Era metà agosto quando il Torino inaugurava il suo campionato subendo cinque reti in casa dell’Inter. Dopo cinque mesi, le cose non sono cambiate: il risultato tennistico subito a Como deve destare vergogna, perché è la dimostrazione plastica di tante cose. Anzitutto, la squadra è formata da giocatori certamente con poca qualità - perché è pacifico come la rosa sia stata costruita senza criterio dalla direzione sportiva precedente -, ma soprattutto con poco carattere e ancor meno amor proprio. Dopodiché viene l’allenatore, colui che manda in campo i giocatori e li prepara. Il suo operato confuso e arruffone risulta inefficace. Stucchevole sentire Baroni parlare di lavoro come unica soluzione, a girone di ritorno ormai inoltrato; stupefacente come non sia (ancora?) stato messo in discussione dal presidente. Il quale, come sempre, è il primo responsabile nel bene e nel male di tutto ciò che accade, essendo colui che comanda. Non si capisce perché non si sia ancora stufato di subire umiliazioni come quella di Como. Chiedere di correre ai ripari sul mercato è il minimo, perché in ballo c’è prima di tutto la salvezza, chiaramente l’obiettivo di questa annata. Ma è opportuno anche valutare sul serio scelte più radicali riguardanti la sua gestione, non nuova a figuracce di questo tipo. Il Torino, una delle società più gloriose del calcio italiano, merita molto di più.
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