00:38 min
toronews columnist loquor L’Iran rinuncia ai Mondiali di calcio
Loquor

L’Iran rinuncia ai Mondiali di calcio

Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 
"È sempre stato facile giocare a calcio: uno spiazzo, gente desiderosa di correre dietro ad un pallone, porte ricavate alla buona”

“Non ci può salvare neanche Dio”

Osvaldo Soriano

Ci sono momenti in cui la società dello spettacolo diventa grottesca, attimi in cui si consumano illusioni con la convinzione siano vere. Oppure semplicemente speriamo siano vere. C’è un Paese in questo momento incerto su ogni cosa del suo futuro, aggrovigliato in un thanatos psico/sociale mentre il rumore dei missili che deflagrano è il segno di una antica civiltà avviata ad essere “sgarrupata” dagli eventi. La notizia   della rinuncia dell’Iran a partecipare alla prossima Coppa del Mondo non è il classico pugno nello stomaco, è un sipario colmo di tenebre a chiudersi malinconicamente sullo sport più seguito al mondo. E’ sempre stato facile giocare a calcio: uno spiazzo, gente desiderosa di correre dietro un pallone, porte ricavate alla buona. Così fu anche persino sul fronte della I Guerra Mondiale, dove la “terra di nessuno” divenne il luogo a suo modo sacro dove i soldati tedeschi e inglesi sospesero le ostilità tornando per un attimo nel cortile sotto casa. Era il 25 dicembre del 1914, e il ricordo della natività del “Nazareno” era il collante giusto per dimenticare un attimo di avere il dovere di odiarsi. Quante cose sono cambiate da allora, un tempo terribile ma comunque ancora rispettoso della guerra e della morte. L’eco dell’Antica Grecia che metteva come presupposto dei Giochi Olimpici la cessazione di ogni guerra era ancora vivo, la lunga mano della “società dello spettacolo” non era ancora giunta dall’America con il suo motto “the show must go on”.

Non era giunta ancora la tv a montare artatamente attimi di serenità paranoica all’interno di un contesto drammatico. Gli americani non hanno mai conosciuto la distruzione a casa loro, non sanno niente delle sirene che suonano ad invitare a correre in un luogo ricavato in profondità per non morire. Noi europei questa terribile sensazione l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, la società americana invece l’ha guardata, con popcorn e Coca Cola in mano, negli audiovisivi prodotti da Hollywood su guerre nucleari immaginarie. Anche una invasione gli Stati Uniti non hanno mai provato e anche qui sono dovuti ricorrere alle emozioni artificiali di un tvseries come “The Man in the High Castle”, dove hanno usato la fantasia geniale di Philip K. Dick per raccontare una invasione nippo/nazista mai avvenuta. La guerra devastante, le bombe a piovere come  grappoli dal cielo, il fungo atomico che in un attimo polverizza ogni traccia di storia vissuta, l’America l’ha vissuta solo attraverso uno schermo, fosse attraverso il genere “distopico” o “ucronico”. “L’imbecillità crede che tutto sia chiaro quando la televisione ha mostrato una bella immagine e l’ha commentata con una coraggiosa menzogna” scrive Guy Debord nel suo “La Società dello Spettacolo”, atto di accusa di una modernità incapace di essere all’altezza di confrontarsi con il reale. Ed in omaggio a tale incapacità, Gianni Infantino di fronte alla defezione iraniana al prossimo mondiale di calcio, non ha fatto altro che mostrare l’incredulità sfacciata degli avidi mai sazi di ambizione. Il numero uno della Fifa non capisce la posizione assunta da Teheran, gli pare esagerato non partecipare alla festa di calcio più grande della storia, di uno sport destinato ad unire il pianeta.

Mentre gran parte del mondo è in fiamme, la gente muore, il prezzo dell’energia sale alle stelle e porterà una conseguente inflazione, la politica europea e mediterranea non sa letteralmente cosa fare per uscirne fuori, il “MrBean” del calcio mondiale pensa bene di andare avanti con i suoi progetti: “questa sera mi sono incontrato con il presidente Donald Trump per discutere sui preparativi per il mondiale di calcio, che prenderà il via tra 93 giorni. Abbiamo discusso della situazione in Iran e della partecipazione della nazionale di calcio al mondiale. Il presidente ha confermato che, ovviamente, la nazionale iraniana è la benvenuta. Abbiamo bisogno che un evento come il mondiale di calcio unisca le persone”. Difficile capire dove  Infantino trovi la spudoratezza per sciorinare certi ragionamenti(si fa per dire), sta di fatto che ogni volta riesce a sorprendere per quanto riesca ad essere stolido nella sua smodata ambizione. Era difficile riuscire ad essere più “mercante del tempio” di soggetti come Joao Havelange, Sepp Blatter, Primo Nebiolo, ma lui sta riuscendo nell’impresa. Tipico prodotto adolescenziale dell’opulenza cieca degli anni 80, ovvero quel periodo estatico del consumo apolitico e del godimento a prescindere, prodromo essenziale di quella che sarebbe divenuta la “Società Liquida” postulata da Zygmunt Bauman, l’attuale inquilino del piano più alto di Zurigo è spuntato come un fungo dopo la pioggia di letame cascata sulle teste di Michel Platini e Sepp Blatter. La vita è fatta di snodi e occasioni, un po’ come le scatole di cioccolatini di “Forrest Gump”, e nella liquidità sociale sopraggiunta Infantino ci si trova a suo agio analogamente al topo nel formaggio. Ha capito quanto lo spettacolo, nell’uomo postmoderno, si sia trasformato in ideologia a largo consumo; non importa quale sia il suo grado di qualità o liceità.

La politica mondiale ha capito che il soggetto è concavo e convesso, fatto di materiale gommoso dove tutto eternamente rimbalza in loop, quindi lo trasforma in uno dei suoi tanti ammennicoli da propaganda. A Gianni nostro non gli passa nemmeno un secondo per la testa quanto sia improponibile che il bombardato vada a giocare a calcio a casa di chi lo sta bombardando. Lui è ancorato alle banalità dei bigliettini dei “Baci Perugina”, inventati da Luisa Spagnoli per regalarci qualche perla di saggezza da consumo alimentare da “McDonalds” prima che “Wikipedia” rendesse la conoscenza più accessibile senza accrescere le calorie. Alla banalità retorica imperante nel palazzo della Fifa di Zurigo, si è acconciato anche Heimo Scherigi, direttore operativo della Coppa del Mondo della Fifa: “la Coppa del Mondo è troppo importante per essere rinviata a causa dei disordini globali causati dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran”.

Siamo al trionfo del macchiettismo, del sonno della ragione, del “supercazzolismo” al potere. Secondo i fenomeni assurti al vertice del calcio mondiale, niente li può fermare o minimizzare, gli affari devono andare avanti sempre e comunque. Incuranti dall’aver trasformato il gioco più seguito al mondo in una perifrasi di sentimenti venduti alla borsa nera planetaria, Infantino e soci non hanno ritenuto di fare la cosa più logica e opportuna rispetto ai valori e all’etica di ogni tempo: escludere dall’organizzazione dei mondiali gli Stati Uniti, e affidare tutto al Canada e al Messico. Invece si è scelto di essere reticenti, di inginocchiarsi di fronte al denaro gestito dai grandi fondi a stelle e strisce, vero obiettivo delle ambizioni della Fifa, e fare finta che la “Casa Bianca” non abbia ordinato la guerra contro un altro Paese. La questione non è chi ha torto o ha ragione, chi è democratico o chi è autoritario, ma di ristabilire un principio granitico dello sport di ogni tempo: chi è coinvolto in una guerra, fosse anche la più giusta delle guerre, non può ospitare manifestazioni sportive né essere ospitato in esse. E’ urgente ristabilire il senso della ragione e smetterla di cavalcare pregiudizi come fossero virtù anziché limiti. Dobbiamo mettere la giusta distanza tra noi e la società dello spettacolo, occorre riconoscere di essere stati raggirati dallo spettacolo imposto come dogma esistenziale, abile a far procurare soldi e potere ai “gatto&la volpe”2.0. Lo sport usato come pezza giustificativa, come legittimazione di ciò che si è fatto, questo saranno i mondiali di calcio in terra statunitense. “Il calcio è tutto uno schifo. Dirigenti, certi giocatori, giornalisti, tutti sono ficcati dentro l’affare senza che si preoccupino neanche un po’ della dignità dell’uomo”; Osvaldo Soriano, a mio parere il miglior cantore dello sport del calcio, doveva essere abbastanza disperato quando scrisse questa invettiva. Non è facile vedere disonorato fino all’umiliazione qualcosa che tanto si è amato. Chi crede ancora nella letteratura e nella poesia di ciò ne è perfettamente consapevole.

 

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Disclaimer: gli opinionisti ospitati da Toro News esprimono il loro pensiero indipendentemente dalla linea editoriale seguita dalla Redazione del giornale online il quale da sempre fa del pluralismo e della libera condivisione delle opinioni un proprio tratto distintivo.