“Alla fiera dell’est, per due soldi

loquor
Il mercato di gennaio: l’inverno del nostro scontento
un topolino mio padre comprò”
Angelo Branduardi
Vivo circondato da libri, mi assediano senza sosta questi ghirigori dell’intelletto, assoluta riproposizione achea dell’assedio di Troia. Ogni giorno, osservandoli fare capolino dalla cintura di libreria che corre sulle pareti, spero sempre di trovare un grande cavallo di legno spiaggiato e in attesa di vendetta sui miei desideri passati, presenti e futuri. Eppure i libri, per quanto onnipresenti e ostili alla mia quiete, non riescono a farmi vedere il mondo dell’anno che verrà, e non vale la pena nemmeno fare un proposito dato che, come ricorda un detto “yiddish”, nel momento in cui noi pianifichiamo Dio ride. Non posso nemmeno prendermela con Lui, Dio, perché è appunto l’Onnipotente. Puoi fare qualcosa contro l’onnipotenza? No che non puoi farlo, anche Gianni Brera, fine elettore del tempo a Dio, ammetteva il suo inesorabile ghigno da giustiziere. E mentre l’ipotetico si mescola con il trascendente e attende che la prassi dia almeno un po’ di algebrica a definire non dico la realizzazione dei sogni ma almeno la fine degli incubi, la riparazione di gennaio del calcio si colora di parole e intenzioni che da sempre rendono lo sport della pedata una passione tra l’ossessione e l’esistenzialismo letterario. Il calcio è come il blues, ovvero maledizione e preghiera nello stesso tempo, dove l’ossimoro cessa di essere ossimoro e persino paradosso di sentimenti, e spera in una svolta, proveniente dal cielo o dal caso non importa, che torni a far parlare di sé come un miracolo delle genti e dei riti di felicità. Nel calcio di strada e da cortile della mia infanzia, il “mercato” era l’operaio appena trasferito tra i miei caseggiati (i più colti lo chiamerebbero l’isolato) bosco orizzontale della sociologia industriale, gravido di figli maschi potenzialmente adatti ad alzare il tasso tecnico della squadra, determinata come “I Ragazzi della Via Pal” di Ferenc Molnar.
LEGGI ANCHE: Il Toro, la mistica, Gianluca Petrachi
Il gennaio del calcio, invece, è un guardarsi con il sospetto dei giocatori da poker, con l’inquietudine onnipresente che con una banale “doppia coppia” qualcuno possa portarti via tutta la posta in palio. Tu non vuoi essere il tanto declamato pollo, in cinema e letteratura, seduto al tavolo da gioco, vuoi essere quello scaltro e creativo a cui aspira Urbano Cairo, e non solo lui a dire il vero anche se il presidente del Toro lo ha ammesso pubblicamente in una conferenza stampa. Ci sono pochi soldi in circolazione, anche per il fatto che l’ultimo miliardario munifico nell’immettere moneta nel circuito calcio filo italiano è stato Massimo Moratti, e pare che alla fine dei giochi ci abbia rimesso un miliardo di euro del suo patrimonio personale. Ma Moratti era ammalato di devozione alla memoria del padre Angelo e di amore neroazzurro senza confini, era in parole povere un mecenate del cuore e dell’anima. La Champions League portata a casa da Josè Mourinho e i suoi ragazzi devono avere giustificato la sua intera vita, e si capisce che il calcio può sopravvivere e persino prosperare quando è l’immateriale a prendere il sopravvento. Il linguaggio dei numeri è freddo, voluto da qualche Fantozzi ragioniere scopertosi fine revisore dei conti, che voleva impresa al posto del mecenatismo cieco e adolescenziale, e ha ottenuto il solo risultato di immergere il calcio ancora di più nei debiti.
LEGGI ANCHE: Qualcuno vuole la Juventus. Qualcuno vuole il Toro?
Se si guarda all’esperienza tragica in corso d’opera nella Ligue 1 francese, è facile rendersi conto dello smarrimento del calcio, dove un ricco, il Paris Saint Germain, può vivere tra poveri e sempre prossimi al fallimento, ma anch’essi pronti a tuffarsi nel gennaio delle quasi promesse di resurrezione. Tutto avviene in conseguenza di qualcosa, solo che siamo arrivati al punto di non riuscire più dare una forma o una identità a questo qualcosa. Esso ha ridotto persino il gigantesco Barcellona un colabrodo finanziario, tanto da giungere a chiedere a Robert Lewandowski, sul finire della stagione 2022/23, di smettere di segnare per evitare di pagare un bonus di trasferimento a lui e al Bayern di Monaco. Creatività o disperazione di bilancio, questa attuata da Joan Laporta? Il gennaio del calcio riconduce tutto alla realtà essenziale dell’emergenza, dove è ancora più chiaro quanto i Quarti di Nobiltà siano molto più prevaricanti del solito sui peones, i miserabili, l’aristocrazia decaduta, con l’immortale supponenza volgarmente realistica del Marchese del Grillo: “io so io, e voi non siete un ca**o”! Si lavora con premesse e promesse, dove le prime sono le cambiali verbali delle seconde, qualcosa che dovrebbe convincere l’interlocutore a dare credito a quanto gli si sta proponendo.
LEGGI ANCHE: Il ritorno di Gianluca Petrachi
I tifosi scalpitano, sognano, alla fine il più delle volte si incazzano, perché non esiste dato di realtà nella passione del tifoso, il quale è stato proiettato nel futuro del calcio, e di esso convinto ad esserne adepto, senza averlo preparato ad accettarne i nuovi usi e i nuovi costumi. “Sto alienandomi dal calcio. Me ne sto umanamente stufando. Ho qualche rimorso a dire il vero”, scrisse una volta Gianni Brera, che del calcio non è stato cantore ma straordinario osservatore aduso ad usare gli strumenti da medico legale: ogni volta lo metteva su un tavolo da obitorio, e lo vivisezionava per capire per quale motivo ne fosse arrivato il decesso. Il problema era che il maledetto, il calcio, risorgeva puntualmente come il Lazzaro evangelico, e così continua a fare anche nel terzo millennio dove pare siano finiti i racconti per lasciare spazio al “dissing” da social. Se te ne occupi professionalmente è facile avere la tentazione di mettere distanza tra te e il calcio, poiché è costantemente in attesa dietro l’angolo il momento in cui lo stupore viene sostituito dalla noia dall’essere costretti a parlare sempre delle stesse cose e degli stessi vizi. “Il calcio è motivo di altri e ben più sgradevoli transferts”, continua nel suo rigurgito verso l’arte pedatoria il grande giornalista/scrittore prestato allo sport, e c’è da chiedersi davvero quale aspettative riversiamo oggi noi tifosi sul gioco più seguito al mondo. Cosa ci manca talmente tanto da chiedere al calcio di sanare la ferita procurata da questa mancanza. Le esigenze affettive primarie sono sempre le stesse sin dai tempi in cui l’umanità viveva nelle caverne chiamandole case, ma forse ci manca il ricordo esperienziale pratico per mettere insieme le vicende dello sport più ancestrale e mistico del mondo con le nostre vicende. Non si gioca più per strada e quindi affrontando la paura dello spazio non delimitato e confortevole, non si fa la prima nuotata nel fiume Po, come ricorda sempre Brera, per iniziarsi al coraggio e all’abilità unita al sacro timore reverenziale per la forza del fiume, e quindi manca l’anello di congiunzione tra esperienza ed emozione.
LEGGI ANCHE: La presenza/assenza di Urbano Cairo allo stadio
Il comfort sta forse uccidendo il calcio? Chissà… intanto oltre alla strada manca quel tanto d’acqua nel Po per averne timore, al posto della funesta corrente teorema di timori e palpito di ardimenti per i giovani di un tempo, oggi c’è la desolazione della siccità estiva, che ha ridotto la maestosità liquida a triste rigagnolo. Pare tutto la metafora della nostra attuale Serie A. Da tifoso del Toro dell’era Cairo non ho molte aspettative, anche se parecchie le reprimo non appena si appalesano: un forte difensore centrale, un portiere che pari senza tremare, un esterno basso che corra con giudizio e sappia dal fondo della linea del campo, dove la fine del fiato fa a volte presagire cosa sarà l’attimo prima della morte, sappia fare un cross utile all’attacco della mia squadra del cuore, l’unica cosa al momento da salvare da questa ennesima stagione dal canto strozzato, per cercare concretamente di gonfiare la rete avversaria. Auguriamo, quindi, ai direttori sportivi di essere sì creativi, vista l’assenza di denaro sonante, ma di tenersi lontani dalle “difficiles nugae”, locuzione che i latini usavano per indicare le cretinate difficili. La furia vendicativa achea non avrà mai il mio rifiuto del calcio, nonostante so bene quanto stia cercando il giusto cavallo di legno per avere lo scalpo delle mie speranze e dei miei desideri. Il mio Toro sfida la ragione e la conoscenza, butta in aria tutti i libri e il loro tentativo di farmi divenire scettico, e fino ad oggi sono riuscito a vincere ogni loro tentazione di resa al fato avverso. Aspetto lo scorrere di gennaio con l’entusiasmo degli uomini davanti al tepore del fuoco appena scoperto: voglio credere che la mia vita sarà migliore. Che sia un buon anno di lotta e di stupore.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
Disclaimer: gli opinionisti ospitati da Toro News esprimono il loro pensiero indipendentemente dalla linea editoriale seguita dalla Redazione del giornale online, il quale da sempre fa del pluralismo e della libera condivisione delle opinioni un proprio tratto distintivo
© RIPRODUZIONE RISERVATA


/www.toronews.net/assets/uploads/202304/e1b890e899df5c4e6c2c17d60673a359.jpg)