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Toro, D’Aversa e il legame con Parma: “Avversario, mai nemico”

D'Aversa
Il tecnico granata ritrova la squadra con cui ha risalito dalla C alla Serie A e costruito un legame che va oltre il campo
Matteo Curreri
Matteo Curreri Redattore 

Ci sono due passaggi obbligatori da fare per Roberto D’Aversa prima di confrontarsi con il proprio miglior passato. Due tappe, indipendentemente dal fatto che siano in casa o in trasferta, che portano i nomi di Lazio e Napoli. Così era accaduto nell’ottobre del 2024, quando sedeva sulla panchina dell’Empoli e affrontava per la prima volta da avversario il suo Parma. Ma a campi invertiti rispetto a quanto gli è capitato recentemente, da quando il Torino lo ha individuato come potenziale Mr. Wolfper risollevarsi dal basso. Contro la Lazio, nell’Olimpico racchiuso tra le tribune Tevere e Montemario, arrivava una sconfitta per 2-1; mentre al Castellani, di fronte al Napoli, un altro ko, ma per 0-1, che dialoga con quello di venerdì scorso al Maradona, con la tuta nera dai dettagli granata che indossa soltanto dal 24 febbraio.

Ed ecco, dopo questo suggestivo back to back, l’inevitabile faccia a faccia con il Parma. Un anno e mezzo fa, D’Aversa, con il suo Empoli, faceva visita al Tardini, dove invece il Toro in questa stagione ha già giocato e perso. E aveva pure segnato Cyril Ngonge… in una delle prime sliding doors potenziali per l’esonero di Marco Baroni. Così però non avveniva e ora tocca al nativo di Stoccarda, ma pescarese, portare l’antico vaso in salvo. Contro il Parma, al Grande Torino, non sarà soltanto un viaggio nei ricordi, bensì un passaggio chiave per il presente, di fronte a un futuro che – con quattro mesi di contratto – difficilmente lo riguarderà. Il 27 ottobre 2024, in Parma-Empoli, arrivava un 1-1, ma a questo Toro serve quel guizzo in più, come il 2-1 degli azzurri toscani nel girone di ritorno, a maggio (in cui andava a segno Tino Anjorin con un gran gol da fuori area), che non serviva però a evitare la retrocessione. E quest’ultimo scenario non si può che escludere con grande fermezza.

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D'Aversa, la scalata con il Parma

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Meno coincidenziale, e decisamente forzato come pensiero, è come due storie decisamente lontane tra loro possano cominciare il 3 dicembre. Quella del Torino (1906), del suo attuale luogo di lavoro e occasione di riscatto dopo alcuni passaggi a vuoto, e quella sua personale con il Parma, che prendeva forma nel 2016. Fu infatti in quel riquadro del calendario che Roberto D’Aversa subentrava a Stefano Morrone, in un contesto piuttosto singolare per una società che negli anni ’90, con due Coppe Uefa e una Coppa delle Coppe alzate al cielo, era stata fiore all’occhiello del calcio più competitivo al mondo. Bisognava risalire dalla Serie C e riusciva subito nell’obiettivo promozione, per poi ripetersi anche nell’anno seguente in cadetteria. “Si è realizzato un sogno”, affermava con giubilo dopo la vittoria sullo Spezia che gli garantiva l’esordio in Serie A. Sotto la sua gestione arrivavano l’esplosione di Kulusevski e la seconda giovinezza di Gervinho, accompagnate dalle solide realtà Bruno Alves, Kucka, Sepe, Hernani e Cornelius, ma anche da ‘next big thing’ come Federico Dimarco, dando una forte identità ai crociati come squadra di transizioni. Ma dopo due salvezze vissute senza patemi d’animo, ad agosto 2020 il rapporto arrivava comunque ai titoli di coda. La nuova proprietà Krause cercava di importare un’idea di calcio più propositiva.

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Una storia che resta

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“Nelle ultime settimane sono venute meno quella coesione, unità di intenti, sintonia ed entusiasmo reciproco alla base dei successi raggiunti insieme negli ultimi quattro anni”, si leggeva nel comunicato che spiegava la separazione. Mentre D’Aversa concludeva il suo messaggio di commiato con “Arrivederci Parma, ti sarò sempre grato”, in una lungimiranza non voluta ma rivelatasi acuta. Non era infatti un addio: le cose tra i ducali e il suo successore, Fabio Liverani, non decollavano e allora eccolo nuovamente al Tardini, ma a far fronte a una dura realtà che si faceva sentenza (a proposito di date) il 4 maggio 2021, il giorno seguente la sconfitta per 1-0 firmata Mergim Vojvoda… contro il Toro. La Serie B, probabilmente la chiusura del cerchio più severa dopo aver ridato lustro a una società che, dopo il fallimento, era ritornata in fretta a posizionarsi sulla mappa del livello più alto del calcio italiano.

Se Vasco Rossi cantava “Dimentichiamoci questa città”, ciò non può chiaramente valere per D’Aversa. Nonostante non partecipasse molto alla vita cittadina, per una maggiore inclinazione allo studio e alle letture, rinchiuso nel proprio ufficio di Collecchio, il legame resta indissolubile. È qui che il tecnico ha cresciuto i propri figli. Un rapporto ancora vivido, quotidiano, come dimostra anche la presenza nel suo staff attuale dei parmensi Marco Piccioni, collaboratore tecnico, e Gigi Turci, preparatore dei portieri. E il suo sentimento, dopo quella prima traversata tra Napoli, Lazio e il ritorno al Tardini, lo esprimeva esplicitamente: “Quattro anni qua con la famiglia non si dimenticano facilmente. Sono tante le persone a cui sono rimasto legato, anche in città ho amici: fa piacere tornare qua”. Ma soprattutto: “È la prima volta da avversario, ma non sarò mai nemico”.