“Vi sono due tipi di aziende: quelle che cambiano e quelle che scompaiono”

Loquor
La proprietà dei club di calcio
Philip Kotler
“Che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi: Io per salvare sta c…o di storia della società di cui vi vantate ho dovuto cacciare 550 milioni di debiti”… “la società c’ha un nome e un cognome: Claudio Lotito. Non è di Sarri, se la vuole Sarri se la compra”. Il presidente della Lazio ha i modi tipici romani di chi sta costantemente per mandare a quel paese, anche se in realtà l’unica sua intenzione è quella di restare a parlare con te magari per spiegarti la vita, magari per attendere il momento giusto per provare il piacere di farti una battuta. Ci sono due diverse telefonate con i tifosi divenute virali nella rete, telefonate definite in queste ore dal presidente biancoceleste delle “fake”, ovvero manipolazioni della sua voce utilizzata per costruire conversazioni mai avvenute. In realtà, anche fossero telefonate “fake”(se Lotito le definisce così, siamo tenuti a credergli), il loro contenuto sono sintesi di concetti da lui espressi più volte negli anni, e che si possono riassumere in un modo solo: “la Lazio è mia e ci faccio quel che voglio”. E’ un problema pragmatico ed etico/morale portato avanti da anni in molti dibattiti, quella del carattere socio/imprenditoriale che dovrebbe avere il proprietario di un club calcistico, perché non può sfuggire l’atipicità di questo tipo di impresa. Sono stati fatti molti errori, e non solo in Italia, da quando si è deciso che il calcio non era più una impresa con finalità per il bene comune, ma una greppia dalla quale si potessero tirare su ogni tipo di ricavo e di utile. Quando con il Decreto Legge n.485 del 20 settembre 1996, quella passata alla storia come “Legge Veltroni”, si sono trasformati i club in società di capitali, curiosamente la Serie A ha visto più una appropriazione di capitali che una immissione di capitali.
Si potrebbe ritenere la trasformazione voluta da Veltroni/Prodi ineludibile e al passo con i tempi, in fondo la presidenza Clinton, con cose come l’abolizione della “Glass/Steagall, l’estensione dei “prodotti derivati” a tutto lo scibile del mercato del debito, all’istituzione della “World Trade Organization”(WTO), aveva impresso una accelerata decisiva verso il neoliberismo. Poteva restare fuori il calcio italiano da una visione d’impresa spostata decisamente in tutto il pianeta verso il “laissez-faire”? Non si correva, nel caso di un isolamento dal contesto, il rischio di marginalizzazione in un spostamento dell’asse dall’utilità dell’impresa anche per lo sviluppo sociale(sottolineata anche dalla Enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII e dalle visioni socio/economiche di Henry Ford, e in Italia da Adriano Olivetti), all’impresa che sostanzialmente doveva avere come unico scopo quello di distribuire dividendi agli azionisti e pagare stipendi? Se lo scopo è il denaro e solo il denaro, quale poteva essere il senso di lasciare i club calcistici nello status quo societario ibrido/amatoriale portato avanti per quasi un secolo? Le domande a cui dare una risposta erano legittime e occorreva dargli una risposta, d’altronde uno dei compiti della politica è quello di accompagnare le comunità verso il futuro, strutturato anche attraverso delle sue inderogabilità. Ma se al futuro inderogabile giustamente non avrebbe senso opporsi, e anche altrettanto giusto capire come questo inderogabile vada gestito: non tutte i sistemi di impresa sono uguali. Servono contrappesi alla logica asettica e cinica del denaro, e soprattutto chiarire che alcune imprese, seppur giuridicamente ascritte alla stessa stregua di una proprietà, nella realtà pratica sono delle gestioni soggette a dei vincoli derivanti dal loro carattere di utilità pubblica. Si è fatto così con l’acqua, con le autostrade, con l’istruzione privata, ecc…, ponendo un argine al “laissez-faire”, e sancendo il divieto di poter essere tutto considerato una proprietà privata inviolabile e inamovibile. Ciò, sorprendentemente, con il calcio in Italia, al contrario dell’esempio tedesco, non è stato fatto. Trent’anni dopo ci ritroviamo con due tifoserie, quelle della Lazio e del Torino, praticamente senza armi giuridiche, e quindi di fatto impotenti, per dimissionare i gestori dei loro club; e la cosa è davvero paradossale. Se chiedi all’Intelligenza Artificiale di chi è un club, essa nel giro di un nano secondo così ti risponde: “un club di calcio è solitamente proprietà di imprenditori, fondi di investimento, famiglie facoltose”. Qui siamo alla prima fallacia logica di AI(sperò mi perdonerà di averla scoperta illogica), e fa capire quanto tutto sia standardizzato, ovviamente privo di sottotesti, ad un unico comune sentire, ovvero quegli degli imprenditori.
AI dimentica i tifosi, sottotesto del proprietario di un club, che verso di lui fanno investimenti in denaro a prescindere, a partire dall’abbonamento allo stadio e alla tv per vedere le partite. Dove sarebbero Torino e Lazio senza i loro tifosi? Cosa sarebbero queste proprietà private rivendicate dai loro presidenti? Sarebbero scatole vuote. Ma ho appena scritto una banalità, un concetto assai ovvio e ascoltato continuamente dai tifosi, ma era necessario tornare a sottolinearlo per far notare un’altra inesattezza di AI, questa un po’ meno scontata: “a differenza delle aziende tradizionali, i club spesso mirano alla vittoria piuttosto che al puro profitto”. La precisazione di AI dovrebbe far riflettere molto sulla sua natura asettica(ma questo sarebbe un altro discorso, impossibile da approfondire in questa sede), considerato come il profitto oggi passi anche attraverso le vittorie foriere di considerevoli premi in denaro, aumento del valore dei giocatori e quindi dei possibili ricavi del player trading, crescita dell’aurea positiva sul merchandising aumentandone i ricavi. Con i club diventati società di capitali e con la “legge Bosman” la vittoria si è trasformata da racconto epico a veicolo del puro profitto. Incredibile la capacità del calcio di influenzare e mistificare con la sua atipicità persino AI, questo perché siamo calati in una realtà calcistica totalmente travisata. Inoltre, mentre si continua a parlare con autorevolezza surreale dell’impresa calcio, gli stadi di Salerno(Fondo di Coesione) e di Firenze(PNRR) si stanno ristrutturando con soldi pubblici( a fondo perduto) e il comune di Napoli è in procinto di chiedere al “Fondo di Coesione” almeno 200 milioni di euro per il rifacimento dello stadio “Diego Armando Maradona”. Siamo davanti ad una evidente contraddizione con lo spirito di impresa auspicato a suo tempo dalla politica per il calcio.
Tale è il fraintendimento e la confusione sulla materia “gestione di un club”, che vale la pena leggere questo passaggio di un articolo de “Il Fatto Quotidiano”, a firma di Lorenzo Vendemiale: “il suo progetto(di Cairo)è sempre stato mediocre, perché non è mai riuscito a fare il salto di qualità, e forse nemmeno ci ha provato. Non si parla solo di investimenti(legittimo per un imprenditore non voler buttare soldi nel pallone), ma proprio di idee e di sogni”. Siccome anche AI cade nella fallacia logica, perdoniamo anche Vendemiale nell’averlo fatto a sua volta; è difficile capire una struttura di pensiero logico quando si definiscono i soldi investiti nel calcio imprenditorialmente buttati(e quindi stai dando ragione a Cairo di non averlo fatto), e poi ammonire il responsabile della mediocrità Granata attuale di non aver avuto idee e sogni. I tifosi di Lazio e Torino fuori dallo stadio sono la prova di un fallimento politico prima che imprenditoriale; la cosa triste è l’indifferenza mostrata dalla politica di fronte a tale fallimento. I tifosi sono stati lasciati soli dalla politica, incurante del fatto di essere stata quella di aver scritto l’incipit di molte delle brutte storie in fieri nel nostro calcio. Il tifoso assente dalle gradinate dello stadio, la sua casa, è una ferita dolorosa, è un grido di impotenza, è un lascito da ultima spiaggia. Occorre, da parte della politica, avere il coraggio di ammettere i limiti della “Legge Veltroni”, di riconoscere l’urgenza di doverla ridiscutere per superarla e andare verso qualcosa di nuovo, che stabilisca finalmente come un club calcistico non possa essere una proprietà privata analoga ad una casa o ad un terreno. Devono essere stabiliti degli oneri e delle responsabilità per i proprietari dei club. Non si possono più ascoltare telefonate del tipo: “presidè, noi tifosi non siamo scemi”. E in risposta: “no, tu sei proprio stupido. Che lavoro fai te”? “Il tassista”. “Ecco, e che te insegno le strade a te? No, quindi tu guidi e a me lasciame fa il presidente”.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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