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“Non facciamo altro che rappresentare la città”
Francesco Farioli
Dal fiume Douro si può vedere l’Atlantico, si possono persino respirare i ricordi di secoli di coraggio marinaio a guardare quel blu perdersi in un infinito che chiama alla sfida come pochissime altre cose al mondo. Sì, ci vuole coraggio a sfidare il mare, esso è un desiderio possibile sinonimo di un senza ritorno, ma non c’è vita senza desiderio. Il prato verde di un campo di calcio assomiglia molto al mare, tanto far poter ritenere un ossimoro le linee bianche a delimitarne il perimetro. Nel prato verde di un campo di calcio c’è tanto di quel desiderio da immaginare e da provare, tante di quelle profondità da esplorare, che il fondo infinito delle “Fosse delle Marianne” sono analogia della buca che l’infante fa nella sabbia di una spiaggia con paletta e secchiello. Sì, le linee bianche di un campo di calcio sono una convenzione, non una restrizione delle idee o delle aspirazioni. Il calcio non è nato per desistere, per chiudersi in uno status quo, per delimitare la vita; il calcio prende i ricordi declinandoli in dribbling e passaggi verticali per far esplodere il futuro. Non esiste desiderio senza perseveranza, non c’è gioia senza dramma, non c’è calore senza prima aver provato il freddo. Il calcio è profezia per i giovani su cosa sarà la vita, conferma per gli adulti su cosa stanno vivendo, conforto per i vecchi sul vivere non come destino forzatamente ineluttabile, ma come respiro benefico di una impresa. Francesco Farioli ora si trova in uno dei tanti ponti che collegano come puntini di una stessa storia Porto(o Oporto), e respira profondamente per catturare l’odore di salsedine e far entrare dentro di lui l’infinito del mare. E poi pensa e ricorda. Non sono molto lontani quei terribili giorni di maggio del 2025, in cui un sogno di 9 punti di vantaggio sulla seconda si è frantumato contro una delle leggi del calcio che ne hanno reso grande l’epopea: l’imprevedibilità. L’abbiamo detto, nelle linee bianche che non sono un perimetro ma convenzione, tutto può esplodere o implodere, e può succedere di non vincere anche quando gli altri non credano più che tu possa perdere. Può essere duro il mese di maggio, può chiedere molto alla nostra capacità di credere ancora alla speranza. Farioli all’Ajax aveva compiuto un autentico miracolo, ricostruendolo in fiducia e risultati dopo due anni di confusione tecnica e societaria. Il club di Amsterdam lo aveva preso dopo un campionato andato oltre ogni aspettativa al Nizza: primo allenatore italiano a giungere sulla panca del “Johan Crujif Arena”, primo allenatore dei “Lancieri” a non avere possibilità di fare mercato a causa delle difficoltà economiche del club. “Provo a insegnare come trovare piacere nella sofferenza”, si presenta così ai tifosi di un club talmente gravido di storia grande calcio, da aver abolito la parola sofferenza accanto al nome della loro squadra. I tifosi del Toro una frase del genere l’avrebbero capita subito in ogni sottotesto, ma quelli dell’Ajax mugugnano, il nuovo allenatore è giovane, troppo giovane, e si mette anche a fare della filosofia. Tradotto: il solito italiano pizza, mandolino e fancazzismo. Ma prima del terribile maggio 2024, l’Ajax di Farioli incanta con le sue verticalizzazioni e il suo entusiasmo, le trame disegnate sul campo sono quelle di un musical del “West End” londinese o della “Broadway” newyorkese dove è possibile provare ogni impossibile emozione, tranne quella di mettere da parte l’allegria. L’Ajax incanta, stupisce con la sua banda di giovani raccolti in un mercato necessariamente povero, e si prepara al miracolo inatteso. Non c’è niente di più seducente e vivo dell’inatteso, solo che a volte ci può pugnalare, come ci ricorda Michail Bugalkov. Ed arriva il maledetto maggio 2025, e il PSV fa una cosa in fondo non insolita nella storia del calcio, alla penultima giornata batte il Feyenoord al “De Kuip”, la sua casa di Rotterdam, con una rete al 99esimo di Noa Lang, oggi al Napoli, dopo essere stato sotto di due gol e supera l’Ajax in testa alla classifica per un solo punto.
Non è semplicemente un dramma, è una beffa di quelle che avrebbero irritato molto Eugene Ionesco, tanto da fargli scrivere in proposito: “quando vedrò Dio, gli dirò quel che gli va detto”. Ma se il grande audace drammaturgo rumeno non si sente abbastanza audace per potere avere fede e quindi combattere la paura della morte, il tecnico toscano dopo aver pianto a dirotto sul prato della “Johan Cruijf Arena”, confortato dai suoi calciatori e da un lungo applauso del pubblico, al termine dell’ultima giornata dell’Eredivisie si dimette dal suo incarico perché “io e il club abbiamo gli stessi obiettivi ma visioni e tempi diversi”, e si arma di fede e di capacità di attendere. Quando era in cima all’Eredivisie diversi club lo avevano sondato, ma la speranza è sempre quella di avere una possibilità in Italia. Ma il nostro è un Paese conservatore e riservato ai circoli ristretti dove si coltiva “amichettismo” e complicità, dove la ragnatela congeniata da procuratori e direttori sportivi compiacenti tesa esclusivamente agli interessi del denaro e del piccolo potere, non prevede la ricerca dello stupore dato dal talento. Si parla tanto dei motivi di crisi della nostra nazionale, e non si vuole guardare in faccia alla realtà, e non solo del calcio: il nostro è un Paese privo di idee e novità a causa dell’essersi imposta la cultura del potere per il potere e dello status quo. Abbiamo perso dinamicità sociale e voglia di rischiare per scoprire, ecco perché nessuno da Firenze, da Torino, da Bergamo pensa al talento dostoevskijano di Francesco Farioli. D’altronde uno che grazie ai sui studi filosofici ritiene il calcio con un suo ruolo della nostra vita quotidiana, poteva avere opportunità esclusivamente fuori dall’Italia sin dagli inizi della sua carriera. Sono stati il Qatar, la Turchia, la Francia, l’Olanda a dare la possibilità al ragazzo toscano di esprimere il suo talento evidente. “Un sognatore – scrive ne “Le Notti Bianche” Fedor Dostoevskij-si stabilisce prevalentemente in un angolino inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno”, e in questo angolino lo va a scovare Andrè Villas-Boas, oggi presidente del Porto ma con un passato di tecnico molto in voga nelle cancellerie del pensiero del calcio europeo. Villas-Boas è stato un discepolo di Josè Mourinho e uno “stalker” di Bobby Robson, a cui quando era tecnico del Porto lasciava lettere sotto la porta per consigliargli schemi e utilizzo dei giocatori della squadra portoghese.
Se al mondo togli la favola finisce per non esistere più il mondo, e questo probabilmente il compianto tecnico inglese lo sapeva, ecco perché dopo un po’, colpito dal suo talento, fa entrare il giovanissimo Villas-Boas prima nel suo staff tecnico, poi lo manda a studiare alla scuola della Federazione Scozzese, poi gli trova un posto come osservatore dell’Ipswich Town e infine se lo porta al Barcellona nel suo staff, dove conosce Josè Mourinho. Solo chi ha vissuto una favola ne può riconoscere un’altra in corso, iniziata per un consiglio del tecnico finlandese Jarkko Tuomisto di inviare un curriculum e accolto positivamente dallo spagnolo Roberto Alabe, attuale direttore sportivo dell’Aston Villa. Non c’è niente di italiano nel sogno di Farioli, ed è questa la cosa più triste ed esaltante nello stesso tempo, e che dovrebbe anche far riflettere. Villas-Boas ci ha talmente visto giusto, che in questo momento il Porto, macinando record su record, si trova in testa alla classifica del campionato portoghese e guarda dall’alto il Benfica guidato da Josè Mourinho, ritornato in patria dopo tanto peregrinare. Mietere successi nel campionato lusitano e in Europa League non è l’unico lato sorprendente dell’esperienza di Farioli, c’è anche quello di aver creato un gruppo di Whatsapp chiamato “laboratorio creativo”, collegato con un altro gruppo che lavora da remoto, cioè al di fuori del suo staff al Porto, strutturato come un gruppo di ricerca: “lavorano pensando al futuro-racconta con entusiasmo Farioli-, guardando le partite e studiando le tendenze o cose del genere, monitorando cosa sta succedendo in Brasile, Argentina, Portogallo. Poi discutiamo di tutto, tenendomi abbastanza aggiornato e dandomi una prospettiva su ciò che sta accadendo nel mondo”. Studiare, innovare, cercare il merito e il talento in ogni cosa, così si crea catena di valore e di progresso. In Italia abbiamo dimenticato da almeno una trentina d’anni, ecco perché nessuno quest’estate ha pensato a Francesco Farioli. Il celebre vino Porto è ottenuto tramite una fermentazione incompleta, il suo gusto aromatico e dolce definisce che sentirsi incompleti è la necessaria condizione umana per desiderare un giorno di ricongiungersi a qualcosa andato perduto un tempo lontano e ancestrale. E’ l’ansia donata dal mistero e dalla ragione, il culto di aggrapparsi al nuovo senza dimenticare il vecchio, l’obbligo di cercare il senso non solo quando si cercano denari e risultati vincenti, ma anche e soprattutto quando arrivano i famosi “maggi” disastrosi. Dal “Miradouro da Vitoria” ora lo puoi sentire intenso il profumo dell’Oceano Mare, e non hai paura delle sue promesse mancate, perché esso non ha solo quelle: “un giorno ti sveglierai e vedrai una bella giornata… non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani”. Hai sempre dato retta a Fedor Dostoevskij, e hai avuto ragione.
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