Quello che ci si aspetta dalla partita di domenica sera è semplicemente il fatto che Glik e compagni abbiano quella determinazione e quella rabbia agonistica per arrivare primi sul pallone, per piazzare la zampata vincente, per tenere la tensione e la concentrazione alta fino al 90' più recupero. Ovvio che per vincere occorrerà fare un gol in più degli avversari, ma le motivazioni superiori proprio in questo dovrebbero fungere da coadiuvante. Altro che biscotto!
Purtroppo in Italia nello sport, ma non solo, esiste un problema culturale che tende a considerare la capacità di impegnarsi proporzionale all'importanza della posta in gioco e questo credo che sia alla base dei risultati "strani" che spesso si vedono a fine stagione nei nostri campionati. In molti altri Paesi, specialmente quelli di cultura anglo-sassone, il problema è meno evidente per un paio di ragioni fondamentali: uno, perchè in quei popoli è radicata più in profondità l'idea che scendere in campo sia un privilegio ed un onore con il quale sdebitarsi dando sempre il 100%, in secondo luogo perchè i ritmi agonistici di quei campionati sono molto più alti per cui gli atleti sono più abituati ad avere il motore che va sempre "a pieni giri" dalla prima all'ultima partita della stagione.
Riempiamo pagine di giornali sportivi e facciamo ore di chiacchiere nelle trasmissioni televisive sul crollo del calcio italiano nel ranking Uefa, quando basta guardare una qualunque partita della Liga, della Premier o della Bundesliga per notare che la filosofia di fondo di quei campionati è molto più semplice della nostra: giocare a calcio puntando a costruire gioco, ad attaccare l'avversario. In una sola parola, ad offendere e non solo a difendere.
In Italia invece viviamo di tatticismo esasperato e di dietrologia permanente, due componenti che soffocano lo spettacolo: e se nel primo caso la colpa è forse anche dei vivai che insegnano questo tipo di calcio, nel secondo bisogna puntare il dito su Federazione e Lega, chiara espressioni della politica italiana e degli interessi prioritari dei soliti club potenti che non amano dividere la torta in tante fette.
Pertanto invece di gridare al biscotto a Firenze, si faccia un'analisi seria della situazione globale del calcio italiano prima di scagliare la prima pietra. E poi che il Toro faccia il Toro in modo tale da mettere a tacere tutte le malelingue e da godersi al massimo la festa.
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