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L’urlo pacato di Emirhan Ilkhan

Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 
Torna "Loquor" la rubrica su Toro News di Carmelo Pennisi: “Emirhan Ilkhan viene al mondo nella città più affascinante e complicata del globo”

“Ricordare è sapere ciò che vediamo”

Orhan Pamuk

Puoi avvertire ad Istanbul la fine di un mondo o l’inizio di un viaggio verso un capolinea sconosciuto, e il mistero non ti pare più confinato nell’insondabile valigia del padre di Orhan Pamuk, lasciata ad un figlio genio della letteratura ma timoroso di aprirla per non provare vertigini improvvise e incontrollabili. I tre ponti sul Bosforo non hanno risolto il dilemma se il destino ottomano debba profumare più di Europa o di Asia; forse non è così importante andare a fondo alla questione oppure è meglio lasciare tutto chiuso in una valigia e non porsi così il tormento di una scelta. Emirhan Ilkhan viene al mondo nella città più affascinante e complicata del globo, dove niente può essere risolto con un dribbling o un concept geometrico tra il centrocampo e la linea d’attacco. Istanbul è sfida per la supremazia e nello stesso tempo silenzio dell’incanto interiore, dove contemplare potrebbe a volte bastare pur tra il rumore di più di 15 milioni di persone quotidianamente in movimento e i gabbiani intenti a volare veloci in gruppo nascondendoti il cielo ma non impedendoti di immaginarne il colore. “A Istanbul il destino di una città può diventare il carattere di una persona”, scrive Pamuk, e quando osservi Ilkhan nella sua prima conferenza stampa da eroe epico dello sport della pedata, non hai l’impressione di trovarti davanti all’arroganza della gloria sopraggiunta, piuttosto è la felicità genuina donata dalla risoluzione improvvisa di ogni controversia interiore analoga a quella provata non appena metti piede nella basilica di Santa Sofia: tutto sembra costruito per guardare verso il cielo.

Ilkhan, infilato nella tuta ufficiale del Toro come un infante appena uscito da un gioco da doposcuola, fatica a capire l’italiano scioccamente arzigogolato dei giornalisti incuranti del suo provenire da un altro mondo, comunque non si arrende e, saltando il senso insensibile delle domande postegli, decide di comunicare ciò che in tutta evidenza ha voglia di comunicare da tanto tempo: “In Turchia ero numero dieci o numero otto, ma dopo la rottura del crociato ho giocato numero sei in play… vedo un po’ video di Rodri e Pedri, voglio giocare di più per Torino e voglio dimostrare a tutti che sono un bel giocatore”. Il lessico italiano incerto non nasconde l’ambizione dell’infante in procinto di diventare uomo, ma parte da una premessa importante e a volte sconosciuta dalle nostre parti: la voglia di imparare. In un mondo divenuto un postribolo di influencer, maestri, opinionisti alla carta, web star, esperti appena usciti dal bar, trovarsi davanti ad uno con la voglia di essere alunno sconcerta di piacere. Il ragazzo di Istanbul sta apprendendo come diventare il fosforo di una squadra di calcio, e lo fa anche guardando chi già è riuscito nell’impresa, senza per questo sentirsi sminuito nel suo ruolo di eroe degli ottavi di finale di “Coppa Italia” appena vinta grazie ad una sua rete.

Il suo riferimento alla rottura del crociato è sintesi piena di sottotesti, ma soprattutto è cronaca di una resurrezione dopo essere salito sul “Golgota” della vita e del dolore. Ci sono storie che imparano come delle spugne, crocevia dell’essere o non essere scespiriano che tutto ha modellato e mediato nella civiltà del Mediterraneo. Stare fermi forzatamente un anno non perdendo tempo ad annientarsi, bensì cogliendo l’occasione per ripensarsi. Ilkhan non è un pavido, tutto in lui riconduce in un rigurgito di sfrontatezza da “Giannizzeri” al servizio di Solimano “Il Magnifico”, e prima di ogni gesto si capisce come stia sul ciglio dell’osare; sono frazioni di secondo in cui può uscire l’idea o l’incipit dello sbertucciare: scivoli e parte l’azione del gol degli avversari. I tifosi sanno amare però sanno essere anche censori apparentemente senza cuore, e in Italia la giovane età diventa presto un difetto e un indizio di colpevolezza. Una scivolata sfortunata e assolutamente episodica, e già tutto diventa occasione di un processo senza giudice ma con una affollata giuria. Non importa se fino a quel momento hai distribuito sapientemente palloni con la sicurezza di un veterano e se hai macinato più chilometri di tutti, sei improvvisamente lo sciagurato giovin signore  da mandare subito in panchina, oppure in prestito nella serie cadetta. Ma poi giunge il novantesimo e la lotteria dei rigori ormai alle porte, e il pallone finito oltre la linea di fondo della squadra avversaria è una occasione per la tua squadra. In conferenza stampa lo racconti: “mister posso andare avanti per provare”?

Lo scivolone corrode ancora i tuoi sentimenti e i tuoi istinti, cerchi rivincite. Baroni prima ti nega il consenso, poi forse deve essersi ricordato di essere stato anche lui un giocatore e ti da un improvviso, quanto insperato, via libera. “Era quel giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide dell’accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai”, bisogna ricorrere alla grandezza della prosa di Dino Buzzati e del suo “Il Deserto dei Tartari” per avere presente quante cose si possano ricordare prima che Lazaro batta un calcio d’angolo. Il calcio analogamente alla boxe è fatto di momenti convulsi, di pause, di studio e di episodi, ci sono quindi tanti momenti per pensare. Il colpo di testa di Cesare Casadei non è una frustata verso Mile Svilar, è un braccio teso allungato al ragazzo cresciuto sulle rive del Bosforo, e forse assomiglia al canto del “Muezzin” che dal minareto ricorda cinque volte al giorno che Allah esiste ed è grande. “Ricordo, ricordo, in modo da non dimenticare”, scrive Pamuk, orgoglio letterario della tua terra, è la zampata che ti fa infilare il pallone nella porta giallorossa una frazione di secondo dopo risiede già nello scrigno dei tuoi ricordi.

Sbuffi più volte nel corso della tua breve conferenza stampa postpartita, e non si capisce se è per l’imbarazzo di essere al centro dell’attenzione o se per la fatica di confrontarti con un idioma per te ancora faticoso da afferrare. E ora che si fa? Cosa avviene dopo aver portato il Toro ai quarti di finale della “Coppa Italia”? In queste ore la stampa parla di un cambiamento delle strategie del Toro sul mercato, non si cerca più il fosforo per il centrocampo, considerato come si sia scoperto di averlo già. Semmai si sta riflettendo se sia opportuno cercare un suo sostituto. C’è da riempirsi d’orgoglio, tutti sanno quanto sia difficile conquistare il calcio italiano con i suoi tatticismi e il suo scetticismo atavico. Hai forse la sensazione di aver messo radici forti, “ma profonde poche centimetri” osserverebbe acutamente Philip Roth, un genio letterario che di sport se ne intendeva davvero tanto. Probabilmente i video delle tue prodezze stanno già girando tra gli scout di mezza Europa, e anche in Turchia. Nel tuo Paese il calcio sta conoscendo una sorta di boom, sono stati costruiti trenta stadi nuovi finanziati dal governo, e un discreto volume di capitali esteri si è riversato sulla “Super Lig”, attratti anche dal favore fiscale con cui è trattato il calcio turco da qualche anno. Gli stipendi dei calciatori militi tanti in Turchia stanno diventando mediamente più alti di quelli italiani, e il richiamo di casa potrebbe essere una calamita importante.

Dovresti ricordare un’intervista del tuo compagno Simeone, un paio di mesi fa si era detto certo che il tuo momento sarebbe giunto. Nella stessa intervista raccontò quanto lo avesse sedotto Superga e la favola malinconica del Toro. Il mistero a volte parla in modo chiaro. Caro Emirhan, ti vedo giocare e istintivamente penso che il Toro sia casa tua, che il fosforo nella tua testa ha bisogno del Granata per esprimersi al meglio. Per ognuno di noi non ci sono altri posti, c’è un solo posto. Spero proprio non commetterai l’errore commesso da tanti altri, e spero che Cairo non stia già pensando a te come una prossima plusvalenza. Sei capitato in un posto dove il tempo si trasforma continuamente in spazio, e in tale dilatazione la memoria e il presente si confondono donandoti attimi di felicità difficilmente spiegabili, ma sono di certo contigui allo stato di grazia. Si dice che Istanbul, la tua città, non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure come un dolore da liberarsi, ma come una scelta. Capisci perché il Toro è casa tua?

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annova, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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