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L’inferno e la rinascita di Michele Padovano

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Torna "Loquor", la rubrica su Toro News di Carmelo Pennisi: Michele Padovano ha giocato nella Juventus, in una grande Juventus, ma è uno nato a Torino e con il Toro nel cuore
Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 

“Il dolore non è quello che dici, è quello che taci”

da Twitter

Ci sono storie così lunghe che quando si concludono devi farti accontentare di quello che ti resta della vita e ringraziarla per quello che nel mentre ti darà. Sono viaggi all’interno di un calvario di cui solo il protagonista e i suoi cari sanno fino in fondo ogni verità, ogni tradimento, ogni aiuto, ogni redenzione. Giunge un momento, e badate che può veramente succedere a chiunque, in cui si è scaraventati in una fossa così profonda da farti dimenticare persino l’esistenza del cielo. La vita non diventa semplicemente violenta, si acconcia con soddisfazione e ghigno disegnato sul volto a essere torturatore. Michele Padovano ha giocato nella Juventus, in una grande Juventus, ma è uno nato a Torino con il Toro del cuore, succede spesso quando dopo il primo vagito cominci a respirare l’aria della Mole e di Superga. Michele non è un fuoriclasse, però è un giocatore affidabile, molto utile per quelle squadre con la voglia di raggiungere traguardi. Il calcio gli fa girare l’Italia e ci mette dieci anni per tornare nella sua città natale ad esercitare la sua professione di attaccante.

E' l’ultima decade del secolo scorso, quando ancora la Serie A era élite ed eldorado del calcio; giocarci voleva dire condurre una vita da creso e da capostipite di una famiglia che per qualche generazione non avrebbe più avuto problemi di natura economica. I molti soldi possono far arrivare a credere di essere immunizzati dal male, scoprire ad un certo punto l’inganno o l’illusione data da tale fallace certezza è forse l’aspetto più terribile di quando si finisce nella suddetta fossa. Un giorno ti scaraventano in una cella d’isolamento per una iperbole d’accusa, e fatichi persino a trovare ossigeno per respirare. Sei solo e isolato in una cella, dove il maleodorante bagno alla turca ti presenta il conto non dell’inizio di una pena, ma di una pratica di una tortura. Il racconto di Padovano non è solo quello di un clamoroso errore giudiziario, ma è un resoconto, forse involontario, della condizione carceraria del nostro Paese, che prevede angherie per chi è stato condannato o accusato di un crimine. L’ex attaccante parla delle umiliazioni ricevute dalle guardie carcerarie, del risentimento incomprensibile che esce fuori quando l’invidia sociale può trovare finalmente uno sfogo di rivalsa: ho un ricco calciatore tra le mani, e ora gli faccio vedere come i suoi soldi non contino nulla.  Nella fossa tutti sono reietti, e il racconto diventa presto un remake di “Fuga di Mezzanotte” di Alan Parker. Brad Davis, l’attore protagonista della trama snodata nella brutalità di un carcere turco, in “Momenti di Gloria”, guardando un mezzofondista alzare la testa nello sforzo decisivo della sua gara, si chiede: “dove troverà un uomo la forza per arrivare alla fine della corsa”?

E’ una domanda a cui oggi Padovano potrebbe rispondere con saggezza di chi una corsa terribile l’ha vissuta, una corsa durata ben diciassette anni e iniziata una sera del 2006, dove viene arrestato con l’accusa di finanziare un traffico internazionale di stupefacenti: è un capitombolo improvviso nell’incubo. I titoli sui giornali sono feroci e alcuni anche inutilmente stupidi nonché suggestivi, diciamoci la verità: niente fa più godere la gente del crollo nel pubblico ludibrio e nella conseguente infelicità di una persona di successo. E’ un momento di goduria tanto atteso dalla nostra frustrazione conscia e inconscia. Le guardie carcerarie che scherniscono Padovano dicendogli come i soldi ora se li può mettere in quel posto dove notoriamente non batte il sole, sono il braccio armato della nostra invidia sociale. Perché questa è una storia con protagonista anche il pesante grado di cattiveria in cui è immersa la nostra società. L’inchiesta si basa su un prestito di 35.000 euro concesso dall’ex calciatore ad un amico di infanzia, un amico non proprio commendevole da frequentare(la sentenza stabilirà trattasi di un trafficante di hashish). Ma, tutti lo sappiamo, nella prima fase della vita gli amici non si scelgono, ma si trovano per varie ragioni dettate da un momento esistenziale dove è l’empatia piuttosto che la ragione a guidare. Sono quelle amicizie granitiche e impossibili da scalfire, qualsiasi siano poi i percorsi intrapresi nella vita. I dati certificano che in Italia ci sono mille casi di errori giudiziari l’anno, difficile dire se la cosa sia fisiologica o meno in un sistema giudiziario, ma un domanda, un po’ angosciante, sale su: ma davvero ci vogliono diciassette anni di battaglia giudiziaria per stabilire non l’innocenza dell’imputato, ma addirittura che il fatto non è mai avvenuto? In che sistema giudiziario viviamo? Leggendo il libro “Tra la Champions  e la Libertà”, scritto con Andrea Mercurio, e vedendo la docufiction prodotta da Sky, l’indignazione sale e anche il timore angosciante di potersi trovare un giorno nella stessa condizione dell’ex calciatore. Il libro è la cronaca di una persona costretta a mettere suo malgrado il suo corpo e la sua reputazione, ad un certo punto disintegrata, in gioco per salvarsi e tornare ad avere una vita. L’agenda in possesso, seppur molto importante, non riesce più a dare una possibilità di lavoro nel mondo del calcio. Quasi nessuno risponde più al telefono e quando rispondono è unicamente per esortare a lasciar perdere, di dimenticare per sempre il calcio come una occasione di lavoro. Il vuoto si allarga e il dolore rimbomba analogamente ad una parola detta in una stanza vuota. Sfogli le pagine del libro e non puoi credere di trovarti di fronte ad una riedizione del caso Enzo Tortora, gli stilemi sono identici: “un caso di traffico di hashish-sottolineano autorevolmente i cronisti di “giudiziaria” più di lungo corso”-  solitamente al massimo riempiono dieci/quindi righe di un articolo di giornale. Ma il nome di un ex calciatore famoso ribalta ogni cosa”.

Dalle parole dei cronisti si capisce come nella pesca a strascico usato come metodo dalla Procura di Torino, il nome eccellente saltato improvvisamente fuori abbia giustificato tutto. Poco importa se tutto il procedimento contro Padovano è stato totalmente indiziario e costruito con una modalità “a tesi”. Il “deus ex machina” non è mai una bella cosa nell’esercizio della giustizia. Ti chiedi dove abbia trovato il bomber la forza di resistere, di combattere, e di riemergere. “La fede in Dio- sottolinea oggi Padovano-è stata importante, e poi la famiglia”, ascoltando queste parole alcuni ci si riconoscono, niente come la fede può aiutare a rivisitare qualsiasi cosa, anche il dolore e l’ingiustizia: è il mistero dell’incomprensibile trasformato in comprensibile attraverso un processo esistenziale difficilmente raccontabile. Dopo l’assoluzione piena e ristabilita la reputazione, ora si tratta di ricostruire una vita professionale, cosa quanto mai necessaria dopo che gli avvocati gli hanno ben chiarito la non convenienza di chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione: “sarebbero stati due anni di processo per poi, andando bene, ricevere al massimo 38.000 euro. Ho lasciato perdere”. Andrea Mercurio lo chiama e gli propone di scrivere un libro sulla sua disavventura; dopo un primo momento di esitazione(“dopo tanti anni di luce dei riflettori, non volevo far diventare di nuovo pubblica la mia intimità)accetta la proposta dello scrittore/giornalista, che illustra a numerose case editrici il progetto editoriale ricevendone unicamente un rifiuto senza appello. E’ Gianluca Di Marzio a rendere possibile la pubblicazione del libro, offrendosi di coinvolgere Urbano Cairo, con il quale ha ottimi rapporti, con la sua “Cairo Editore”. Un editore presidente del Toro che pubblica un libro ad uno che da infante è stato tifoso Granata, è quasi una fiaba a lieto fine di uno sport disponibile a regalarne a profusione ed è una tipica cosa da Toro. Insieme al libro, Padovano diventa un “talent” di Sky, e in qualche modo rientra nel mondo di uno sport da lui tanto amato. Il mondo si è rimesso in movimento, anche se la cicatrice rimane visibile e dolorosa: “non giudicate mai nessuno-è l’accorato appello affidato ad una intervista concessa ad Hoara Borselli-, non puntate il dito mai su nessuno, perché la verità spesso non è come sembra. Il giudizio frettoloso perché hai letto un articolo di un giornale o perché hai visto un telegiornale non vale un buon motivo per additare. Io sono stato additato, e non è piacevole… la giustizia va riformata, vi sono troppo errori e troppe situazioni poco chiare. In un Paese che funziona la giustizia è un principio fantastico che va abbracciato. Però deve funzionare, e in questo momento credo che scricchioli un po’”. Finito di leggere “Tra la Champions e la Libertà”, mi è sovvenuta una storiella yiddish: “un tizio sta passeggiando tranquillamente per strada, ad un certo punto uno da una bicicletta gli urla: “tua sorella è una puttana”! Lanciato l’epiteto l’uomo sulla bicicletta corre via, lasciando il tizio perplesso: “ora come farò a spiegare, a tutti coloro che hanno sentito, che io non ho una sorella”? Ecco, è proprio così.

Di Carmelo Pennisi