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Il Milan negli Epstein files

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Torna Loquor, di Carmelo Pennisi: “...il mercato della compravendita dei club calcistici è un mercato decisamente atipico, pieno più di ombre che di luci”
Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 

“La vita di ogni comunità esige che si combatta fino in fondo il cancro della corruzione”

Papa Francesco

Nel pantano del tracollo etico/morale globale della vicenda degli “Epstein-files”, c’è anche spazio, riguardo l’Italia, per una vicenda calcistica, ovvero quella legata alla complicata, e ancora oggi nebulosa, cessione del Milan da parte della famiglia Berlusconi. Siamo nell’estate del 2018, e Yonghong Li, un pittoresco uomo d’affari cinese oggi scomparso da tutti i radar a causa dei suoi guai finanziari da semigenio della truffa, ha trascinato nel caos economico/organizzativo la gloriosa società rossonera e non ha i soldi da restituire al “Fondo Elliot”, soldi che furono prestati a Yonghong Li per effettuare il “closing” nel 2017 per prendersi il Milan dai Berlusconi. Il club meneghino da tempo è sotto osservazione dalla rete finanziario/lobbistica messa in piedi da Jeffrey Epstein, che per qualche ragione  si attiva al fine di trovare un interesse di investimento per “una opportunità unica per acquisire l’ultimo super club europeo rimasto”. Così almeno racconta il documento  della società di consulenza “Keffi Group”, advisor del dossier Milan. Occorre a questo punto fare una precisazione: il mercato della compravendita dei club calcistici è un mercato decisamente atipico, pieno più di ombre che di luci. Un mercato atipico che, escludendo la “Premier League” ormai divenuta un pianeta decisamente parallelo rispetto a tutto il contesto del calcio europeo, sovente si muove esclusivamente di fronte a stati di crisi finanziarie conclamate. Sono rari i casi in cui dei club in salute passino di mano a livello proprietario, questo perché ci si trova sul serio di fronte davvero ad un settore che dell’atipicità ne ha fatto un segno distintivo. Facile e spericolato, lo ripetiamo per l’ennesima volta, aver fatto diventare delle società a scopo di lucro delle situazioni para imprenditoriali che avrebbero avuto bisogno di una legislazione a se stante accurata, considerato ci si trovi davanti a delle realtà da “bene comune”.

Ma questo è un discorso talmente vecchio, ed evidentemente da molti, a partire dalla politica, non ancora compreso, che ormai diventa estremamente faticoso continuare a ripetere i perché e i per come nei dettagli. Per cui andiamo avanti. Per capire cosa stava succedendo a quel tempo attorno al Milan, e per cercare di ipotizzare l’interesse da mediatore di Epstein sulla vicenda, delineiamo alcuni particolari della storia della “Elliot Management Corporation”. I fondi in genere non sono mai un ritrovo da educande, e questo perché il loro lavoro consiste sostanzialmente nel far transitare soldi, per fare altri soldi. E quando il risultato è così, diciamo, impersonale, bisogna dimenticarsi parole come “rispetto”, “memoria”, “tradizione”. Tutte cose solitamente legate allo sport in qualità di valori fondanti. Per molti ciò appare mero esercizio retorico, la società non è cambiata solo nei sui valori di modalità di produzione ma anche nella percezione del giudizio che noi abbiamo di essa. Abbiamo fatto del cinismo una necessità per spiegarci il mondo, per non apparire sprovveduti a noi stessi e agli altri. Essere social vuol dire anche aderire al razionalismo della bontà(tradotto: al politicamente corretto), oppure ad una esagerata aderenza all’empatia verso il complottismo. Per la serie: voi non volete sapere, mai io, grazie anche alla rete, sicuramente so e saprò. Mentre tutto ciò scorre nel quotidiano, agenti come il fondo “Elliot” agiscono per creare opportunità lucrose di dividendi per chi gli affida il loro denaro. Tra questi ci sono anche i fondi pensioni, e fa pensare quanto una serena vecchiaia passi anche attraverso gli utili fatti attraverso a delle vere e proprie speculazioni. In pratica: se uno nella terza o addirittura quarta età ride, qualcuno altro da qualche altra parte ha pianto o sta per piangere.

“E’ il libero mercato”, direbbe qualcuno, ma anche su questo ci sarebbe molto da dire. Ed “Elliot”, ad un certo punto, fa molto piangere Paesi del calibro del Perù e dell’Argentina, comprando titoli del loro debito pubblico ormai in fase di collasso, quindi ad un prezzo super scontato, per poi attraverso battaglie giudiziarie internazionali in cui si sa muovere analogamente ad un topo nel formaggio,  moltiplicarne in modo impressionante gli utili. Dal Congo, ad esempio, riesce ad ottenere 127 milioni a fronte di un investimento originario di appena dieci milioni. Niente rispetto agli 1,5 miliardi di dollari ottenuti grazie ad una sentenza della Corte Federale di New York, corrispettivo della rivalutazione, ovviamente con interessi annessi, di 182 milioni di bond argentini in suo possesso. Tale sentenza, e la conseguente insolvenza decisa a Buenos Aires, provocano il secondo default economico argentino in tredici anni. C’è da sottolineare un particolare importante: “Elliot” investe quasi sempre in situazioni economiche drammatiche, e lo fa consapevolmente e perfettamente edotto sulle situazioni nelle quali si va ad infilare. Quando nel 2017 presta a Yonghong Li qualche centinaio di milioni, sotto varie forme, per acquisire il Milan, sa benissimo a chi sta “regalando” uno “scoperto”. Sa che l’uomo d’affari cinese è un “loser” predestinato ad essere impossibilitato dal restituirgli il denaro prestato. Ma è, come da copione solito, proprio su questo a contare.

Le informazioni giunte dalla Cina sono quelle di un personaggio costantemente inseguito dalla magistratura del “Dragone”. La sua fine è più che scontata, è una certezza. Quando Yonghong Li diventa re per una notte, quello è il momento in cui “Keffi Group” comincia ad imbastire il dossier Milan: occorre essere pronti a far fare l’affare ad “Elliot” e a sistemare alcune cose in Italia. Il nostro Paese non è un protagonista e nemmeno un comprimario, e nell’approcciarsi delle nubi sulla situazione politica europea e occidentale(guerra Russia Ucraina, politica aggressiva di Joe Biden e poi di Donald Trump), dagli “Epsteinfiles” oggi sappiamo che Steve Bannon, da molti considerato l’ideologo della nuova destra americana, a qual tempo si sta dando molto da fare per curare anche i nuovi assetti politico/finanziari del nostro Paese. Forse è un altro motivo, considerati i rapporti con Bannon, per il quale Epstein si mette in moto per trovare un acquirente per il club rossonero? Precisiamo: non c’è solo il Milan al centro degli interessi italiani della rete di Epstein. Ma in questa rubrica si parla di calcio, per cui su questo puntiamo il focus. Sappiamo che il faccendiere americano passa l’analisi di “Keffi Group” anche a Nicole Junkermann, un personaggio della finanza lobbistica internazionale talmente variegato da meritare una riflessione a parte.

Sposata con l’italiano Ferdinando Brachetti Peretti, dopo una carriera da modella si specializza nel fare soldi in molteplici modi, persino con una azienda di gioco d’azzardo. Li fa anche con lo sport, accompagnandosi con nomi eccellenti tra cui il nipote di Sepp Blatter. Si segnala inoltre per essere stata consulente del Comitato Olimpico Italiano. Il quadro è completato dal suo essere stata per lungo tempo la compagna di Robert Louis-Dreyfus, che fu amministratore delegato dell’Adidas e azionista di maggioranza del Marsiglia. Si capisce, quindi, il motivo per cui Epstein abbia pensato a lei per l’avvicendamento proprietario al Milan. Junkermann però delude le aspettative del faccendiere, lasciandolo molto stupito: “non ha alcun interesse, vorrei solo capire il perché”. Ci sono, come detto, solitamente molte ombre sulla gestione dei club calcistici, sul perché si insista, da parte di alcuni, di detenerne la proprietà. Comprensibile è stato il “Fondo Elliot” al Milan e oggi “Oaktree” all’Inter, per chi specula sui debiti il calcio italiano è un terreno ben concimato e coltivato. Ma gli altri? Gli altri perché lo fanno? Perché Nicole Junkermann si tira indietro da un affare apparentemente appetibile? Cosa non va nella conclusione di “Keffi Group”, che definisce l’acquisto del Milan una opportunità unica? Varie potrebbero essere le risposte da immaginare per tali quesiti, e in questa sede è quasi inutile provare a sciorinarne qualcuna, però una considerazione la si può fare: l’Italia, al momento, non è un posto dove si possa fare impresa nel calcio.

Il nostro sport più amato è terra di conquista di interessi opachi e di chiare speculazioni, risiede in questa costatazione la mia insistenza da qualche tempo: la politica deve mettere mani a questa situazione, non può lasciare il calcio a qualcosa da non potersi definire nemmeno un mercato. Il Parlamento è il luogo deputato a definire diritti e doveri di un bene pubblico come lo sport, esso deve essere spartiacque verso chi pensa di poterlo disinvoltamente utilizzare per altri fini che non siano il suo stesso bene. Non c’è niente di male a fare profitti con lo sport, come non c’è niente di male a farli con l’acqua o con l’elettricità, ma deve esserci un limite rispetto ad altri settori d’impresa. Il Milan finito negli “Epsteinfiles” non è una buona notizia, pare il prodromo di altre cattive notizie sul nostro calcio ancora non venute fuori. Speriamo bene, ma attenti a non finire disperati.