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Lavagnetta Granata: Una possibile quadra?
Era sotto gli occhi di tutti che il Torino di Baroni non avesse delle idee chiare in testa. Una squadra lunga, confusa, spesso incapace di leggere i momenti della partita e di interpretare le richieste dell’allenatore. Sono stati mesi pieni di cambiamenti in tutto, sistema di gioco, schema, direttori e un continuo ballottaggio di formazioni. Proprio per questo l’arrivo di D’Aversa sembra aver portato qualcosa di diverso, forse meno raffinato ma decisamente più concreto: disciplina, grinta e soprattutto ordine. E, a volte, è proprio da qui che bisogna ripartire.
Il calendario sicuramente non sorride al nuovo allenatore granata che, dopo aver trovato Lazio, Napoli e Parma, nel weekend vede i suoi impegnati a San Siro contro un Milan, nel vero senso della parola, indiavolato. Nonostante tutto però Roberto D’Aversa, reduce da un anno senza allenare, si è dimostrato pronto a dare identità ad una squadra che non aveva ancora trovato una singola soluzione in mesi di allenamenti. Sicuramente ci va tempo e commentare l’operato del nuovo allenatore granata ad oggi è precoce, specialmente considerando l’arrivo a stagione in corso. La squadra però, sotto la sua guida, ha risposto presente e nelle ultime tre è riuscita a collezionare ben 6 punti con addirittura una vittoria di misura per 4-1 nell’ultima contro il Parma. Il dato più evidente è uno: il Torino torna a segnare quattro gol in una singola partita, evento che mancava da davvero troppo tempo e che, da solo, basta a far capire quanto questa squadra fosse bloccata mentalmente prima ancora che tatticamente. Ma non è solo una questione di numeri.
Ciò che si sta vedendo queste ultime settimane in campo è stato un Toro diverso nell’atteggiamento: più compatto, più dentro la partita e soprattutto più squadra. Lo spogliatoio dà finalmente segnali di unità professionale, e non è un dettaglio. In una stagione così travagliata, con una contestazione costante e un ambiente tutt’altro che sereno, riuscire a vedere undici giocatori che finalmente lottano insieme è già un punto di partenza importante. Dal punto di vista tattico, la sensazione è che i ruoli stiano iniziando a definirsi con maggiore chiarezza. Non si vedono più quei continui adattamenti forzati, posizioni ibride e continui stravolgimenti di formazione. Ognuno sembra sapere cosa fare, quando farlo e soprattutto dove stare in campo. Un aspetto che può sembrare banale, ma che nel calcio di oggi fa tutta la differenza del mondo.
Questo non significa che i problemi siano spariti, tutt’altro. Le lacune strutturali restano evidenti, così come rimane forte l’incertezza legata al futuro. Il Torino continua a essere una squadra fragile e che paga ancora errori evitabili sia a livello individuale che collettivo. Eppure, proprio per questo, un finale di stagione positivo può avere un peso specifico enorme. Non tanto per la classifica, il cui unico scopo è salvarsi, quanto per costruire una base credibile da cui ripartire. Al Torino, negli ultimi anni, è sempre mancata la continuità: ogni stagione è stata un ricominciare da zero pur mantenendo lo stesso allenatore, il risultato era infatti già scritto: mediocrità e una continua altalena di risultati.
In tutto questo, però, resta un elemento che sovrasta ogni discorso tecnico o tattico: la società. È inutile girarci attorno, il peso più grande della bilancia resta nelle mani del presidente e delle sue intenzioni. Perché si può parlare di moduli, di allenatori e singoli, di interpretazioni e di crescita quanto si vuole, ma finché il progetto sportivo resta legato a dinamiche esterne al campo, mancanza di programmazione e continui progetti a breve termine il rischio è sempre quello, costruire su fondamenta instabili. Il Torino di oggi sembra aver trovato una possibile quadra, o quantomeno un punto da cui ripartire. Ma capire se sia davvero un nuovo inizio o solo un momento isolato dipenderà da ciò che accadrà fuori dal campo tanto quanto da ciò che vedremo dentro.
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