Un granata chiamato Pico

Un granata chiamato Pico

Nel segno del Toro / Torna la rubrica di Stefano Budicin: “Fiero, indomito e imponente, avvicinarsi a lui voleva dire patire dolori e ammaccamenti il giorno seguente. Veniva considerato la “macchina tritatutto” della squadra”

di Stefano Budicin
Heinrich Bachmann foto wikipedia.jpg

Chi vi viene in mente in genere quando sentite parlare di Pico? Forse della Mirandola. Ma il Pico a cui alludiamo è in realtà una figura proveniente dalla Svizzera. Il suo nome è Heinrich Bachmann, ed è un profilo che ha ricoperto un ruolo fondamentale nella storia del Toro.

Nato a Winterthur nel 1888, giocò le sue prime partite nella città natale, in qualità di centrocampista, per poi venire acquistato dal Torino nel 1909. Quella con i granata è una relazione lunga e profittevole, destinata a durare sei stagioni, fino al 1915/16, anno in cui Bachmann ottenne la fascia di capitano. Dal ’16 al ’18 calzò i panni dell’Internazionale, per poi tornare dai suoi amati granata fino al 1924.

A volerlo fu Alfredo Dick, un altro svizzero, che invitò Bachmann a disputare a Torino un match della Palla Dapples. Tra i granata Pico, come venne presto soprannominato, giocava come halfback, ruolo che gli calzava a pennello. Forte, energico e corpulento, pareva quasi un linebacker della NFL tanto era capace di imporsi con la sua presenza austera e minacciosa.

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Dalle parole di Emilio Colombo emerge un ritratto di Pico davvero singolare:

Un gran ciuffo di capelli castani, spioventi sulla fronte, un viso energico di straniero forte, un possente tronco, due robuste e muscolose gambe, ecco, sia pure in embrione, la figura di Bachmann, il miglior centro halfback che giochi attualmente in Italia. Il capitano del Torino è uno dei più grandi campioni stranieri, è un campione della classe di Bollinger, ma forse di quello più completo, più forte. Il suo gioco è appariscente, tutt’affatto personale. Rotto a tutte le virtuosità del palleggio, abilissimo agli arresti e ai ricami di precisione. Quando lo vedete avanzare fra due avversari che tengono il ball, state certi che dallo scontro uscirà vittorioso.

Fiero, indomito e imponente, avvicinarsi a lui voleva dire patire dolori e ammaccamenti il giorno seguente. Veniva considerato la “macchina tritatutto” della squadra, atleta dotato di coraggio e forte senso della strategia, resistente e soprattutto generoso come non mai. Eccelleva nei calci di rigore, che calciava  con una precisione quasi scientifica.

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Il suo modo di giocare era molto particolare. Le doti tecniche, di per sé evidenti, erano comunque messe in ombra da un’aggressività e una tenacia soverchianti, al punto che Bachmann ebbe da dire “Di me dicevano che giocavo da scarpone, non è vero, ero soprattutto un atleta. Gli avversari avevano paura ad affrontarmi. Avevo un forte tiro, specie col sinistro. Giocavo bene anche di testa”.

Con il Toro Pico totalizzò 166 presenze e sedici reti, fino al 1924, anno in cui decise di ritirarsi. La sua figura è ancora oggi rilevante e rispettata sia dai fan più integerrimi che da coloro che si affacciano ora alla splendida storia della nostra squadra.


Laureato in Lingue Straniere, scrivo dall’età di undici anni. Adoro viaggiare e ricercare l’eccellenza nelle cose di tutti i giorni. Capricorno ascendente Toro, calmo e paziente e orientato all’ottimismo, scrivo nel segno di una curiosità che non conosce confini.

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