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Ventura: “Toro? C’era la necessità di costruire i giocatori”

Redazione Toro News
L'ex allenatore granata ha parlato del suo passato al Torino e dell'importanza non dei singoli interpreti, ma che i giocatori abbiano sposato la sua filosofia di gioco e le sue idee

Gian Piero Ventura, intervistato al Podcast "Tutti Teorici" de La Gazzetta dello Sport, ha parlato del suo passato in granata e di quanto sia stato importante che i giocatori abbiano capito la sua filosofia ed idea di gioco. L'ex allenatore del Torino ha iniziato soffermandosi sul cambio di modulo effettuato durante la sua esperienza al Toro, con: "Io sono arrivato a Torino, erano in Serie B e siamo andati subito in Serie A e ci siamo andati con il 4-2-4. Il primo anno di assestamento in Serie A l'abbiamo fatto con il 4-2-4. Noi ci siamo salvati alla penultima o alla terzultima matematicamente. Verso la fine ho capito che bisognava cambiare e abbiamo fatto 3-5-2 le ultime due partite, che non servivano a niente e l'anno dopo, cambiando modulo di giocare, siamo andati in Europa perché gli interpreti avevano le caratteristiche per fare quello e non per fare altro".

In merito alla filosofia che stava dietro alla sua idea di squadra Ventura ha poi continuato: "Qua bisognava solo vincere, non c'era giochiamo bene o giochiamo male, bisognava solo vincere ed andare in Serie A. Ho dovuto prendere 3-4 giocatori che sapevano di cosa parlavamo, li ho portati qui e mi hanno aiutato ad istruire gli altri. E noi abbiamo vinto grazie a questi. Quando sono arrivato al Torino c'era il concetto dell'io. Il noi non esisteva. Abbiamo dovuto fare un lavoro e devo dire grazie a quelli del Bari che ho portato, che erano abituati al noi e che hanno piano piano creato i presupposti perché avvenisse questo. Perché prima di parlare di calcio devi parlare di rapporti. Dopo viene il campo. Ma prima se non c'hai uno spogliatoio finisce qualsiasi tipo di discorso".

Alla domanda su aneddoti sui giocatori legati alla sua proposta di gioco ha poi aggiunto la frase che racchiude l'essenza della filosofia di gioco che voleva portare sulla panchina granata: "Noi non avevamo un giocatore simbolo, c'era il sistema e la necessità di costruire i giocatori". Sottolineando questo ha poi portato gli esempi dei suoi difensori dell'epoca: un giovane Matteo Darmian, che proveniva dalla Primavera del Palermo e a cui è stata data la possibilità di capire i suoi concetti e di non avere stress; Danilo D'Ambrosio, sul quale è stato fatto un lavoro di ricostruzione dopo un periodo di difficoltà iniziale, legato alla pressione e ad uno stadio che rumoreggiava ai suoi errori; e poi, Kamil Glik, descritto come non straordinario tecnicamente ma come un giocatore di forza, che, sotto la sua guida, ha saputo trasformare le molte critiche in ottime prestazioni che lo hanno portato ad essere capitano della nazionale polacca e a passare al Monaco in seguito. Secondo Ventura il suo Torino è stato composto di giocatori costruiti e ricostruiti, che hanno saputo assimilare il suo credo di gioco e del noi, come gruppo unito che andava oltre i valori individuali. Un ultimo efficace esempio fatto dal mister è stato Ciro Immobile che "non poteva uscire di casa al Genoa in un clima di contestazione", ma che una volta che ha messo piede a Torino si è trasformato e ha sposato la causa granata. "Se attacchi la profondità, è tra i migliori attaccanti in Europa", questo è stato il totem che ha spinto Ventura a ritagliargli il ruolo più adatto alle sue caratteristiche.

Il tecnico ha infine chiosato definendo Athletic Bilbao-Torino 2-3 come il suo rammarico più grande, perché in quell'Europa League potevano arrivare in fondo: "I ricordi sono la gioia dei tifosi sugli spalti quando l'arbitro ha fischiato, all'aeroporto e la gioia dei giocatori perché sapevano di aver fatto qualcosa di importante". Ha quindi aggiunto: "Questo discorso per confermare che le idee pagano se ci sono gli interpreti che le sposano".