistinto i granata, della sensazione che anche uno degli ultimi spazi in cui era concesso essere irrazionali stia cedendo alla rassegnazione. E quando nemmeno il Toro riesce più a “incornare” cieco contro il mondo, allora il disincanto non è più un concetto filosofico, ma una ferita aperta più grande di quanto non si immagini. So di poter sembrare ripetitivo insistendo su questo concetto, ma è necessario approfondirlo. Perché il calcio, prima ancora di essere tattica, risultati o lucro, è emblema di gioia ed emozioni allo stato puro, soprattutto nel tifo. Il tifo è qualcosa che non si spiega razionalmente: è un legame che spesso nasce quando si è troppo piccoli per comprenderlo davvero, ma consapevoli abbastanza da sentire che quella passione accompagnerà un’intera vita. Il Toro non si sceglie, si tramanda. E proprio per questo è unico.

Ogni volta che una persona guarda una partita di calcio, forse, in fondo, lo fa per tornare quel bambino spensierato che guardava le partite con suo padre. Perché, a prescindere da tutto, associa inconsciamente la nascita della propria passione a qualcosa di positivo. Ed è per questo che le emozioni contano più dei risultati: anche nella sconfitta, anche nella rabbia, anche nella delusione. Perché sono emozioni. Perché ci fanno sentire vivi, parte di qualcosa di più grande, uniti da una causa che va oltre il singolo individuo. Ed è proprio qui che nasce la vera paura. Perché l’idea che il disincanto e la razionalità possano raggiungere un’intera realtà come quella del Torino non è più astratta: è ciò che sta accadendo. L’opposto dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Perdere una partita genera rabbia, frustrazione, dolore, ma genera qualcosa. Lo racconta perfettamente anche il cantante Bresh in Guasto d’amore, una dedica al Genoa che descrive meglio di qualsiasi analisi cosa significhi tifare: “Ho un guasto d’amore se vedo il Grifone, mi trema la pancia e mi vibra la voce”. È questo il punto: il tifo è un corto circuito emotivo che ti scuote dentro e a prescindere da tutto ti fa sentire vivo. L’indifferenza, invece, è il vuoto. Ed è questo il pericolo più grande che il popolo granata sta vivendo. Questa tifoseria che, anno dopo anno, si sta rimpicciolendo proprio perché si tramanda di padre in figlio: se i padri smettono di provare emozioni, non ci saranno figli pronti a ereditarle. E questo sarebbe infinitamente più grave di qualsiasi sconfitta, di qualsiasi classifica, di qualsiasi stagione sbagliata. Sarebbe la sconfitta definitiva di ciò che il Toro ha sempre rappresentato.

Testa a martedì

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Il tredici gennaio, all’Olimpico della capitale, si giocheranno gli ottavi di Coppa Italia fra Roma e Torino in quella che, per i granata, più che una semplice partita: è l’ultimo scoglio a cui potersi aggrappare nell’ennesima stagione che rischia di scivolare di nuovo nella sterile metà classifica, figlia di una pianificazione disastrosa. La speranza sarà sempre l’ultima a morire, ma il vero obbiettivo sarà un altro: non lasciare che questa possa spegnersi.