“Sono fatto di cose rotte tenute

loquor
Il calcio ha bisogno della sua “Frattura”
insieme da fragili preghiere”
Fabrizio Caramagna
“Sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima. Questa finzione era utile. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto: siamo nel mezzo di una rottura e non di una transizione”. Fermo questo passaggio del video, dopo averlo rivisto più volte, dell’epocale intervento del premier canadese Mark Carney al forum di Davos. Lo fermo e mi metto a pensare a cosa si sia riferito veramente il politico canadese quando ha parlato di rottura. Cosa ci ha voluto dire?
È dalla fine degli anni 90 che avverto il calcio italiano come intento in un periodo di transizione; gli anni sono passati, veloci, e la sensazione è che questa transizione si sia fossilizzata in qualcosa di permanente. I campioni d’Italia del Napoli sono stati eliminati dalla Champions League non per lo scarto di un refolo di punti, ma piazzandosi al trentesimo posto. Il Pafos, club cipriota di volenterosi del pallone, si è classificato al 26esimo posto. La transizione al ribasso del calcio italiano continua senza sosta, e più che ad una rottura pare un “Giorno della Marmotta” del film Ricomincio da Capo (dove Bill Murray è un cinico giornalista costretto per uno strano sortilegio a rivivere sempre lo stesso giorno), in cui la disfatta della battaglia di Waterloo si ripresenta ogni volta che suona la sveglia al mattino. Nella conferenza stampa del dopo partita Napoli-Chelsea, dove l’unica nota lieta per i campani è stata la prestazione di Antonio Vergara (autentico balsamo per il futuro della Nazionale), Antonio Conte ha ammesso candidamente (il suo evidente tentativo, goffo, era di giustificare l’eliminazione dalla Champions a causa della lunga lista di infortunati) che il talento di Frattaminore non avrebbe mai giocato se gli infortunati eccellenti non si fossero infortunati. Vergara ha 23 anni, quindi non proprio un giovane di primo pelo, e dunque se la sorte non avesse riversato la sciagura sul Napoli, probabilmente avrebbe passato tutto l’anno in panca. Si dice sempre che gli allenatori bisogna lasciarli fare, perché loro “vedono” durante la settimana i giocatori in allenamento e noi no. C’è da chiedersi cosa abbia visto Conte, per non vedere per tanto tempo uno che ha fatto un gol contro il Chelsea di rara bellezza e audacia tecnica.
Vergara per diventare un punto fermo dei Campioni d’Italia ha dovuto attendere l’ecatombe; se quest’ultima non fosse avvenuta, probabilmente l’anno prossimo il Napoli lo avrebbe mandato in prestito di nuovo in Serie B a quasi 24 anni: “il ragazzo deve crescere” sarebbe stata la solita giustificazione. Tutto continua ad essere transizione, un’attesa di sbocciare, come Alessio Cacciamani dal Toro mandato in prestito alla Juve Stabia, dove sta facendo molto bene, per affidarsi ad Zapata che di immobile (magari fosse stato Ciro) non ha il nome, ma il fisico martoriato da un grave infortunio dove alla sua età è davvero difficile riprendersi. Ma deve crescere anche Cacciamani, e i tifosi applaudono perché pare davvero una osservazione acuta in un Paese ammalato di fascinazione per la geriatria. La transizione comprende anche l’eterna attesa di valanghe di arabi e fondi americani planare in Italia per comprarsi club calcistici indebitati fino al collo, in una Serie A affossata nell’immobilismo istituzionale e vocazionale. E se allo sport togli lo spirito vocazionale, rischia rimanere ben poco oltre allo spettacolo da mandare in scena per fare cassa. Una cassa prodiga a fare utile netto solo per i conventuali, nonostante i ricavi di un convento ridotto allo status di povero imperituro. Siamo anche qui alla transizione? Chissà.
Di certo non siamo come in Francia dove i governi, di qualunque colore, provano a fare “sistema” delle attività crocevia non solo del mondo dell’impresa, ma anche di tutto ciò in cui passa il comune sentire dei francesi. Davanti al crollo economico della Ligue 1, il governo ha ripetuto l’operazione fatta con il Qatar e il Paris Saint Germain nel 2011: ha invitato Bernard Arnault, una delle persone più ricche del mondo, a prendersi cura delle sorti del “Paris FC”, per cercare di creare un’altra realtà economicamente positiva del calcio della Ligue 1. Arnault non è nuovo nelle operazioni di soccorso quando la patria chiama, lo fece già in passato con il gruppo di distribuzione di generi alimentari “Carrefour”, salvato quando ormai i suoi libri contabili erano in tribunale, e poi risanato.
La politica attenta a richiamare il capitalista alle sue responsabilità, come nel caso di Arnault, è presente anche nell’Enciclica Rerum Novarum, dove il capitalista viene ammonito a non essere solo “un mero accumulatore di profitto”, ma anche “un soggetto morale tenuto a garantire la giustizia sociale”. In Italia i governi, anche qui di ogni colore, hanno dimenticato quanto fare “sistema” sia uno dei loro principali doveri, e hanno abbracciato la teoria economica del “laissez faire”, che da noi si è subito trasformata nel più popolare “tana libera tutti”, supportata da storytelling di massimi sistemi internazionali, facili occasioni, rispetto ai problemi di casa nostra, di entusiasmo delle piazze e di risse parlamentari. In una vulgata di governo ridotto ad essere una replica dello “Sceriffo di Nottingham”, e quindi proteso solo ad occuparsi di far cassa con tasse abnormi (fantastico è l’aumento delle accise sul gasolio) per pagare debiti su debiti da esso stesso scriteriatamente contratti, uno dei manifesti segnali di aver perso contatto con la realtà del Paese è proprio il suo non chiamare al tavolo i corpi intermedi per provare a progettare una ipotesi di gestione della crisi, per poi risalire.
Si dirà: “abbiamo molti problemi di cui occuparci. La Russia di Putin sta per invaderci, e la Cina sta puntando i missili contro di noi”, siamo, in parole povere, in una transizione bellica. O almeno così la politica italiana, tutta, la vede. Si chiacchiera in parlamento, si chiacchiera nelle piazze, si chiacchiera nei salotti, perché abbiamo inteso il periodo della transizione come quello del cortile del quadrilatero di fabbricati da edilizia popolare della prima metà del 900: la pettegola del cortile fa la cocchiera delle chiacchiere, e dà il via quindi all’animosità verbale. Capita così, visto il clima ciarliero, che un imprenditore come Leonardo Maria Del Vecchio, uno dalla chioma lunga e la barba da Nazareno, non scelga, per investire gli ingenti capitali lasciategli in eredità dall’ingegno del padre, il “Golgota” dell’impresa, ma il falò delle vanità delle chiacchiere: compra il 30% de Il Giornale e la quota di maggioranza del Gruppo Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino, QN): “il nostro impegno – ha dichiarato il ‘Nazareno’ – è investire con capitale paziente”. Questa del “capitale paziente” è bulimia da metonimia, narcisismo conclamato delle figure retoriche.
Forse, e dico forse, da “Palazzo Chigi” una chiamata al “Nazareno” avrebbero potuta farla per invitarlo ad acquisire “Missoni”, costretta a cedere agli americani il marchio perché impossibilitata nell’espandere la propria attività in Asia e Nord America, causa mancanza di capitali. Ma no, meglio lasciare fare ad un mercato di nome più che di fatto, meglio far fluire capitali nelle chiacchiere. Lo ha già fatto con molta soddisfazione Urbano Cairo, che della filosofia della transizione non è il Re bensì l’Imperatore, felice di animare salotti e kermesse con la sempiterna aurea da venditore di spazi pubblicitari.
Nella sua recente intervista a “TN”, Mauro Berruto ha sottolineato come lo stadio sia “imprescindibile per poter aumentare il proprio appeal (del Toro)… i progetti sportivi si strutturano sulla casa, è una delle fondamenta su cui si basano i risultati, ce lo insegnano i nostri vicini… parlo da tifoso”. Voglio bene a Mauro Berruto, è un “fratello” che eccelle in molte cose della vita e ciò mi riempie di orgoglio (alla proiezionista del film Nuovo Cinema Paradiso), ma vorrei ricordargli, mi perdonerà l’impertinenza, come lui non sia un semplice tifoso o un passante, non è una transizione ma dovrebbe ambire ad essere la frattura di cui parla Carney: caro Mauro, tu sei un parlamentare della Repubblica e membro della Segreteria Nazionale del Partito Democratico con delega allo sport. Forse non sarebbe male tu facessi una telefonata al Ministro dello Sport Andrea Abodi, per sedervi uno di fronte all’altro e cercare di capire perché Urbano Cairo e Claudio Lotito non comprano quella casa dei tifosi che tu auspichi. Lo dovresti fare non fosse altro perché tu sei tifoso del Toro e Abodi della Lazio: pare quasi un segno del destino. I tifosi che contestano, sfilano, domenica diserteranno la “Curva Maratona”, non possono essere lasciati da soli nel tentativo di provocare una frattura. Da soli non ce la possono fare, hanno bisogno dell’aiuto della politica per far ritrovare il senno e il senso di responsabilità sociale ai presidenti. Caro Mauro, non puoi assistere inane al “laissez faire” nel calcio, proprio non puoi farlo. Abbiamo bisogno di uscire dalla transizione, abbiamo bisogno della “frattura”: il calcio e il Paese non hanno altra scelta.
Di Carmelo Pennisi
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