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Marco Baroni e la scelta tecnica
“L’ironia potrebbe venir
definita bellezza logica”
Karl Schlegel
“Abbiamo perso perché è uno sport di me…a, il calcio è una me…a”, è infuriato con lo spirito del gioco, Luis Enrique, nel post partita contro lo Sporting, perché secondo la sua visione il Paris Saint Germain aveva dominato l’incontro non solo senza venirne a capo ma addirittura uscendone sconfitto. Siamo giunti al calcio che non si deve permettere, con la sua natura costitutiva, ad impedire ai muscoli del più forte di prevalere. La visione arrogante del calcio degli allenatori è iniziata con Johan Cruijff proprio in Catalogna, ed è proseguita con Pep Guardiola e Luis Enrique, tutti “Made in Barcellona”, e che ha avuto dalle nostre parti come infausto proselite Arrigo Sacchi. Tra gli anni '80 e '90 emerge l’allenatore/guru, e presto diventa brand di maestro di vita a cui ci si deve avvicinare con la delicatezza dei devoti verso il sacro. È un fenomeno tutto europeo, una “conquista” del surreale elevato da macchietta a cosa seria, seguita con attenzione da una frangia di tifosi che hanno confuso la modernità con il paraculismo.
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L’allenatore postmoderno, essendo in contatto con il divino, non può sbagliare vaticinio o, molto più banalmente, formazione. Al confronto degli allenatori/guru siamo tutti “amateur”, anche i giornalisti che provano ad uscire dal conformismo di conferenze stampa divenute soporifere alla stessa stregua di una tisana consumata per favorire il sonno o la quiete. Succede che qualche giornalista osservi lo “spettacolo” e colga l’assenza totale di “parola” sacra da quanto è avvenuto, e allora vorrebbe sapere se gli dei abitano ancora nell’allenatore oppure no. Nel post partita di Torino-Roma succede anche che Elena Rossin di “Torino Granata” chieda se lo staff tecnico del Toro fosse pienamente edotto delle qualità tecnico/agonistiche di Donyell Malen, adombrando ad una eventuale sorpresa dell’intesa tra il neo attaccante della Roma e Paulo Dybala. Marco Baroni fa a questo punto un sorrisino di sufficienza, è evidente il suo non cogliere il sottotesto della domanda, che non è semplicemente l’aver sottolineato il solito problema difensivo del Toro 2025/26. Poi, attraverso il classico gioco delle tre carte, comincia a concionare su tutto tranne sul quesito posto dalla Rossin. Il profeta, il prescelto dagli dei, non può essere messo in discussione sulla sua capacità di conoscere o meno le cose, egli addirittura le profetizza.
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Il povero Baroni, non avendo capito il sottotesto della prima domanda cade nella trappola in cui si è infilato, supportata dalla domanda successiva: “Le chiedo solo di Maripan. Se stava male, se è stata una scelta tecnica”. Il profeta illuminato dagli dei non può smentire le sue scelte, la lezione è quella appresa dai guru di cui sopra, e allora si va ad impantanare in una sicumera tragicomica: “Certo che è stata una scelta tecnica”. Non spiega il motivo, non può farlo a causa del complesso da maestro di vita presente in molti allenatori contemporanei. Dovrebbe ammettere che è proprio la sua scelta tecnica, non corretta minimamente in corsa di fronte alle evidenze, ad aver creato al premessa necessaria della sconfitta con la Roma. Altro che “mancata quell’attenzione e quella pressione sulla palla, che poteva togliere quelle giocate che altrimenti loro poi trovano”. La sintassi è drammaticamente prossemica dalla grammatica italiana, ma lo sguardo prende a farsi smarrito: ha capito, e in cuor suo probabilmente spera la cosa finisca lì. Ma i giornalisti, quelli veri, sono delle carogne talmente ispirati dall’odore del sangue da far apparire gli squali delle mammolette: “Maripan scelta tecnica come mai?", incalza con tono tranquillo Marco Bonetto di “Tuttosport”. Il tecnico del Toro ha quasi un mancamento, si sta quasi per sancire la sua uscita dal mercato dei profeti, quello inaugurato nei meandri del “mes que un club”, e irrorato di melassa da quella stampa sempre pronta a inebriarsi di moda e non senso. Allora prova a dare “il calcio del mulo” al giornalista di “Tuttosport”, facendo anche una piroetta scenica con gli occhi tra l’addetto stampa Granata e l’uditorio: “Ma scusate un attimo, la squadra è andata in campo con quei giocatori lì, ma ha fatto male?".
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A quel punto è chiaro a tutti come il soggetto abbia capito poco della manovra di accerchiamento cominciata da Elena Rossin, oppure non vuole proprio ammettere di essere stato lui a non aver considerato con giudizio la novità pericolosa di Malen, rispetto agli ottavi di finale di “Coppa Italia”. Il “calcio di mulo” gli ritorna indietro, doppio, attraverso una logica disarmante: “Ha fatto benissimo (il Toro), ma la Roma rispetto a martedì ha cambiato sette giocatori, quindi la domanda, forse fin banale visto i problemi che ha avuto il Torino stasera, e visto che Maripan ha giocato quasi tutte le partite del girone d’andata, è come mai questa scelta tecnica”. Baroni sa di avere solo due strade: o ammette di aver commesso un errore, o va fino in fondo al surrealismo grottesco scelto sin dalla domanda di Elena Rossin. Sceglie sciaguratamente la seconda ipotesi: “Maripan è giocatore importante, che ha giocato sempre tutte le partite, è stata una scelta tecnica”. Cosa vuoi dire ad una persona così ostinata a mantenersi nell’allegoria del macchiettiamo dai celebri “film di Natale” di Aurelio De Laurentiis? “L’ironia è una dichiarazione di dignità”, scrive Romain Gary; Bonetto capisce l’inutilità di metterla a rissa con chi non vuole capire l’ovvio per non apparire nudo come il noto Re, e allora chiosa con una splendida ironia: “Va benissimo, quindi evidentemente avesse giocato (Maripan) magari avremmo perso 4-0”. Non si ammette mai niente in questa civiltà postmoderna italiana, non ci sono dimissioni né atti di contrizione, non si ammette la propria colpevolezza nemmeno se si viene trovati con una pistola fumante accanto ad un cadavere appena caldo. C’è ipocrisia e mancanza della cultura della responsabilità, nel calcio anche parecchia ignavia.
Stai prendendo un sacco di meritate sberle in conferenza stampa e oltre a non spiegare niente, fatichi pure a parlare di un club talmente squinternato sul mercato da averti costretto a giocare con Tameze come “terzo di destra” in difesa e Aboukhlal come esterno basso. Non riesci nemmeno a citare Patrick Gonfalone, in passato commissario tecnico delle giovanili francesi e oggi in Cina: “Un giocatore è un undicesimo di una squadra, non deve pensare a dove gioca, deve giocare e basta”. Non sei praticone, non sei pragmatico, non sei carismatico e in questo non essere né carne né pesce hai perso anche quell’umiltà necessaria a procurare empatia quando i momenti cominciano ad essere difficili. E se non sei sulla panca del Real Madrid di questi momenti ne arrivano sempre a profusione, specie se nella prossima partita ti aspetta un illusionista come Cesc Fabregas. In quel ramo del Lago di Como si potrebbe consumare un’altra puntata del dramma, gli infortuni sono tanti e la confusione anche. Giunge un momento in cui la profezia abbandona, sei solo con la realtà che non lascia trapelare nessuna intuizione su come sciogliere qualche nodo. In questo momento sei in quel punto esistenziale e professionale in cui anche il club si è messo a distanza, sai di essere ad un passo dal momento in cui sarai mollato. Il caos è infinitamente pieno e la convinzione di essere un maestro di vita non può più aiutarti. Antonio Conte e Pep Guardiola non appena aprono bocca, c’è qualcuno che apre la scarsella e prova a risolvere tutto con il denaro. Petrachi, scrive “Tuttosport”, è stato chiamato per risparmiare ulteriormente dagli scialacqui di Vagnati (vien quasi da ridere), e c’è poco da fare se non lasciar perdere le tue sicurezze da mitologia per tornare alle sicurezze contadine della terra. “È uno sport di me…a, il calcio è una me…a”, verrebbe da dare ragione a Luis Enrique, ma tu non hai il fondo sovrano del Qatar dietro le spalle.
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Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annova, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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